“Intervista” Bonanni: «serve un patto sociale»

06/02/2007
    lunedì 5 febbraio 2007

    Pagina13 – Politica

      Il Leader Cisl

      «Bene Draghi, serve un patto sociale.
      Ma il governo sta fermo»

        Bonanni: salari bassi, bisogna legarli alla produttività. Palazzo Chigi non vuole disturbare una parte della sua maggioranza

          ROMA – «Draghi ha ragione, bisogna tornare alla lungimiranza della metà degli anni Ottanta e Novanta che ci portò ad abbandonare la scala mobile, ma ci vuole il clima giusto». Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, concorda con il ragionamento fatto al Forex dal governatore della Banca d’ Italia, per ridare slancio all’ economia del Paese: una «consapevolezza collettiva» per rivedere il welfare e per legare il salario alla produttività. E guarda con ottimismo a una segreteria unitaria del sindacato, prevista per oggi, che potrebbe aprire un nuovo fronte sui contratti. Ma ritiene che sia Palazzo Chigi a non rispettare la «filosofia» del Governatore.

          Nel senso che Ciampi è stato più bravo di Prodi?

            «Diciamo che, insieme a Giuliano Amato, è stato molto coraggioso. Oggi si litiga su tutto, dai Pacs alla politica estera c’ è troppa fibrillazione, troppe energie spese su cose magari importanti ma che non riguardano l’ economia».

            Vuol dire che il sindacato è pronto, è la politica che latita?

              «Basta guardare la Germania. Il governo si è concentrato sulle infrastrutture e sulla logistica, aiutando le imprese senza elargire soldi. E in dieci anni l’ economia è cresciuta. Questo è accaduto anche con la condivisione dell’ opposizione e in sintonia con le forze sociali. Senza dimenticare il ruolo nella governance di impresa che là hanno i sindacati».

              Ma Draghi invita anche le parti sociali, cioè voi, a «infrangere la rigida spirale prezzi e salari» nel pubblico impiego.

                «Anche qui sono d’ accordo col Governatore. Lui in pratica dice che bisogna legare il salario principalmente alla produttività».

                Se ne discute da anni senza arrivare mai a niente…

                  «E’ vero. Però non c’ è riunione pubblica dove io non abbia rimproverato a Prodi del suo silenzio sulla possibilità di dare incentivi fiscali agli accordi di produttività. Questo lo andiamo dicendo per il privato ma anche per il pubblico».

                  E perché non risponde?

                    «Non vuol disturbare alcune parti della sua maggioranza che non sono d’ accordo. Ma ormai siamo arrivati al dunque: i salari sono bassi e li possiamo alzare solo in quella direzione. Per fortuna Draghi ci sostiene. Apriremo una discussione in tutta Italia anche per introdurre i nuclei di valutazione per misurare il merito degli statali, un pò sul modello immaginato da Pietro Ichino».

                    Oggi c’ è una segreteria unitaria Cgil, Cisl,Uil proprio sui temi previdenziali e la produttività. Come andrà a finire?

                      «Spero che tutto il sindacato sappia fare la scelta giusta. E’ possibile che ci siano soluzioni unitarie, vedo un clima più rilassato».

                      Bankitalia chiede anche di aumentare l’ età pensionabile. Il sindacato sembra arroccato.

                        «Ancora una volta è il governo a fare confusione. Prima mette nel programma il superamento dello scalone poi scopre che non ci sono i soldi. La realtà è che la Finanziaria ha aumentato i contributi per 24 milioni di lavoratori».

                        E voi cosa proponete?

                          «Io sono per un restyling equitativo del sistema previdenziale. Compreso l’ aumento dell’ età per andare in pensione. Che è già in corso al di là di tutte le chiacchiere che si fanno. Nel 1995 l’ età media di uscita era di 53-54 anni ora siamo a 59 e mezzo. Questo vuol dire che la gente, senza incentivi o disincentivi, sceglie di lavorare di più».

                          Se il governo vi pone di fronte a una scelta, scalone o coefficienti, che risponde?

                            «Di mantenere i coefficienti e rinunciare a modificare lo scalone e per un motivo molto semplice: sono lo strumento più pericoloso per gli assegni del futuro. Con le modifiche previste dalla Dini i giovani tra 30 anni avranno una pensione pari al 40% dell’ ultima paga. La verità è che bisogna rivedere tutto e forse alla fine si scoprirà che i coefficienti bisogna alzarli, non abbassarli».

                            Ma se aumenta l’ aspettativa di vita…

                              «Quando è stata fatta la riforma Dini è stata calcolata su un flusso immigratorio pari a 50 mila persone l’ anno. Oggi siamo a 300 mila e tutto fa pensare che saranno sempre di più. Allora c’ era una disoccupazione del 13% adesso siamo al 7%. Voglio dire che il mondo è completamente cambiato anche su altri aspetti».

                              Verrebbe da dire che ha ragione Rifondazione.

                                «Ripeto che è stato il governo a non essere chiaro. Per noi non c’ è mai stato un problema di previdenza. In ogni caso la Cisl non è rigida nè ha pregiudiziali su niente. Sediamoci e discutiamo. Anche della rivalutazione delle pensioni che, in quindici anni, hanno perso oltre il 30% di valore visto che l’ intesa del 1993 sganciava l’ assegno dai salari. Ma era previsto anche un adeguamento che non c’ è mai stato. Questa cosa va aggiustata».

                                E il governo cosa deve fare?

                                  «Non può continuare a fare il gioco dei quattro cantoni sperando che l’ idea vincente arrivi per caso, deve avere una proposta chiara e su quella ci si confronta. Alla Cisl non manca certo il pragmatismo».