“Intervista” Bonanni: «non penalizzare i giovani»

23/03/2007
    venerdì 23 marzo 2007

    Pagina 8 – Primo Piano

    Intervista
    a Raffaele Bonanni

      “Si può fare per gradi
      E solo con incentivi”

        ALESSANDRO BARBERA
        ROMA

          «Padoa-Schioppa dice che ci sono solo due miliardi e mezzo per il tavolo
          della concertazione? Non credo vogliano fare le nozze con i fichi secchi… Ci vuole di più». Il leader della Cisl Raffaele Bonanni è appena tornato dal primo vertice con il governo che dovrebbe, nelle intenzioni, riformare il welfare italiano in più punti. Per ora è soddisfatto degli impegni presi dal premier Prodi, «perché questo governo ha molto bisogno di consenso».

          Segretario Bonanni, oggi si accontenta di un’intesa di metodo?

          «E’ già un risultato, perché ho registrato nel governo la tentazione di
          presentarci un pacchetto preconfezionato ».

          A chi si riferisce? Ai Ds, alla Margherita? Oppure al ministro dell’Economia?

          «Ad alcuni…»

          Sul merito siete ancora lontani e quello delle risorse non è l’unico nodo. Sulle pensioni, il punto più delicato della trattativa, Prodi ha detto che è necessaria la revisione dei coefficienti di trasformazione, cioè di quella percentuale che determinerà il valore delle pensioni dei più giovani. Il governo dice che la sua riduzione è essenziale alla sostenibilità del sistema. Voi rimanete contrari?

          «Sì. Ribadiamo che non si possono penalizzare i giovani. Speriamo che il governo trovi una soluzione diversa».

          Senza la revisione dei coefficienti come fa il governo a rivedere il cosiddetto «scalone », cioè il meccanismo che il primo
          gennaio 2008 farebbe salire l’età pensionabile da 57 a 60 anni? La spesa andrebbe ben oltre i tre miliardi.

          «Non l’ho promesso io, ma loro. E ora devono essere di parola, a meno che il governo non si candidi ad essere più impopolare di quello che lo ha preceduto »
          .
          Che significa?

          «Significa che i coefficienti agli occhi dell’opinione pubblica pesano molto di più dello “scalone”».

          Crede?

            «Le statistiche parlano chiaro: gli italiani vanno in pensione mediamente a 60,3 anni, i tedeschi a 60,6, i francesi a 58,5».

            Lei in passato ha detto più volte: se per ritoccare lo scalone si fa un pasticcio, meglio tenerselo. Conferma?

            «Dico solo che sono favorevole all’innalzamento dell’età, in modo graduale e con soli incentivi».

            Il vicepresidente di Confindustria Bombassei propone di imitare la riforma tedesca che innalza gradualmente l’età pensionabile fino a raggiungere i 67 anni nel 2029. E’ d’accordo?

            «È esattamente ciò che io intendo per gradualità. Bisogna cioé tenere conto che oggi spesso va in pensione chi ha cominciato a lavorare presto, magari a 14 anni, mentre i più giovani cominciano a pagare i contributi a partire dai 24-25 anni».

            Quindi?

            «Per un 25enne di oggi che non fa un lavoro usurante smettere di lavorare a 67 anni sarà normale».

            Fra le ipotesi di riforma c’è quella di mettere a punto una lista di cosiddetti «lavori usuranti» a cui garantire soluzioni più morbide. Finora è stato oggetto di polemica. Le maestre d’asilo sì, i meccanici no, eccetera. Ci sarà?

            «Perché si raggiunga l’accordo la lista dovrà essere ristretta, limitata a chi fa davvero, e ripeto davvero, un lavoro usurante».