“Intervista” Bonanni: l’accordo si può trovare

18/06/2007
    domenica 17 giugno 2007

    Pagina 15 – Economia & Lavoro

    L’Intervista
    Raffaele Bonanni
    Il leader della Cisl: finalmente sappiamo dove va il tesoretto

      SuperInps un mostro, ma accordo vicino

      di Laura Matteucci/ Milano

      La buona notizia è che «finalmente è stato svelato l’arcano della destinazione dell’extragettito». Quella cattiva è che «il governo non sa come risolvere la questione dello scalone» e che all’incontro dell’altro giorno «non avendo altri argomenti da usare ha ritirato fuori la storia del superInps, un mostro che creerebbe più problemi di quanti ne vorrebbe risolvere». La sintesi è che l’intesa sulle pensioni è «più vicina di prima», sempre che «il governo faccia le sue proposte». «Penso che l’accordo si possa trovare». Ma attenzione: «Sulla quantità non si tratta. Sotto il 70% dell’ultima busta paga, come minimo, non si va». Parla il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, che al governo dice: «Ripartite dalle esigenze degli italiani, e presentatevi uniti».

      Da martedì confronto no-stop sulla riforma della previdenza, per chiudere entro giugno. Com’è il quadro della situazione, Bonanni? Il rischio dello scontro è più lontano?

        «Quantomeno, è finito il tormentone sull’extragettito. I soldi dovranno servire a rivalutare le pensioni basse, a favorire gli ammortizzatori e gli incentivi per il secondo livello di contrattazione, oltre che per gli straordinari. Adesso ci vogliono le risorse per la questione dello scalone».

        Non è un gioco da ragazzi.

          «Di soldi in più ce ne sono già adesso. Quest’anno siamo al 7,5% di extragettito, si può dire con molta tranquillità che si possono avere a disposizione 1-1,5 miliardi in più, al netto di quanto deve andare a ripianare il debito pubblico. E che nessuno mi venga a fare discorsi di finto moralismo, come se chi chiede di destinare più risorse al sociale fosse da stigmatizzare…».

          Comunque, i soldi ancora non bastano. Sulla proposta di accorpare gli enti previdenziali lei è tranchant: non se ne parla. Perchè?

            «Quella è una fissazione maniacale di qualcuno. Una proposta risibile. Intanto perchè nell’accorpamento bisognerebbe investire parecchio, altro che risparmi. Poi, perchè avremmo un surplus di personale che, tra pensioni e casse integrazioni, andrebbe comunque pagato. E poi, dico io: il nostro è l’unico paese in Europa ad avere enti previdenziali in mano ai politici, e non alle forze sociali. Allora, mettere in mano loro un insieme di enti che avrebbero un bilancio anche più pesante di quello dello Stato, significherebbe creare un mostro. Si possono fare altre cose, piuttosto».

            Quali altre cose?

              «Unificare gli uffici legali, ad esempio, quelli ispettivi per combattere meglio l’evasione fiscale e contributiva, alcuni sportelli, i centri di acquisto. Un lavoro sperimentale che darebbe risultati immediati. I tecnici degli enti parlano di risparmi per 1 miliardo e mezzo. Ma non vogliamo pasticci, tanto più che si tratta di soldi dei lavoratori. Anzi, semmai vorremmo una gestione degli enti più democratica, che ne uscissero i politici tanto per iniziare. Poi, ricordiamoci dei 100 miliardi l’anno di evasione contributiva. Perchè il governo ha abbandonato la tassazione delle rendite finanziare? Perchè non si può fare l’anagrafe tributaria? È il governo che ha detto di voler superare lo scalone. Trovassero loro i soldi. Ma questa storia del superInps non può essere un puntiglio programmatico, non corroborato da niente, perchè non c’è unità d’intenti all’interno del governo stesso, nè condivisione con le parti sociali».

              Aumento dell’età pensionabile e coefficienti: Epifani, il leader della Cgil, propone di renderli più “intelligenti”, diciamo più a misura dell’attività svolta.

                «Apprezzabile. Io sono per trattare sulla permanenza al lavoro, risparmiando chi è malato o svolge un lavoro pesante. Parentesi: i francesi mediamente escono prima di noi, di un paio d’anni, eppure non è che l’Europa li continua a tirare per la giacca, come fa con il governo italiano. Detto questo, ci vogliono gli incentivi a restare, e una maggiore libertà e flessibilità su questo tema. E incentivi anche per accordi per elevare la produttività di sistema. Prendiamo le donne: è chiaro che chi ha carichi familiari, appena può resta a casa, ma chi non ne ha, o se i servizi sociali fossero migliori, potrebbe benissimo restare al lavoro. Anche perchè alla fine godrebbe di una pensione più consistente. Sulla quantità no, non possiamo arrivare al 50% della busta paga, a quel punto non saremmo più l’Italia. Ma sul resto si può trattare. Io sospetto che un sistema più flessibile servirebbe anche ad allungare il tempo di permanenza al lavoro. Ma mi dicono che questa opinione non è “riformista”…».

                In che senso non è “riformista”?

                  «Sembra che essere riformisti oggi significhi parlare come i banchieri, vergognarsi di avere esigenze di salario, o di voler andare in pensione. Ecco perchè poi la gente si allontana dalla politica. Perchè la politica non guarda più le esigenze della maggior parte degli italiani. Guardi che non è demagogia, è la realtà».