“Intervista” Bombassei: «Concertazione ma senza veti»

26/01/2007
    venerdì 26 gennaio 2007

    Pagina 6 – In primo piano

    Confronto sulle riforme
    Le parti sociali

      «Concertazione sì, ma senza veti»

      Bombassei: la Cgil parte male, non ci devono essere argomenti esclusi a priori

        di Massimo Mascini

          Imprenditori soddisfatti del confronto con il Governo. Hanno la sensazione che stavolta il patto sulla produttività sia a portata di mano. Ma Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria, è esplicito. La concertazione, dice, non tollera veti. E contesta le dichiarazioni di Guglielmo Epifani al «Sole 24 Ore» di ieri per cui non si deve trattare di orario di lavoro e di riforma contrattuale. Stavolta, afferma,si deve poter parlare finalmente di tutto.

          Presidente Bombassei, parte davvero il confronto sui temi della produttività?

            Sembrerebbe proprio di sì. L’incontro che abbiamo avuto mercoledì a Palazzo Chigi ci è sembrato molto positivo. C’è stata una forte condivisione sull’apertura di questi tavoli da parte del presidente Prodi e dei suoi ministri, tutti sono convinti della necessità di fare presto.

            Il dato più interessante di questo confronto?

              Il desiderio diffuso di rilanciare la concertazione, un’impostazione che condividiamo e apprezziamo. Non siamo entrati nel merito, non era quella la sede adatta, ci siamo fermati ovviamente ai principi generali, ma su quelli ci siamo trovati d’accordo.

              Ma non c’era il sindacato.

                Sì, ma i risultati del confronto che abbiamo avuto ci sono sembrati in forte sintonia con quanto era emerso domenica sera nel vertice che il Governo ha avuto con le tre confederazioni sindacali. Anche i sindacalisti erano soddisfatti ed è da presumere che si siano detti le stesse cose.

                Quindi si può iniziare subito a discutere.

                  Sì,subito. Ed è per questo che non ho capito alcune affermazioni che il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani ha rilasciato nell’intervista pubblicata dal «Sole24 Ore».

                  Cosa non ha apprezzato?

                    Per esempio, che abbia detto che di orario di lavoro non si deve discutere in questa sede, rinviando l’argomento alla contrattazione di categoria e di azienda. Non è così che si fa concertazione. Nessuno deve indicare dei limiti, porre dei veti, altrimenti non è più concertazione.

                    Si deve parlare di tutto?

                      Di tutto si deve poter parlare. Su quel tavolo debbono essere posti tanti temi. Poi forse per alcuni non ci saranno cambiamenti, ma se si comincia a dire che una cosa va bene, un’altra no,non si parte nemmeno. Non lo diciamo noi di Confindustria, queste sono le regole della concertazione per come noi l’abbiamo conosciuta e praticata. Altrimenti è solo un rinviare i problemi.

                      Epifani ha anche detto che non è possibile parlare di riforma contrattuale, perché prima si devono chiudere i contratti aperti.

                        È un’altra affermazione che non condividiamo assolutamente. Sono tre anni che sentiamo ripetere la stessa cosa, viene il dubbio che non parlasse seriamente. Perché se per avviare quel dialogo, e quindi anche concluderlo, non deve esserci nemmeno un contratto aperto, quando mai sarà possibile? C’è sempre un contratto in discussione. Proprio lui un anno fa diceva che si sarebbe potuto discutere dopo il rinnovo del contratto dei meccanici. Poi c’è stato il congresso della Cgil, poi le elezioni. C’è sempre qualcosa. Non che si tratti di impiccare qualcuno,ma sembra di sentire Bertoldo che non trovava mai l’albero giusto. Le occasioni per dire di no ci sono sempre. Adesso sono aperti dieci contratti nazionali, che interessano circa un milione di persone. Nel giro di sei mesi cominceranno le trattative per altri dieci contratti, più o meno investendo un altro milione di persone. Dopo cominciano i grandi contratti: i metalmeccanici e a fine anno i chimici e i grafici. Non si finisce mai.

                          E un accordo invece aiuterebbe tutti.

                            Noi abbiamo come obiettivo di fondo la crescita della competitività, possiamo raggiungerlo anche parlando di orario di lavoro e aumentando la retribuzione dei lavoratori.

                            È possibile cogliere questo risultato?

                              È indispensabile riuscirci. E lo possiamo fare mettendoci tutti qualcosa. Anche il Governo. Del resto, la concertazione è proprio questo, contribuire ciascuno per la propria parte. Ma se qualcuno non vuole contribuire in nulla, allora è solo un prenderci in giro.

                                Ma voi cosa chiederete in materia di orario?

                                  La prima richiesta è in verità un atto dovuto. Vorremmo che si potesse recepire in tutti i contratti quello che dispone la legislazione europea per orario di lavoro, ferie, festività.

                                  Questo però riguarda la contrattazione di categoria.

                                    Sì, però in tanti tavoli di categoria non è mai stato possibile applicare quelle regole. Allora è necessario che le confederazioni prendano questo impegno di base e che, a catena, si abbiano riflessi sui tavoli contrattuali.

                                      L’obiettivo è lavorare di più?

                                        L’obiettivo è allineare gli orari di fatto a quelli dei nostri concorrenti europei. In Italia l’orario teorico è in linea con quello medio europeo,quello di fattoè più corto di almeno cento ore. E questo abbassa la produttività e rende più difficile competere. Vorremmo ridurre o eliminare questo gap. Non sarebbe uno strappo, e non sarebbe un regalo alle aziende. Quelle regole sono state definite in Europa per salvaguardare salute e sicurezza del lavoratore.

                                        Quindi un accordo tra le confederazioni che sia di monito per le categorie?

                                          Ne abbiamo fatti tanti di questi accordi e sempre hanno funzionato. Ma questa prassi va alimentata, altrimenti il meccanismo si inceppa e ne risente la competitività del sistema.

                                          E volete incentivare il lavoro straordinario?

                                            Sarebbe importante un accordo in tal senso, perché attualmente il lavoro straordinario è gravato da oneri contributivi impropri. Una volta era penalizzato, ma adesso la situazione è cambiata: la flessibilità è una necessità e un’opportunità per rispondere al mercato, ma anche per far guadagnare di più il lavoratore. Altri Paesi lo stanno facendo, con risultati importanti per tutti.

                                              Una decontribuzione?

                                                Potrebbe avere effetti importanti per la produttività del sistema. E poi una misura del genere farebbe emergere irregolarità che,è inutile nasconderlo,adesso vengono praticate in tante aziende,specie le più piccole.

                                                  Pensate di discutere questi temi in tavoli bilaterali o triangolari?

                                                    L’idea di fondo, emersa negli incontri a Palazzo Chigi, è quella di procedere con discussioni triangolari. Poi potranno esserci anche tavoli tecnici di approfondimento.

                                                    Comunque,a parte le dichiarazioni di Epifani, sembra che stavolta parta davvero una discussione seria.

                                                      L’impressione nostra è stata tutta positiva. Possiamo cominciare e procedere positivamente. Certo, quelle prese di distanza di Epifani non ci aiutano e vorremmo essere rassicurati. Come non ci è piaciuto l’affermazione contro i dirigenti, la cui pensione,ha detto,verrebbe pagata dai precari.

                                                        Non è vero?

                                                          Certo che no. Tutti pagano i contributi, finiscono all’Inps e poi vengono ridistribuiti secondo criteri solidaristici. Epifani dimentica che il fondo di previdenza dei dirigenti ha portato all’Inps un miliardo di debito, ma anche un patrimonio immobiliare e crediti per quattro miliardi. Allora è bene fare attenzione, non scadere mai nella disinformazione. Una volta se la prendevano con i padroni cattivi, non vorremmo che adesso cominciassero a prendersela con i dirigenti cattivi. Anche la polemica sulle stock option: non sono cento alti dirigenti su una platea di 80mila dirigenti a fare la differenza.