“Intervista” Billè: «Più dialogo, i ministri smettano di tirare i piatti in testa alla Cgil»

12/07/2002

12 luglio 2002



L’INTERVISTA / Il presidente di Confcommercio Billè: Dpef, così non si rilanciano i consumi

«Più dialogo, i ministri smettano di tirare i piatti in testa alla Cgil»


«Aspettavo una riduzione delle tariffe, sulle tasse si poteva fare meglio»

      ROMA – Prevede un autunno caldo, addirittura «incandescente» il presidente di Confcommercio, Sergio Billè. Il governo ha appena presentato il Dpef e concluso con le parti sociali (Confcommercio inclusa, Cgil esclusa) il Patto per l’Italia. Ma per passare dal «riformismo delle parole a quello applicato» il governo deve «superare un valico assai stretto»: acquisire «il più vasto e convinto consenso possibile, strappando adesioni al «massimalismo» di Cofferati. Quindi meno tasse, meno tariffe, meno burocrazia. E più dialogo.
      Il leader della Cgil, Cofferati, ha rifiutato l’invito a tavola del premier Berlusconi. Quale dialogo è ancora possibile?
      «Berlusconi ha fatto bene a fare questo invito
      friendly . Certo se poi alcuni suoi ministri non perdono occasione per tirare i piatti in testa a Cofferati…».
      Forse vedono in lui un ostacolo sul cammino delle riforme?

      «Il manuale del perfetto riformista non esiste e quando sento certo interventi senza nemmeno un cenno di autocritica, i miei dubbi sulla possibilità di passare a riforme concrete aumentano».

      Cosa servirebbe?

      «Riforme non basate solo su valori economici. Ci vuole una forte valenza sociale, serve il più vasto e convinto consenso».

      Il Patto per l’Italia che lei ha sottoscritto non crea queste condizioni?

      «Lo spero: è per questo che, pur avendo più di una perplessità, lo abbiamo sottoscritto».

      E cosa la preoccupa?

      «Bisogna convincere i cinque milioni di iscritti alla Cgil che il massimalismo di Cofferati non paga più. Per far questo il "muro contro muro" non va».

      Cosa suggerisce?

      «Bisogna fare in modo che dentro e fuori le aziende non si parli solo di articolo 18 ma di tasse finalmente ridotte, maggiori risorse per le famiglie, tariffe meno esose, servizi più efficienti. Questo in realtà bisognava fare ancor prima di metter mano allo Statuto dei lavoratori».

      Il Dpef oggi non va in questa direzione?

      «C’è il blocco delle assunzioni nella pubblica amministrazione e la flessibilità. Ma perché non si comincia a mandare a casa i dirigenti inefficienti visto che la legge lo consente? Questo è riformismo non demagogico».

      Il governo sta riducendo le tasse?

      «Il Patto non prevede interventi fiscali tali da rilanciare i consumi. Sull’Irpef si poteva fare di più. Gli interventi a favore delle imprese non tengono conto dell’ormai preponderante realtà delle imprese di servizi. Aver ridotto di due punti l’Irpeg senza affrontare l’Irap è un errore strategico. Senza parlare della crescita delle tasse locali: perché non si controlla la spesa delle Regioni?».

      Quali altri interventi avrebbe voluto leggere nel Dpef?

      «Una riduzione delle tariffe. Non si fa nulla per abbassarle. Mi chiedo che cosa fa l’Authority dell’Energia se poi non ha poteri d’intervento per affrontare questo problema. Tanto vale abolirla visto che fino a oggi non è servita a niente».

      La spesa sanitaria si riduce con le mutue?

      «Il modello della Germania è di difficile applicazione: il cittadino tedesco che si rivolge all’assistenza privata contribuisce in modo lieve a quella pubblica. Da noi si rischia di pagare due volte un servizio inefficiente».
Antonella Baccaro