“Intervista” Billè: «Governo troppo duro non si riforma con l´accetta»

28/03/2002


La Stampa web





    intervista
    Mario Sensini
    (Del 28/3/2002 Sezione: Economia Pag. 5)
    IL PRESIDENTE DELLA CONFCOMMERCIO CRITICO CON L´ESECUTIVO, D´AMATO E I SINDACATI: BASTA APPELLI
    Billè: «Governo troppo duro non si riforma con l´accetta»
    «Sull´articolo 18 sono stati commessi troppi errori, la gente è allibita da questo gioco al massacro. Adesso serve un po´ di Valium per tutti»

    NON si possono fare le riforme con l´accetta, addirittura abolendo il tavolo del confronto. L´articolo 18 è stato un errore madornale di impostazione, perché doveva essere l´ultimo tassello della riforma, e di comunicazione, perché la gente non ha capito e si è scatenato il panico. Questo è un paese abituato al dialogo, non era mai salito sulle barricate, in questo clima, dove il terrorismo inzuppa il pane, le riforme non si fanno e rischiamo di fallire l´aggancio con la ripresa dell´economia… Guardatevi intorno, la gente è allibita da questo gioco al massacro. Mi chiedo a cosa serva questo "sharonismo" del governo, se non a fare la fortuna del sindacato e dell´opposizione». Il presidente della Confcommercio, Sergio Billè, ha trattenuto il fiato fino a ieri. L´appello della Confindustria al governo, le parole di Berlusconi nella conferenza stampa di martedì, è come se avessero tolto il tappo alla diga.

    Presidente Billè, sotto all´appello della Confindustria non c´è la sua firma, perché?

    «Semplice, perché è difficile rincollare i piatti che qualcuno ha già deciso di mandare in mille pezzi. Era meglio maneggiarli con più cautela, conservarsi qualche via di fuga, una possibilità di dialogo. Perché senza il dialogo tra politica e parti sociali questo paese non va da nessuna parte».

    E ora che il dialogo è in pezzi?

    «Non servono a nulla gli appelli. Fotocopie di quelli già lanciati nelle scorse settimane e che hanno ottenuto finora un solo concreto risultato, quello di arroventare un clima sociale che più fosco e lacerante di così non era possibile immaginare. Guardi fuori. Cosa vede? Un paese frastornato, impietrito, allibito, disorientato. La gente pensava di assistere a una partita, anche animosa, ma nel rispetto delle regole del gioco. Invece è divenuta un´arena di gladiatori, dove mi pare stia prevalendo il "mors tua vita mea"…un gioco al massacro che fa a pugni con la civile convivenza democratica»

    Quindi?

    «Smettiamola con gli appelli che servono solo a esarcerbare gli animi. Vengano distribuite a tutti dosi massicce di Valium. Spegnete i microfoni, mettete nell´angolo il partito dei chiacchieroni, produce solo danni, finiamola di parlare a vanvera. Mettiamo i piedi a terra e ricominciamo a ragionare».

    Da dove presidente?

    «Le riforme sono importanti, le abbiamo invocate noi per primi a mani giunte. Ma qualcuno mi dimostri che se non si fano subito queste modifiche all´articolo 18, ormai diventata la favola di tutt´Europa, non si possono fare altre vere riforme. Non è così, e il primo a sostenerlo è stato Biagi. La modifica dell´articolo 18 doveva essere la conclusione logica, conseguente, di un percorso di revisione del mercato del lavoro, da affrontare gradualmente e con un confronto produttivo tra le parti sociali. Invece si è capovolta la logica, l´articolo 18 è diventata la "conditio sine qua non" per la maggior flessibilità del mercato. E´ stato un errore madornale di impostazione, cui è seguito quello di non aver saputo comunicare la sostanza di questa piccola, marginale riforma. La gente ha capito che si voleva avere libertà di licenziare, ed è stato il panico».

    Cosa può suggerire al governo?

    «La prima regola di un´economia che punta allo sviluppo è quella di creare aspettative positive. L´avevo detto subito: le riforme, in un paese abituato per decenni a discutere senza salire mai su vere barricate, non si possono fare con l´accetta, rompendo i piatti, addirittura abolendo il tavolo del confronto. E avevo aggiunto: badate che è pura illusione pensare che su questi problemi si possa rompere il fronte sindacale, dividere i buoni dai cattivi. Come se in discussione ci fosse solo un problema politico, per cui chi ha votato nel maggio scorso in un modo non può che seguire pedissequamente quello schieramento politico».

    Risultato?

    «Hanno ringalluzzito l´opposizione e promosso una campagna gratuita di tesseramento per la Cgil. Lo sharonismo può andar bene, ma dov´è il nostro Arafat? Non credo sia Cofferati».

    Si rischia di mancare l´appuntamento con la ripresa?

    «Prima si doveva far ripartire l´economia, creare le premesse dello sviluppo, poi si poteva parlare dell´articolo 18. L´economia, e per fortuna i prezzi del petrolio non aumentano, cresce poco, arriveremo al massimo all´1,3% grazie soprattutto all´export. La domanda interna però langue e i consumi non cresceranno più dell´1%. Mi dite voi chi può investire in Italia con questo clima sociale? Perché un´impresa sommersa dovrebbe tirar fuori la testa e rientrare nella legalità? Questo era il momento di misurare i primi effetti della manovra dei cento giorni…».

    Berlusconi ha annunciato il calo delle tasse.

    «Ha annunciato che annuncerà. Ma dove li trovano i soldi se i consumi non ripartono?».

    L´occupazione, però, sta crescendo…

    «Vuol dire che l´articolo 18, come dice Angeletti, non serve».

    Il governo dovrebbe accettare un veto sindacale?

    «Bisogna ricominciare a ragionare, e il governo della politica ha questa responsabilità. Se a questo atteggiamento più responsabile e lungimirante, risoluto, ma attento a tutte le esigenze del paese, non corrisponderà un eguale senso di responsabilità dei sindacati, allora arriverà il momento delle spallate. Ma io mi auguro che questa sciagurata eventualità non si verifichi: ci faremmo male da soli, entreremmo in una spirale che ci allontanerebbe dall´Europa».