“Intervista” Billè: “Con lo scontro sociale un altro colpo all’economia”

21/01/2002


LUNEDÌ, 21 GENNAIO 2002
 
Pagina 31 – Economia
 
L’INTERVISTA
 
Il presidente della Confcommercio favorevole a proseguire la concertazione
 
Billè: "Con lo scontro sociale un altro colpo all’economia"
 
 
 
l’articolo 18 Arenarsi su una norma quando la partita è tutta da giocare mi sembra un’assurdità
la rottura Chi ha puntato sulla possibilità di spaccare il sindacato ha perso la scommessa
 
LUISA GRION

ROMA — Basta con questo gioco al massacro. Chi pensa che della concertazione si possa fare a meno non ha capito che se si arriva allo scontro sociale l’economia è destinata «ad andare incontro ad una gelata rispetto alla quale quella delle zucchine è uno scherzo». Chi credeva di poter spaccare il sindacato sulla riforma del lavoro faccia un passo indietro e la smetta di puntare sempre e solo su un’unica carta. Così la pensa Sergio Billè, presidente della Confcommercio, che oggi salirà al Quirinale per parlare con Ciampi di quell’impasse sull’articolo 18 che «sta bloccando il paese».
Presidente, partiamo proprio da lì. Lei quella norma la cambierebbe sì o no?
«Non voglio entrare in questo duello. Ma voglio invece avvertire le parti su quello che questo paese rischia nei prossimi mesi. Il nostro centro studi ha appena ultimato le previsioni per il 2002 : crollo del Pil dall’1,9 per cento del 2001 all’1,2; caduta della spesa delle famiglie dall’1,1 all’1 ; tonfo delle esportazioni dal 3,4 al 2 per cento. Le sembra che in questo quadro ci sia spazio per sopportare anche uno scontro sociale? Direi di no, direi che bisogna spegnere i microfoni e risiedersi davvero a quel benedetto tavolo delle trattative per rimettere in discussione tutto, ma proprio tutto. Arenarsi sull’articolo 18 quando la partita è interamente da giocare mi pare un’assurdità».
Quindi, se così stanno le cose, ha ragione il sindacato e sbaglia Confindustria?
«Il problema non è dare o no ragione al sindacato, ma capire che senza un confronto fra le parti non si esce dal tunnel. Chi ha puntato tutto sulla possibilità di spaccare Cgil, Cisl e Uil ha perso la scommessa , ne prenda atto. Chi pensa che possa bastare un accordo separato si renda conto che le soluzione parziali non portano da nessuna parte: la concertazione a scartamento ridotto non funziona. Non ho capito bene cosa voglia D’Amato, ma so cosa vogliono le piccole imprese: una discussione a tutto campo su quelle riforme che rappresentano una condizione essenziale al rilancio dell’economia. Basta con questo logorante giochetto della interdizione reciproca, mi sembra di stare su una pista dell’autoscontro, o davanti ad una roulette dove ci si ostina a puntare a tutti i costi su un numero che non esce mai. E la cosa non mi piace per niente».
Lei difende a tutto campo la concertazione, Maroni però ha appena detto: «Mai più».
«Sia chiaro: anch’io ho delle perplessità sul sistema concertativo. Così com’è andava bene negli anni in cui dovevano superare a tutti i costi i vincoli per entrare in Europa. Oggi va riformata, certo, ma non eliminata. Non mi pare il caso di giocarci la pace sociale e la definizione di una politica dei redditi per una norma che in fondo riguarda una platea di lavoratori molto limitata. Quanto al ministro del Lavoro, un giorno fa una apertura enorme ai sindacati, quello dopo dice che ha chiuso con la concertazione: mi ricorda un po’ quel personaggio della tivù, Tafazzi, specializzato in autoflagellazione».
Gli industriali dicono però che in fondo in giro non c’è tutto questo clima di conflitto sociale. Il governo afferma, con le parole del ministro Martino, che l’articolo 18 è una norma ammazzalavoro e che gli italiani capiranno. Lei che ne pensa?
«Io a dire il vero vedo un sindacato più unito che mai e su posizioni oltranziste come da tempo non si ricorda. L’oltranzismo non mi piace, porta, quando va bene all’apatia. Come imprenditore non mi sembra che sia un bel risultato, direi che è un autogol. Ed è un autogol che mi preoccupa se penso anche alla gelata in arrivo sulla economia che, certo, non ha bisogno di questo clima. Lo scontro sociale fa male alle famiglie, alle aziende e anche all’esecutivo che perde il consenso necessario per governare. In altre parole non conviene a nessuno, indebolisce tutti. Non mi pare il caso di rischiare. Quanto all’articolo 18 e alle conseguenze che una sua riforma può avere sull’occupazione ribadisco: la platea è ristretta».
Qual è la soluzione secondo lei?
«Sicuramente non quella di superare l’impasse rinviando tutta la questione al Parlamento. Su questa materia deve decidere il tavolo fra governo e parti sociali, ma deve deciderlo nell’ambito di una riforma molto più articolata. Io, per esempio, non trovo utile un confronto dove non si tenga conto che in questo paese ci sono due Pil, quello del centronord e quello del centrosud. Sul piatto della trattativa metterei questa e altre scomode realtà».