“Intervista” Bianchi: «Il governo decida subito nuovi investimenti produttivi»

09/10/2002




9 ottobre 2002

L’ECONOMISTA

Bianchi: una crisi prevedibile Il governo decida subito nuovi investimenti produttivi

      MILANO – «Il problema vero adesso è capire quali saranno gli interventi alternativi per evitare che la crisi dell’auto e i tagli alla produzione si traducano in un graduale processo di deindustrializzazione, soprattutto al Sud». Le ipotesi di chiusura degli stabilimenti Fiat di Arese e Termini Imerese e il forte ridimensionamento previsto per Mirafiori, non sorprendono l’economista Patrizio Bianchi, a lungo presidente del comitato scientifico di Nomisma e oggi preside della facoltà di Economia dell’Università di Ferrara. «Era una crisi prevedibile – spiega – tre mesi fa era già chiaro dove si sarebbe arrivati. Perché, come tutti i produttori di auto, a eccezione di Mercedes e Peugeot, anche Fiat stava lavorando in sovracapacità». Ma la preoccupazione dell’economista da sempre studioso degli aspetti industriali è il rischio che i tagli alla produzione possano compromettere oltreché l’occupazione, anche il patrimonio produttivo nazionale «soprattutto al Sud », innescando un processo di deindustrializzazione.
      La crisi della Fiat rischia davvero di far sparire dall’Italia l’industria dell’auto?
      «Il problema è che nella Fiat c’è un legame troppo stretto tra impianti e prodotti. Ed è preoccupante perché se si smette di produrre un determinato modello chiude anche la linea di produzione. Che è poi quello che avverrà adesso con Arese e Termini Imerese che producevano veicoli marginali. Quindi per capire se c’è un rischio di deindustrializzazione, è necessario vedere qual è la strategia di prodotto per il futuro».

      La Fiat l’ha comunicata: 20 nuovi modelli entro il 2004.

      «Ed è una strategia che arriva fino alla data in cui potrà esercitare l’opzione di vendita a General Motors. Allora, se il disegno è quello di portare Fiat Auto in Gm, coinvolgendo a livello europeo anche la Opel, non si può prescindere da una revisione della struttura produttiva di Fiat. Quali saranno le linee strategiche di questo percorso? Quali nuovi prodotti hanno in mente? E non sono solo queste sono le domande».

      Cos’altro?

      «Si dimentica che se è vero che Gm ha il 20% di Fiat Auto, è altrettanto vero che quest’ultima ha il 5% di Gm. In che modo farà valere il suo peso?».

      Difficile pensare che la quota in Gm possa garantire il mantenimento dei livelli occupazionali della Fiat in Italia. E sulle strategie congiunte di prodotto, salvo per i risparmi di costi, non è stato detto nulla.

      «Se non c’è una strategia di prodotto il rischio di deindustrializzazione diventa realmente concreto».

      Ma senza aiuti di Stato, con quali altri interventi si potrebbero ridurre questo rischio, almeno nell’immediato?

      «Il problema è garantire lo stesso livello livello di industrializzazione dopo la chiusura degli stabilimenti al Sud, che è dove è localizzata la maggior parte della produzione Fiat. Un esempio può essere l’Inghilterra, dove nel periodo del governo di Margaret Thatcher c’è stata una forte deindustrializzazione che ha coinvolto anche il settore auto. Questo pro cesso è stato accompagnato da investimenti mirati all’industrializzazione in altri settori, che ha evitato perdite di competitività alla Gran Bretagna riducendo anche l’impatto sociale della nuova politica industriale».

      E’ questo che dovrebbe fare il governo?

      «Sì, andrebbe fatto così anche in questo caso. Ma non è solo il governo che deve fare maggiore chiarezza sulle misure di garanzia. Anche la Fiat dovrebbe parlare di investimenti, e non solo di disinvestimenti. Se il management intende investire per ricollocare l’azienda, non c’è problema. Se gli investimenti sono legati invece all’accordo con Gm, allora va spiegato quali sforzi saranno fatti e con quali prospettive. Perché dove sarà tagliata la produzione servono garanzie. E quindi va spiegato quali interventi di salvaguardia si intendono attuare, altrimenti se i tagli alla produzione non vengono accompagnati da investimenti il processo di deindustrializzazione diventa inevitabile. E a pagare sarebbe la zona più debole, cioè il Sud, perché è lì che è concentrata buona parte della produzione della Fiat».
Federico De Rosa


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