“Intervista” Bertinotti: «La sinistra ascolti gli operai»

12/10/2007
    venerdì 12 ottobre 2007

    Pagina 4 – Economia

      "La sinistra ascolti gli operai"

        Bertinotti: bene il referendum, ma il Welfare può migliorare

          LUIGI CONTU

          ROMA
          «Il referendum che si è svolto tra i lavoratori italiani è un fatto eccezionale, un evento che in un momento di grande difficoltà del paese può rappresentare una opportunità per il governo, per il sindacato e per le forze della maggioranza. Ma a due condizioni: che la vittoria dei "sì" non sia strumentalizzata per impedire al Parlamento di migliorare l´accordo sul welfare e che venga colto in tutta la sua drammaticità il segnale di malessere che arriva dalle grandi fabbriche».

          Il presidente della Camera Fausto Bertinotti, una vita tra sindacato e politica, lancia un allarme alla sinistra italiana: «Il mondo del lavoro manuale, gli operai, si sentono esclusi e snobbati dalla società e da chi oggi ha il compito di governare con il rischio che vengano attratti dall´antipolitica. E la sinistra, se non affronta questo disagio rischia l´estinzione, in Italia e in Europa».

          Presidente, il risultato referendario è chiaro. I lavoratori approvano a larghissima maggioranza l´accordo siglato nello scorso luglio dal governo con i sindacati e gli imprenditori. A questo punto sembrano ridotti i margini per quelle modifiche del protocollo chieste dalla sinistra radicale, compreso il suo partito.

          «Sarebbe un errore gravissimo strumentalizzare per fini di parte questo risultato. Ma prima di addentrarmi nella interpretazione del voto voglio dire che in questi giorni abbiamo assistito ad una grande prova, un salutare bagno di democrazia, una consultazione fondata su un patto di reciproca fiducia. E nessuno, nemmeno chi ha agitato irresponsabilmente lo spettro dei brogli può mettere in dubbio un simile risultato. Ritengo che questa partecipazione stia a testimoniare come nel paese ci sia una larga parte di cittadini che vuole esprimere la sua opinione, che crede nella rappresentanza. Una sorta di antidoto a quella ondata di antipolitica che sta scuotendo la nostra società. Ma né il sindacato né il governo possono ora adagiarsi sugli allori: perché dalle urne escono segnali che dovrebbero far riflettere e preoccupare tutti».

          Qual è la sua riflessione? Che cosa la preoccupa?

            «In primo luogo si deve sfatare il mito che hanno votato per il "sì" i lavoratori moderati e per il "no" coloro che alle elezioni sono schierati con la sinistra radicale. La realtà è più complessa e il voto è stato trasversale alle appartenenze politiche. Non vorrei che una simile lettura impedisse di sentire il campanello d´allarme che è arrivato dal dissenso espresso in molte grandi fabbriche».

            Ci dia la sua lettura del voto.

              «Credo che la vittoria del "no" in luoghi così significativi come la Fiat di Mirafiori, la Fincantieri di Trieste o l´Ansaldo di Genova non esprima soltanto il dissenso sul testo dell´intesa e il disagio di chi non riesce con il salario a garantire una vita dignitosa alla propria famiglia. Leggo in questo voto lo smarrimento di chi vede svilito il proprio ruolo nella società. Purtroppo, il lavoro manuale è quasi dimenticato. La cultura operaia è stata vilipesa, direi cancellata dall´agenda politica».

              Sono affermazioni forti per chi come lei ha militato nel sindacato e nella sinistra.

                «Ne sono consapevole, e per questo sono angosciato. Ma da questa riflessione si deve ripartire. Questa gente è lì, sulla porta, e ci dice che vuole avere un ruolo attivo, che non accetta di essere ridotta ad una parentesi nella storia del Paese. Pochi giorni fa ho incontrato un gruppo di cavatori di marmo. Mi hanno chiesto di cambiare la riforma delle pensioni, di fare il possibile perché lavori così usuranti come il loro siano più tutelati. Prima che me ne andassi, però hanno aggiunto: "Fausto, fate di tutto, ma non fate cadere il governo". Ecco, se la politica della sinistra pensa di poter fare a meno di questa riserva, di questa gente che un tempo si chiamava la classe generale e che è in grado ancora oggi di accettare sacrifici in nome di un disegno politico, va a fondo definitivamente».

                E cosa dovrebbero fare governo e maggioranza per sventare questo rischio?

                  «Non basterebbe il miglior contratto immaginabile per risolvere i problemi di chi guadagna 1100 euro al mese e deve tirare la carretta. La risposta sta in una grande operazione politica che va dagli aumenti contrattuali ad una diversa politica fiscale e che consenta una grande azione di ridistribuzione del reddito. Ma vi pare normale che un giovane operaio si vergogni della sua condizione e sia costretto a simulare la sua condizione sociale quando va in discoteca con gli amici? Attenzione, il vento dell´antipolitica può dilagare ovunque se non arrivano soluzione adeguate. Siamo ai limiti della rottura sociale e se la sinistra non se ne fa carico, soccombe. Alle prossime elezioni politiche il disagio può scegliere partiti di protesta, ma anche la strada del non voto o del populismo».

                  Presidente, torniamo al protocollo approvato dal referendum. Lei crede che debba essere modificato nonostante la vittoria del "no"?

                    «Non si può utilizzare il voto per giustificare la richiesta di modifiche. Così come trovo capzioso l´argomento di chi sostiene che l´esito del referendum impone di lasciare inalterato l´accordo di luglio. Ma non capire e non ascoltare la richiesta che viene da questi segmenti vitali della società sarebbe un errore imperdonabile da parte di chi ha la responsabilità di legiferare. Capisco il governo che essendo uno dei soggetti che hanno siglato l´intesa non ritiene di dover indicare le modifiche da introdurre. Ma ricordo a tutti, anche per il ruolo che svolgo, che il Parlamento è sovrano. Non spetta a me dare valutazioni di merito ma vedo le condizioni per alcuni interventi ragionevoli e responsabili».

                    Nella maggioranza però c´è chi, come Dini, si dice indisponibile a votare modifiche. E il voto dell´ex premier e dei suoi, in Senato, può essere determinante per la sopravvivenza del governo…

                      «Io credo che dopo una consultazione così massiccia sarebbe grave se qualcuno si assumesse la responsabilità di non accettare ragionevoli istanze che vengono dalle grandi realtà operaie. In questo momento così difficile per la vita del paese la politica, con un po´ di modestia, dovrebbe essere capace di mettersi in una logica di ascolto».

                      Presidente, siamo a pochi giorni dalle primarie del partito democratico. Cosa può cambiare nel paese con la nascita di questa nuova formazione, e quale saranno gli effetti sul governo Prodi?

                        «Certamente la nascita del Pd rappresenta una novità importante nel panorama politico italiano. E la decisione di procedere sulla via delle primarie per la scelta del leader può essere significativa in questo momento di disaffezione dalla politica. Non so dire però gli effetti che saranno prodotti sul governo, perché vedo questo nuovo partito ancora in una fase molto contraddittoria. Il Pd mi sembra un ossimoro. Ha deciso di nascere ma non è ancora chiaro il progetto. Vedo troppa indeterminatezza e una pericolosa tendenza in alcuni suoi leader a lisciare il pelo e ad assecondare tendenze anche negative che pervadono la società. E tutto questo potrebbe portare il partito democratico in rotta di collisione con altre forze della maggioranza».

                        Il governo cala nei sondaggi, il Pd rischia di destabilizzare la maggioranza. Ci sta dicendo che è entrata in crisi la formula stessa di centrosinistra che vi ha portato al governo insieme ai cattolici e ai riformisti?

                          «Il centrosinistra è nella storia e nelle corde di questo paese fin dai tempi di Moro e Nenni. Ma le corde da sole non bastano a fare la musica. L´esperienza del primo centrosinistra ebbe una grande impronta riformatrice esauritasi all´inizio degli anni ´70. Il secondo stadio è coinciso con l´accordo tra l´Ulivo e le altre forze della sinistra sfociato poi nell´Unione e nella seconda vittoria di Prodi. Penso che quando si esaurirà questa esperienza, mi auguro alla fine della legislatura, si debba aprire una terza fase per riprogrammare un´alleanza consapevole. E credo che ciò sia possibile soprattutto se riuscissimo ad approvare un pacchetto di riforme per uscire da questo bipolarismo coatto».

                          Per la verità il clima sulle riforme non sembra favorevole. Dal Pd è arrivato lo stop al sistema tedesco, l´unico che sembrava in grado di superare gli steccati tra maggioranza e opposizione

                            «Anche questa, a mio avviso, è una contraddizione del Pd. Il sistema tedesco, insieme al superamento del bicameralismo perfetto, libererebbe il paese dai lacci che lo tengono avvolto. Il maggioritario ha dimostrato con maggioranze diverse di generare coalizioni troppo eterogenee. Se ne prenda atto e si abbandoni il disegno di tagliare le ali che in Italia porterebbe dritti alla grande coalizione, con conseguenze a mio avviso negative per tutto il Paese».

                            E se il Parlamento non riuscisse in questa missione?

                              «Sarebbe un errore. E dovremo ancora una volta fare il fuoco con la legna che abbiamo. Temo una coazione a ripetere dalla quale difficilmente verrebbe qualcosa di positivo per i nostri cittadini, chiunque dovesse vincere».