“Intervista” Bertinotti «Dalla pace sociale al conflitto Cofferati un leader, non c’è dubbio»

28/03/2002




LAVORO E RIFORME
L’intervista

Bertinotti «Dalla pace sociale al conflitto Cofferati un leader, non c’è dubbio»

      ROMA – «Lei è curioso di sapere come mi sia saltato in mente di aprire nel 2002 una battaglia politica anche dentro Rifondazione comunista per sconfiggere quel tanto di stalinismo che è rimasto nel nostro Dna? Provo a spiegarglielo così. Si è aperta, finalmente, una fase di movimento. E’ entrata in crisi l’idea che il capitalismo sia l’ultimo stadio della storia. Glielo dico avendo ancora negli occhi Porto Alegre, ma anche la gente del Circo Massimo: si ricomincia, l’idea di liberazione sta tornando in circolo. Ma, se non eliminiamo il piombo che il Novecento le ha lasciato addosso, non prenderà corpo». Così parla Fausto Bertinotti, a una settimana dal congresso di Rifondazione.
      Bertinotti, ma chi glielo ha detto che «si ricomincia»? Ho sentito Cofferati, ho visto la gente del Circo Massimo: non mi sembra che considerassero il comunismo all’ordine del giorno.
      «Per capire l’Italia bisogna guardare al mondo: quello italiano è un caso, non un’anomalia. E nel mondo si scontrano ormai apertamente due grandi correnti. Da una parte una globalizzazione non più dolce, ma di ferro, che apre ovunque anche una questione di democrazia. Dall’altra una realtà ancora inesplorata dalla politica tradizionale, un movimento dei movimenti che segna il passaggio dal tempo della pace sociale a quello del conflitto».
      Non le sembra, questa, una lettura della realtà così semplificata da sembrare quasi paradossale?

      «Potrei risponderle: mi spieghi lei, con un’altra analisi, quello che sta succedendo in Palestina e in Argentina, o l’affermazione di una dura destra neoliberista dagli Stati Uniti al Portogallo. Ma le chiedo: qualche anno fa avrebbe immaginato possibile un evento come Porto Alegre senza una centrale internazionale, di partiti o di sindacati, che lo organizzasse?».

      No. Ma continuo a credere che il comunismo non sia affatto attuale. Nemmeno per la grande maggioranza dei no global.

      «Io non sto dicendo questo. Sto dicendo che è in campo un movimento durevole, che ha per protagonista una generazione nuova e che, quando contesta gli effetti della globalizzazione neoliberista, esprime una forte potenzialità anticapitalistica».

      Le avevo chiesto del Circo Massimo. E dell’Italia.

      «C’è una continuità, certo, ma soprattutto una forte differenza tra la straordinaria manifestazione di sabato scorso a Roma, quella dell’84 contro il taglio della scala mobile e quella del ’94 per le pensioni, che segnò, in pratica, la fine del primo governo Berlusconi. Nell’84 era tangibile il segno della chiusura del lungo ciclo aperto dall’autunno caldo. E la grande manifestazione del ’94 fu soprattutto un soprassalto politico dopo la sconfitta elettorale, i sindacati e il popolo delle sinistre che venivano a Roma per dire: Berlusconi se ne deve andare».

      E il senso della giornata di sabato non era lo stesso?

      «Non si stupisca se le rispondo: no, assolutamente no. La radice sindacale della manifestazione era evidente, il fatto che fosse guidata dalla Cgil di Sergio Cofferati pure. E le sue sacrosante parole d’ordine sono state per davvero: no alla manomissione dell’articolo 18, no al terrorismo. La novità importante è che tutte queste cose giustissime sono state per così dire sovrastate dalla presenza di qualcosa di più del vecchio mondo del lavoro dipendente. E cioè di un movimento allo stato nascente in cui coesistono senza contrastarsi moderazione e antagonismo, tradizione riformista del sindacato e soggetti che con questa tradizione poco hanno da spartire. Un animale sociopolitico nuovo, difficile da capire se non si pensa a movimenti in cui coesistono, e si rispettano, la suora e la tuta bianca».

      Se le cose stanno così, è un bel problema anche per il centrosinistra

      «Dalla manifestazione di sabato il centrosinistra esce per un verso rivitalizzato, per l’altro ancora più in crisi».

      Se il movimento è così composito, si apre un problema pure per Rifondazione: o pensate che, in un modo o nell’altro, sia possibile egemonizzarlo?

      «Ma neanche per idea. La principale ricchezza di un movimento così ampio è proprio il suo pluralismo. Dobbiamo starci dentro con la nostra identità. Sapendo, però, che l’idea di rapporto tra partiti e movimenti alla quale ci siamo formati è saltata definitivamente. Per parlare dei sindacati: è finito il tempo della divisione politica del lavoro, il sindacato che ha giurisdizione piena sulla sfera economica e sociale, il partito che interviene quando entrano in ballo la politica e le istituzioni».

      Fatico a capire dove porta in concreto il suo discorso.

      «Le faccio un esempio che ci riguarda. Rifondazione comunista ha un contenzioso con il centrosinistra, ma non chiamerà il movimento a dirimerlo, caricando, per esempio, lo sciopero generale di obiettivi come la cacciata del governo o l’unità delle sinistre. E’ sulle parole d’ordine della Cgil che il movimento riesce ad essere unito e plurale».

      E’ un riconoscimento della leadership di Cofferati?

      «Che sia un leader non c’è dubbio. E trovo un po’ superficiale tutto questo accapigliarsi dei commentatori: Cofferati moderato, Cofferati massimalista. Sergio è un figlio politico di Luciano Lama, ma sta facendo cose che difficilmente Lama, sindacalista di un’altra epoca, avrebbe fatto. Penso, in particolare, al rifiuto di sedersi al tavolo della trattativa se il governo non toglie di mezzo l’articolo 18, o alla richiesta di scuse formali dopo le folli insinuazioni dei ministri sul terrorismo. Perché è diventato più estremista? Ma no. Forse Cofferati non la ha del tutto elaborata, ma ha sicuramente intuito la novità del movimento. E si è portato appresso Cisl e Uil».

      Può darsi che lo abbia aiutato, involontariamente, il governo
      «Non c’è dubbio. C’è una logica thatcheriana nella follia di Berlusconi. Ma è una logica che va contro la storia democratica e la costituzione materiale di un Paese in cui ci sono stati il Pci e la Cgil di Di Vittorio, certo, ma anche la Dc e la Cisl di Pastore e Donat Cattin. La politica di Berlusconi è la punta estrema della linea del vertice di Barcellona. Perché Aznar ha cercato e trovato un accordo con i sindacati, e Berlusconi, invece, con i sindacati cerca lo scontro frontale».
      Tra una settimana ci sarà il congresso di Rifondazione. Perché lei ha chiesto il superamento di ogni residuo stalinismo, e su questo tema c’è stato un confronto appassionato?

      «Io sono comunista. E se voglio proporre la mia idea di comunismo debbo renderla assolutamente comprensibile e plausibile agli occhi dei movimenti. Dunque debbo fare i conti con la storia, e con ciò che di questa storia vive ancora in noi. Residui di stalinismo compresi. Penso, per esempio, all’idea che tutto vada condizionato alla presa e al mantenimento del potere o, in termini più attuali, all’obiettivo di andare al governo e di restarci. E agli elementi di autoritarismo che ci portiamo appresso, direzione autoritaria del proprio partito compresa. Il Pci, nella critica allo stalinismo, andò più avanti di tutti gli altri partiti comunisti, ma non su questi punti, e comunque lasciò che il mito staliniano sopravvivesse in ampie zone della base.
      Noi, che lo stalinismo lo critichiamo da sinistra, di tutto questo abbiamo discusso nei nostri circoli. Mi pare una buona cosa. A lei no? »
Paolo Franchi