“Intervista” Bersani: «Via entro l’anno o riforme vane»

15/02/2007
    domenica 11 febbraio 2007

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    «Via entro l’anno o riforme vane»

      Bersani: serve uno sforzo eccezionale in Parlamento per l’ok alle liberalizzazioni

        di Alberto Orioli

        Il rischio ingorgo. Pierluigi Bersani, ministro dello Sviluppo economico, 55 anni, teme l’effetto spiazzamento dovuto alla difficoltà di tradurre in leggi vere le diverse "lenzuolate". L’ultima non è ancora approdata alle Camere dove già sono in discussione almeno cinque Ddl con altrettante riforme pesanti dall’energia, alla class action, dalle tv alle professioni. Per non parlare dei decreti, molti dei quali su temi altamente sensibili come il rifinanziamento delle missioni militari, che già affollano i lavori di commissione. «Abbiamo liberalizzato a 360 gradi. C’è rimasto poco – dice Bersani – ma se in Parlamento non facciamo uno sforzo grande di coesione, come già abbiamo dimostrato di saper fare, temo che non arrivi il segnale al Paese. Dobbiamo fare almeno alcune leggi significative entro l’anno».

        Il ddl energia rischia di finire impantanato alla camera cone fu la riforma Marzano?

          Entro luglio bisogna rispettare gli impegni europei e bisogna aprire il mercato dell’energia. Io intendo essere puntuale e non inadempiente, ma più che presentare il ddl al primo Consiglio dei ministri non potevo fare. In ogni caso alcune norne le abbiamo anticipate in Finanziaria.

          Intanto il Parlamento si occuperà dei Dico…

          Su questi temi penso che il Parlamento rimarrà impegnato parecchio. Se poi si considerano gli impegni per le discussioni sui documenti d’indirizzo della politica economica e per la sessione di bilancio, il tempo a disposizione delle Camere non è molto. Per questo penso che potrebbe servire anche la commissione bicamerale inserita nella riforma delle authority. Sarebbe un elemento di fluidificazione dei rapporti Esecutivo-Parlamento.

          L’ultima non è ancora arrivata alle Camere che già si annuncia una nuova "lenzuolata".

            Non sarà un’altra ondata di liberalizzazioni. Saranno provvedimenti per attivare misure già predisposte nel campo del risparmio e dell’efficienza energetica, per rendere fruibili gli strumenti finanziari. Ci saranno anche misure di sostegno all’eco-industria nazionale per rendere più diffuse le tecnologie.

            Sa che in Parlamento voglioni il taglio ai costi delle ricariche dei cellulari?

              Siamo ben convinti delle norme che abbiamo trasmesso alle Camere. Il Parlamento farà le sue valutazioni: per adesso è singolare una discussione su una cosa non ancora arrivata alle Camere.

              Torniamo alle liberalizzazioni. Si ha la sensazione di una riformismo un po’ minimalista.

                Bernheim mi ha attaccato già due volte. Evidentemente non mi sono occupato solo di barbieri. Da qualche tempo vedo banchieri che si dicono preoccupati delle conseguenze degli ultimi provvedimenti. Non mi sembra minimalismo.

                A proposito di banchieri, Bassanini, ds, è numero due della Cassa depositi e prestiti, e la Quercia non sembra indifferente alle prossime mosse del risiko bancario soprattutto per le sorti di Capitalia e Mediobanca. Che ne dice?

                  Nulla.

                  Sul fondo F2i è nato un dibattito se sia o meno la nuova Iri. Non c’è il pericolo di un nuovo soggetto più vicino alle partecipazioni statali che al mercato?

                    Non credo che F2i sia un nuovo Iri. Il tema è un’altro. È quale sia il rapporto pubblico-privato, quale sia il concetto di "misto efficiente" in economia. La Cassa ha il 10% e il fondo annuncia di voler promuovere l’attivazione di altri capitali da destinare ainfrastrutture. Del resto è un concetto che applichiamo anche noi nel ddl su Industria 2015 con il fondo dei fondo: è un sistema che consente di inglobare una quota di rischio per soggetti che vogliono investire, ad esempio, in piccole e medie imprese da riqualificare,. Il ruolo del pubblico è fare da sponda a capitali indirizzati su target di lungo periodo e strutturali. Porta un elemento di coerenza rispetto alle priorità del Paese. Questo è il pubblico che serve: quello che promuove, per quanto è necessario e finché è necessario. Poi il pubblico fa il pubblico e il privato il privato.

                    Il fatto è che F2i punta a partecipazioni per pesare non per indirizzare. lei si sente di considerare irrealistico, ad esempio, che Gamberale, l’ex ad di Autostrade, possa tormare, nella nuova veste di gestore, come dominus in Autostrade?

                      Mi sembra irrealistico.

                      Per stare alle reti. lei èfavorevole alla fusione tra Snam Rg e Terna?

                        Va applicato un principio della ragion succiciente. Ma si deve dimostrare che esiste un vero vantaggio industriale. Se c’è, dico che si può affrontare il tema. Senza pistole alla tempia, però, e senza escludere un azionariato strategico anche vario, magari misto, ourché molto "lontano" dalle società operative.

                        Scaroni dice che per il gas l’ottimo sarebbe una rete europea.

                        Anch’io lo penso. Sono d’accordo, ma vedo un approccio in progress. Non mi impiccherei a questo obiettivo considerandolo una pregiudiziale. Parliamoci chiaro: l’Europa ha avuto maturazioni diverse nel processio di liberalizzazione. C’è prima da fare un lavoro di armonizzazione. Un lavoro lungo e paziente. non credo si possa pensare di andare domani in Europa a dire: «Da oggi è obbligatoria la separazione delle reti». Resta il fatto che non posso non pensare all’interesse nazionale e a un campione nazionale come l’Eni oggi dico: io ho grandissimo affetto per l’interesse nazionale e anche per i campioni nazionali, ma in questa fase di mercato non è detto che le due cose coincidano. Può darsi ad esempio che, in alcune fasi, come già accaduto, all’azienda convenga descrivere la bolla del gas e bloccare gli investimenti in infrastrutture mentre questo non è l’interesse nazionale.

                        Non è dirigismo bersaniano?

                          No, è un modo per cercare di salvare gli obiettivi strategici del Paese, di garantire la soggettività industriale degli investimenti e l’equilibrio strutturale del mercato. È una fase di grande cambiamento, bisogna ragionare in modo razionale e guardare al processo di lungo periodo.

                          Un processo, soprattutto in tema di energia, che deve guardare all’Europa. Come?

                          Per noi innanzitutto significa, come le ho detto, armonizzare le legislazioni. poi bisogna fare l’infrastruttura europea che significa più interconnessioni e coordinamento delle regolazioni nonché un diverso mix delle fonti che, per essere ottimale, va gestito a livelo continentale. Vanno messi in comune alcuni sistemi di sicurezza come la gestine delle scorte, i depositi. Eppoi vanno organizzati e resi consapevoli i 480 milioni di consumatori europei; serve un gioco di sponda tra Governi, organizzazioni e grandi campioni per fare, come si è fatto per l’aeronautica, un po’ di gioco di squadra che dia più elementi di certezza e di sicurezza negli approvvigionamenti. Dobbiamo mecolare il sangue, c’è poco da fare. E quindi anche le norme sulla contendibilità delle imprese non devono essere troppo diverse da Stato a Stato, perché altrimenti scattano sempre atteggiamenti difensivi. E, del resto, noi stessi siamo costretti a mantenerci prudenti.

                          Secondo lei Enel e Eni dove potrebbero avere chance come predatori?

                            Giustamente l’Enel sta guardando all’Europa e all’Est europeo. L’Eni ha ruoli da svolgere sia laddove detiene riserve o tradizioni commerciali, sia in Europa, dove il consumo del gas sarà in crescita.

                            Qual è il ruolo per le municipalizzate?

                              Darsi mass critica sufficiente per ottimizzare le diverse missioni industriali diventando, in almeno qualche caso, dei player nazionali e europei.

                              È tornata in auge la liberalizzazione ferroviaria. che spazio c’è per i privati?

                                Noi abbiamo davanti una sfida eccezionale. In Italia, tra pochi anni, avremo il raddoppio degli assi strategici del Paese, un aumento del potenziale della capacità produttiva del settore mai visto prima. Oltre ai binari servono treni, investimenti che devono coinvolgere anche i privati e le liberalizzazioni sono la strada maestra. Per questo serve subito l’Autorità dei trasporti w l’Autorità per la sicurezza. le Fs vanno trattate come un’azienda vera.

                                Ma Moretti dice che i privati entrano nel business redditizio e alle Fs lo Stato lascia solo i rami in perdita togliendo al soggetto pubblico l’unico modo per compensare i conti.

                                  Dobbiamo definire una volta per tutte il servizio universale e metterlo a gara. E pagarlo come farebbe un buon cliente. Lo Stato ha la sua responsabilità come cattivo pagatore che poi subisce le conseguenze dei disavanzi delle Fs. Il servizio va remunerato. Lo si può pagare anche con un piano di investimenti in materiale rotabile. La vera chiave dell’alta velocità però si chiama trasporto regionale: sarà il momento di fare grandi sistemi metropolitani di trasporto, è un’occasione storica, se avremo la forza per coglierla.

                                  E i rami secchi?

                                    Dalla nuova definizione di servizio universale risulteranno eventualmente i cosidetti rami secchi. Nel caso li taglieremo.

                                    E l’occupazione?

                                      Le liberalizzazioni portano più posti di lavoro, non meno.