“Intervista” Bersani: «Servono risorse, non cifre poco attendibili»

05/07/2002

 Intervista a: Pier Luigi Bersani
       
 



Intervista
a cura di

Bianca Di Giovanni
 

04.07.2002
«Servono risorse, non cifre poco attendibili»


ROMA
L’opposizione aspetta i fatti, che sono: risorse per le pensioni minime, per gli ammortizzatori, per il nuovo contratto del pubblico impiego, la riduzione delle tasse. Queste le «voci» elencate da Pier Luigi Bersani, responsabile economico dei ds, che le chiama «esigenze ineludibili» su cui l’Ulivo farà sentire le sue ragioni. Una sfida, visto che ci si trova di fronte a un governo «poco attendibile», che «tiene nascoste le cifre e fa capire che può cambiare le carte in tavola a suo piacimento», che «non controlla la situazione». E qui parte l’avvertimento che Bersani lancia ai sindacati: si può fare qualsiasi patto, basta che sia credibile.
Come si fa opposizione ad un governo circondato dall’incertezza?

«L’opposizione parte da un fatto: in occasione della finanziaria scorsa noi avevamo fatto le nostre previsioni, che si sono rivelate più crediboili di quelle del governo. Sappiamo di avere una credibilità che vogliamo a questo punto riproporre di fronte ad una situazione che si è fatta più confusa. Quindi noi aspettiamo le carte del governo per presentare a nostra volta lo scenario che vediamo noi, e per fare le nostre contro-proposte. A oggi non è dato conoscere una cifra».

Qualcuna c’è.

«Esprimiamo le nostre perplessità forti su alcuni punti. C’è l’equilibrio di finanza pubblica sul triennio 2001-2003 che non ci convince. Eurostat oggi ha dato un duro colpo alle misure messe in campo dall’Economia, nonostante le minimizzazioni del ministero».

Giulio Tremonti oggi dice che Eurostat ha cambiato le regole in corsa, e le ha rese retroattive.

«Le regole che Eurostat ha chiarito sono quelle proprie di una finanza seria, rispetto alla quale non ci dovrebbe essere bisogno di Eurostat. E cioè che le cifre vanno scritte quando si incassano, in caso contrario si deve scrivere anche un debito. Mi pare una norma di buona amministrazione. Non si possono impegnare futuri introiti come quelli del Lotto. Eurostat chiarendo cose ovvie, ha dato un colpo ad una interpretazione che Tremonti ha dato delle cartolarizzazioni. Inoltre ha provocato un effetto sul bilancio, anche se leggo che Baldassarri dice che non ci sono problemi».

Anzi, si sostiene che per qualche verso è meglio, perché gli incassi mancati nel 2001 arriveranno quest’anno.

«Addirittura meglio? Il fatto è che, siccome sono state previste le cartolarizzazioni anche per il 2002 e per il 2003, quello che Baldassarri chiama “spalmatura” significa proiettare gli introiti nelle annualità successive, che possono arrivare all’anno X, e quindi ne consegue una riscrittura delle previsioni. E con le nuove regole gli immobili bisogna venderli per iscrivere gli introiti a bilancio. È evidente che se si è tentato l’”anticipo” significa che non si crede di poterli vendere, e quindi che la spalmatura porta ad un abbassamento delle previsioni d’incasso. Oltre a questo ricordiamoci che ci sono misure del governo Berlusconi che non hanno funzionato. Sappiamo come stanno andando le cose».

Può fare un pronostico?

«Sono quasi certo che la Tremonti-bis costerà allo Stato senza aver aiutato gli investimenti. Il sommerso non ha reso quello che doveva rendere. Tra tutte le previsioni sbagliate, l’unica misura che ha funzionato è il rientro dei capitali illecitamente esportati, evidentemente in questo hanno un fiuto».
Il fatto che nel 2003 il deficit è previsto allo 0,9%, il doppio dello «sconto» Ue, che in realtà l’Italia non ha (il ministro parla di pareggio virtuale) significa che siamo fuori dall’euro?

«Non c’è dubbio che laddove si stanno esprimendo governi di centro-destra abbiamo una tendenza abbastanza significativa di allentamento della disciplina dei bilanci pubblici. E questo non in nome di un impegno comune dei Paesi Ue a sostenere grandi piani di investimento, ma in nome di una teoria per la quale ognuno deve essere libero di fare quel che vuole. Ma se ognuno fa quel che vuole, a un certo punto la Bce dovrà provvedere in termini di tassi e di vigilanza. In particolare è teorizzato un lassismo rispetto ai parametri, che sottovaluta il peso dell’enorme debito pubblico del nostro Paese. Quanto al pareggio virtuale, io dico che ci aspettiamo le dimissioni virtuali di Tremonti, visto che il ministro le aveva promesse in caso di mancato pareggio nel 2003».

Tra i quattro punti che ha definito esigenze ineludibili, c’è la riduzione delle tasse che il governo afferma di avviare già dal prossimo anno.

«Noi siamo d’accordo che si debba partire dai più deboli, ma non intendiamo, come fa Tremonti, che i più deboli abbiano l’antipasto e gli altri il primo, il secondo e la frutta. Siamo perché i ceti più deboli partecipino al resto del pasto. E questa è un’avvertenza anche per i sindacati che seduti ora al tavolo».

Un giudizio sul tavolo con il sindacato.

«Sono d’accordo con Cofferati quando ha detto che la posizione di chi vuol negoziare non è illegittima, ma è sbagliata. Ho sempre detto ai sindacati che avevano intenzione di negoziare, che questa ipotesi è molto legata all’interlocutore che si ha davanti. E questo interlocutore è inaffidabile. Sono convinto che è capace adesso di smussare qualche angolo per portare a casa un accordo separato, e poi in autunno a riaprire le danze spiazzando coloro che si sono seduti. La strategia di questo governo è di isolare la Cgil e di indebolire tutto il sindacato. Dopodiché se ci fosse un accordo separato, per i contenuti che si leggono oggi l’accordo si delinea insufficiente e negativo. Un rischio particolare, poi, è questa connessione intima tra Dpef e accordo separato con alcuni sindacati attorno a temi propri della politica dei redditi. Sancire che il Dpef sia il risultato di un accordo con i sindacati è molto pericoloso».
Un commento sul caso Biagi, cosa sta succedendo, c’è da aspettrsi altre lettere?
«Siamo in un meccanismo di veleni, provocazioni, strumentalizzazioni. Mentre Berlusconi “regna”, mi sembra che si stia ricreando un meccanismo di destabilizzazione nei piani interni del sistema su cui bisogna alzare una forte denuncia. Le dimissioni di Scajola non sono la cura di questa situazione, anche se sono giuste. Il problema che abbiamo è un governo che non controlla la situazione in economia e nella difesa».