“Intervista” Bersani: «Chi accusa il sindacato non conosce la storia del Paese»

27/03/2002

 Intervista a: Pierluigi Bersani
       
 

Pierluigi Bersani


Intervista
a cura di

Ninni Andriolo
 

26.03.2002
"Chi accusa il sindacato non conosce la storia del Paese"


ROMA
«Apprendisti stregoni che non sanno quel che dicono. Quando accusano il sindacato di contiguità con il terrorismo non conoscono la storia di questo Paese. Cgil, Cisl e Uil sono state protagonista della lotta per sconfiggere lo stragismo nero e il brigatismo rosso». Pierluigi Bersani commenta le reazioni al Cgil-day di sabato scorso. «Compito di un esecutivo è quello di distinguere quando si fa campagna elettorale da quando si governa – afferma – Quando governi sono tutti figli tuoi, questo è il punto che loro non capiscono».

Palazzo Chigi corregge il tiro: «non esistono contiguità del sindacato nei confronti del terrorismo». Cgil, Cisl e Uil rispondono che non ci sono le condizioni per trattare…

Quando servono parole chiare bisogna dirle chiare, altrimenti si peggiora la situazione. Oggi si ha l’impressione che il governo non abbia il polso della situazione e abbia una specie di coazione a cercare lo scontro, senza avere poi la capacità di gestirlo. La tensione che si è determinata sul piano sociale invece di essere prevenuta è stata suscitata…

Suscitata perché?

Siamo di fronte a un’azione di governo che ha avuto nei primi mesi la caratteristica di rispondere a esigenze di oligarchie; nei mesi successivi la caratteristica di impostare le cosiddette riforme sulla divisione dei cittadini e delle generazioni. Infine si è data l’impressione di cercare la battaglia emblematica, il nodo gordiano da recidere, fosse anche quello improbabile e senza fondamento dell’articolo 18. Questo è stato fatto per dare una prova di passaggio d’epoca…

Una linea che ha provocato la manifestazione Cgil di sabato scorso…

Le reazioni alla manifestazione sono state scomposte e del tutto inavvertite anche nella logica stessa di un governo che deve aprire comunque un tavolo di negoziato. In questo momento si apre una questione molto delicata perché, oltre ad esserci un clima di forte tensione sociale, abbiamo di fronte un governo che non ha un timone solido.

E come se ne esce, a questo punto?

Il governo deve recuperare un filo di relazione e di dialogo con le forze del lavoro. Lo dico io, da esponente dell’opposizione. Non è possibile che in un Paese come il nostro si proceda dentro una situazione di incomunicabilità. Così si crea un pericolo per l’economia e per le prospettive di sviluppo.

Un pericolo che rischiano di pagare anche gli imprenditori, non crede?


Certo. Gli imprenditori come immaginano la situazione dei prossimi sei mesi – quando si potrà annunciare un ripresa economica piccola o meno piccola che sia – senza una guida e nel pieno di un conflitto sociale? C’è qualcosa di irrazionale dal punto di vista dell’imprenditore per il quale è necessario che dialettica e conflitto trovino sedi di composizione e incontrino qualcuno che tenga ferma la barra.

Tra gli industriali emergono interrogativi sull’efficacia della linea D’Amato…

Alla base di tutto penso ci sia un giudizio non maturo sugli anni del centrosinistra, che si è determinato in Confindustria, nei settori più vicini a D’Amato. Se si valuta che le riforme non sono state fatte, e se si aggiunge che le riforme sono impossibili perché il sindacato le impedisce, se ne ricava che bisogna infliggere una sconfitta storica al sindacato. Negli anni del centrosinistra, invece, le riforme, anche se insufficienti, sono state fatte. Noi abbiamo dato un’iniezione di flessibilità assolutamente inedita che oggi, anzi, pone il problema di essere compensata da una nuova stagione di diritti e di tutele. Se si parte da questo e si considera che la concertazione ha avuto momenti d’impasse – ma ha portato anche a risultati molto importanti – la conclusione è diversa da quella di D’Amato e si possono trovare, con pazienza, le forme e i modi per proseguire il percorso riformatore. Ma questo deve avvenire dentro un discorso di corresponsabilizzazione delle organizzazioni sindacali e senza mettere sul tavolo temi di principio, emblematici e inefficaci, come quello che riguarda l’articolo 18.

Governo e Confindustria non tornano indietro sull’articolo 18…

L’articolo 18 per i lavoratori è oro, perché richiama una tutela fondamentale, mentre per gli imprenditori è stagno, perché non cambia di molto il fatto che ci sia o no quell’articolo. Invece si è cercato uno scambio improprio su questioni ideologiche…

Il messaggio era: «diamo un colpo al sindacato»…

È chiaro che c’è un po’ di richiamo della foresta in quel messaggio. Però sento molte perplessità su un modo di condurre le cose che può determinare la rottura della politica dei redditi, questioni salariali, tensioni a livello aziendale. Dopodiché bisognerebbe dimostrare a questi imprenditori, messo da parte l’articolo 18, che c’è una disponibilità a compiere passi avanti sui temi della competitività, del mercato del lavoro, dell’innovazione, della ricerca, dello sviluppo, della tecnologia, della lotta alla burocrazia. Sia il sindacato che il centrosinistra hanno pronte proposte che riguardano un’ulteriore passo avanti nelle riforme. E immagino che di proposte ne abbia anche il governo. Cerchiamo, quindi, di trovare il modo di discutere un’agenda che tenga conto dei temi che tutti ritengono necessario affrontare…

Un tavolo di discussione politica e sindacale, è questo quello che lei propone?

Esatto. Un tavolo che abbia i suoi luoghi sia a Palazzo Chigi che in Parlamento. Considero questa la risposta più efficace al terrorismo. Facciamo tutti uno sforzo di dialogo. Lo sforzo del governo deve essere orientato a rimuovere il problema dell’articolo 18 che, tra l’altro, non ha una ragione profonda d’essere.