“Intervista” Benetton: «la famiglia fa un passo indietro»

06/03/2003





6 marzo 2003

INTERVISTA / Il fondatore resterà presidente del settore abbigliamento-moda. De Puppi lascerà con la prossima assemblea

«Benetton, la famiglia fa un passo indietro»

Luciano: responsabilità totale ai manager nelle società operative. Gli azionisti raccolti in Edizione

      La famiglia Benetton fa un passo indietro. E dà spazio ai manager. Accadrà in quello che è sempre stato il cuore del gruppo, la società di abbigliamento e moda, la Benetton appunto. Ed è già accaduto nelle società controllate come Autostrade e Autogrill. Ad annunciarlo è il fondatore Luciano Benetton, che 40 anni fa iniziò a vendere le prime magliette colorate. E che oggi si appresta ad avviare la svolta. Una svolta che arriva all’indomani del successo dell’offerta pubblica di acquisto su Autostrade, dopo il ricambio manageriale appena attuato in Autogrill (con l’arrivo dall’America di Gianmario Tondato Da Ruos), e in vista di quello che sarà attuato in Benetton, dove l’amministratore delegato Luigi De Puppi si appresta a lasciare l’azienda con l’assemblea di bilancio. Una scelta meditata negli ultimi mesi, ma che dopo l’acquisizione di Autostrade è divenuta quasi obbligata per un gruppo che ormai in Borsa è arrivato a valere oltre 16 miliardi di euro, qualcosa come Mediaset, Mediobanca e Finmeccanica messe assieme.
      Un passo indietro della famiglia, quindi, dalla gestione di Benetton group. Non negherà che in un’Italia dove imprenditori e famiglie rimangono legati al proprio business ben oltre l’età della pensione, appare strano come annuncio.

      «Intanto passo indietro non significa abbandono. Io resterò comunque presidente della Benetton Group».

      E allora cosa cambierà?

      «Si tratterà di una presidenza pura, quasi onoraria, non legata cioè alla gestione del giorno per giorno o del mese per mese. I miei fratelli poi lasceranno i loro incarichi a manager già selezionati.
      Faremo gli azionisti. Abbiamo imparato la lezione di Autogrill e Autostrade».

      Come la lezione di Autogrill e Autostrade?

      «Vede, nel 1963 ho cominciato a girare per l’Italia con i miei maglioni (la società vera fu poi fondata nel 1965), e questi sono stati per me e la mia famiglia anni di crescita anche veloce, vorticosa, prima nel campo della moda, poi più di recente, in altri settori con la diversificazione.
      È stato però nei mesi scorsi che ci siamo resi conto, il gruppo e noi quattro fratelli, io, Gilberto, Giuliana e Carlo, che era giunto il momento di pensare non più in termini di anni ma di generazioni».

      E, appunto, normalmente si fa spazio ai figli…

      «Aspetti, le dicevo di Autostrade e Autogrill, ebbene queste acquisizioni ci hanno permesso di capire che dovevamo pensare a un gruppo dove le società operative fossero in grado di marciare da sole. Con gli azionisti raccolti in Edizione Holding (la società a cui fa capo il 50% di Autostrade, il 57% di Autogrill e il 69% di Benetton,
      n.d.r .) a garantire lo sviluppo, le grandi opzioni strategiche, la continuità, ma con le società perfettamente autonome tra loro e in grado di crescere nel tempo».
      Già, ma i figli?

      «La responsabilità dei manager deve essere totale. Anzi, le dirò di più, in Benetton Group a un passo indietro della famiglia corrisponderà un rafforzamento della struttura manageriale, con ingressi di altri nuovi manager anche dall’esterno».

      Che cosa vi ha fatto capire che era giunto il momento?

      «La decisione di uscire dall’attrezzo sportivo. È difficile fare autocritica, ma non si può negare che fu un errore entrare nel ’98 nel settore dell’attrezzo sportivo».

      Un errore perché?

      «Semplicemente perché era un altro mestiere. Sembrava simile e non lo era. Da qui anche la scelta di dare maggior spazio ai manager. Le fortunate esperienze con Gianni Mion in Edizione, Vito Gamberale in Autostrade, e quella analoga di Tondato, prima in Host e oggi in Autogrill, ci dicono che le aziende devono avere uomini fortemente determinati e puntati sulla crescita e sviluppo delle aziende. Come lo sono stati gli imprenditori nella fase di formazione e consolidamento delle medesime imprese».

      E in Benetton?

      «Stiamo chiudendo l’esperienza dell’attrezzo sportivo con la cessione di Rollerblade, cosa che peraltro ha determinato la prima nostra perdita della storia, avendo dovuto ridurre drasticamente il valore di quelle società. Luigi De Puppi, che aveva, tra gli altri, il mandato proprio di cedere il settore sportivo, lascerà con l’assemblea di bilancio il gruppo dopo aver concluso la sua missione».

      Chi verrà al suo posto?

      «La scelta è già stata fatta, ma si tratta di un manager che sta concludendo importanti operazioni, comprenderà quindi il riserbo. Di sicuro sarà un rafforzamento decisivo per la società che si appresta a una stagione importante. Pensi soltanto agli investimenti nei megastore, alla scelta di essere un gruppo che produce abbigliamento di qualità made in Italy e made in Europe».

      Anche perché la crisi economica si fa sentire.

      «Siamo nati in una situazione di crisi, gli investimenti più redditizi li abbiamo fatti in anni bui come il 1992, il 1993. Non soltanto quindi la crisi non ci spaventa, ma anzi ci spinge a fare scelte forti. Se non avessimo ceduto lo sport, avremmo comunque realizzato un utile importante».

      L’operazione prelude anche a un rafforzamento patrimoniale di Edizione e Benetton?

      «No, né di Edizione, né di Benetton, non ne hanno bisogno».

      Avete speso parecchio però negli ultimi anni.

      «Tenga conto che avremmo anche la possibilità di effettuare uno spin off immobiliare. Solo Benetton ha investito nel settore 700 milioni di euro. E poi Edizione non ha speso molto».

      I debiti sono rimasti infatti in Schema 28 che ha acquistato Autostrade.

      «La tecnologia esiste anche in finanza non solo nelle telecomunicazioni. E poi quando si è trattato di privatizzare Autostrade non c’era certo la fila degli imprenditori a farsi avanti. E nemmeno quando si è trattato di impegnarsi per 9 miliardi di euro nell’Opa. Oggi, si dice, si indebita l’azienda. E lo si dice perché si pensa ad Autostrade a come sono oggi. E non a quello che saranno domani con una forte rete di alleanze in Europa. Sa, pensare a breve, è un difetto, forse un errore del mondo della finanza. Un errore che però gli imprenditori non devono mai fare».
Daniele Manca