“Intervista” Benetton: «Inutili le contrapposizioni; la previdenza va rivista»

11/01/2002


La Stampa web




intervista

Flavia Podestà


(Del 11/1/2002 Sezione: Economia Pag. 7)
«Inutili le contrapposizioni
La previdenza va rivista»
Luciano Benetton invita a non rinunciare alla scommessa europea

CON le contrapposizioni frontali si risolve poco, meglio il confronto anche serrato, ma diretto: meglio negoziare punto su punto, attorno a un tavolo. Non entro nei dettagli perché non sono un tecnico, ma sono convinto che una rilettura del sistema previdenziale fosse necessaria». Luciano Benetton – con il distacco che gli deriva dal muoversi con assoluta disinvoltura ormai da molti anni sullo scacchiere internazionale e che lo porta a considerare l´Italia come un tassello «importante» ma «indissolubilmente legato» alla più ampia «casa comune» europea – evita accuratamente di farsi coinvolgere nelle polemiche che stanno contrapponendo il sindacato (o parte di questo) e il governo sul disegno di legge delega predisposto dal ministro del Lavoro Roberto Maroni. Ricorda, però, che tutti – dal Fondo Monetario all´Ocse, alla stessa Unione Europea – hanno «ripetutamente sollecitato il nostro paese a rivedere il proprio sistema di protezioni sociali, mettendo sul banco degli imputati soprattutto il sistema pensionistico». Benetton confessa di non conoscere, nel dettaglio, il provvedimento del governo, il che non gli impedisce di esprimere un giudizio positivo su un punto: quello che prevede, per i nuovi assunti, una riduzione di qualche punto percentuale dei contributi.

Un sistema previdenziale pubblico/privato le sembra più corretto?

«Credo sia più tollerabile per il bilancio pubblico. E trovo corretto che il ministro – senza intaccare i diritti acquisiti da chi ha ormai quasi alle spalle una vita di lavoro – abbia deciso di prevedere un contributo più massiccio della previdenza integrativa per le nuove generazioni che si affacciano al mercato del lavoro. Il concorso pubblico/privato renderà sicuramente più efficiente il sistema previdenziale, proprio come avviene in altri paesi d´Europa».

Gli standard prevalenti nell´Unione europea sono dunque i parametri con cui valutare la bontà di una riforma di questo tipo?

«Certamente, perché, visto che la concorrenza tra paesi rimane, Bruxelles finirà per premiare i criteri e gli standard più efficienti: in tutti i campi».

Da imprenditore ritiene che, nel nostro futuro, ci sia bisogno di più Europa o di meno Europa?

«Non ho dubbi: come italiano e come imprenditore – che quotidianamente sperimenta il peso di monete diverse, regole diverse, standard non sempre omologabili, criteri raramente convergenti – brindo all´euro e mi auguro che si proceda rapidamente verso una maggiore integrazione europea, nel senso di dar vita ad una vera casa comune».

A parole sembrano auspicarlo tutti. Quando, però, dalle dichiarazioni di principio si passa alle scelte concrete – che significano il perimetro e i contenuti di una Costituzione europea, gli ambiti e il quantum di quote aggiuntive di sovranità nazionale da trasferire a Bruxelles, il tipo di governance da dare all´Ue, e le regole per l´adozione delle decisioni – nel coro si moltiplicano le dissonanze. Lo sentiamo proprio in questi giorni, con il riemergere di tutta la letteratura sui valori degli Stati nazionali come uniche entità capaci di difendere gli interessi nazionali. Cosa ne pensa?

«Che è una solenne sciocchezza. I poteri di indirizzo vanno trasferiti a Bruxelles dove la visione degli interessi complessivi può essere decisamente più ampia. L´obiettivo di fondo dei governi europei non può essere quello di difendere le poltrone, ma di fare sì che l´Europa possa diventare un soggetto politico capace di svolgere il ruolo che le compete sullo scacchiere mondiale: trattando con gli Stati Uniti e la Russia da pari a pari».

E´ d´accordo con l´avvocato Agnelli quando sostiene che il gioco vale la candela se si rinuncia a quote aggiuntive di sovranità nel proprio paese per condividere con i partner le chiavi e la potestà della più ampia casa comune europea?

«Sono totalmente d´accordo con l´Avvocato. L´Europa, lo abbiamo già visto, continuerà a contare poco se non riuscirà ad essere più integrata e più coesa, come solo può diventarlo procedendo a tappe forzate verso l´unione politica, dopo il successo di quella monetaria».

Quale modello bisognerebbe adottare?

«Quello delle Confederazioni, dagli Stati Uniti alla Svizzera, ovviamente».

Ma questo significa dire addio al progetto di Europa delle patrie.

«L´Europa delle patrie poteva andare bene per De Gaulle che parlava quando l´Unione era solo agli albori. Oggi è un non senso che non ci porterebbe da nessuna parte e noi continueremmo ad essere, nel mondo, un nano politico: a differenza del passato, però, difficilmente potremmo essere in futuro un gigante economico, perché la velocità di decisione che gli Stati federali sanno realizzare ci metterebbe inevitabilmente fuori gioco».

Si rende conto che il modello federale comporta la definizione di diritti, principi, prerogative anche sociali ed economiche da codificare in una carta costituzionale cogente per tutti? E significa, inoltre, rendere più sottili le strutture degli Stati nazionali, man mano si trasferiscono funzioni e poteri relativi a Bruxelles.

«Ma è proprio in quella direzione che si deve andare. Poi si tratterà di dare legittimazione democratica alla Commissione europea, magari attraverso l´elezione diretta o tramite i parlamenti del suo presidente. Io non sono un esperto di ingegneria costituzionale, ma ragiono con il buon senso dell´imprenditore e dico che il modello federale, come dimostrano gli Usa, è il più efficiente: un nucleo di principi, di regole e di prerogative comune per tutti, e poi il riparto delle competenze tra Bruxelles, i governi nazionali tanto più snelli quanto maggiore è stata la devolution all´interno di ogni paese, e le Regioni. E, per colmare il delta di democrazia, anche il Parlamento europeo dovrebbe assomigliare di più al Congresso americano. Tutto questo, senza perdere le singole culture e caratteristiche: d´altronde Boston è ancora oggi diversa dal Texas e dalla California».

Ma l´ipotesi di attribuire al Parlamento europeo poteri legislativi, sia pure in alcuni ambiti, è per alcuni governanti ancora un´eresia.

«Tutta la storia dell´Unione europea è piena di eresie che, con il tempo, sono diventate dogmi. E io sono un ottimista: si andrà in quella direzione».

Diventeranno dogmi anche le decisioni a maggioranza?

«Non c´è dubbio, con le decisioni all´unanimità e i veti l´Europa resta al palo. L´esatto contrario di quel che auspica la business community».

Non teme che l´Italia, dopo cinquant´anni di europeismo, possa fare marcia indietro?

«Non lo credo, perché sarebbe una iattura: e sarebbero i cittadini, che sanno fare bene i loro conti, a ribellarsi. Tra l´altro non credo che Silvio Berlusconi voglia sprecare l´occasione storica che gli si profila».

Qualcuno dei suoi ministri, però…

«Berlusconi li lascia dire, ma poi va per la sua strada e la scelta di trasformare la Farnesina mi sembra una buona idea. Io l´auspicavo da tanto: non posso dimenticare che l´ex ambasciatore americano Reginald Bartholomew, presentandosi a Milano, disse di ritenersi il commesso viaggiatore per gli imprenditori Usa in Italia».


 

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