“Intervista” Benetton: «Il sindacato è ragionevole e l´articolo 18 ininfluente»

05/04/2002

 
 
L´INTERVISTA
Luciano Benetton: serve più flessibilità, ma abbassiamo i toni del confronto

"Il sindacato è ragionevole e l´articolo 18 ininfluente"
          "Tutti noi vorremmo un Paese più maturo senza vincitori né vinti"
          "Invece di fossilizzarci su una questione che crea scalpore, alziamo il livello del dibattito"

          DAL NOSTRO INVIATO
          GIORGIO L0NARDI


          PIEVE DI SOLIGO (TREVISO) – «L´articolo 18? A noi non ci peggiora né ci migliora la vita». Il compromesso con Luciano Benetton, qui al ristorante Clemi di Pieve di Soligo, tempio della più vigorosa cucina veneta, è rigoroso. Poche domande e solo alla fine del pasto. Lui, Luciano, vuole godersi la cena (a cominciare dai leggendari antipasti a base di polenta con mozzarella di bufala e soppressa, carpaccio con rucola e aceto balsamico quindi prosciutto e castraure, carciofi minuscoli e saporitissimi) in onore di Marco Muller direttore di Fabrica cinema, la casa produttrice di «No man´s land», il film vincitore dell´Oscar diretto da Danis Tanovic. E quindi la discussione sull´Italia lacerata dallo scontro sociale è rimandata al caffè.
          Lei pensa che sia possibile un´intesa sulla flessibilità con il sindacato italiano?
          «In Italia è sempre possibile parlare con il sindacato. L´esperienza aziendale mi ha insegnato che il nostro sindacato è certamente più ragionevole e più flessibile di quello di altri paesi come la Francia e l´Olanda dove, invece, abbiamo avuto in passato alcuni problemi».
          Quindi si potrebbe trovare una soluzione anche per l´intricata questione dell´articolo 18?
          «Questa risposta ha bisogno di due premesse. La prima è che per la Benetton l´articolo 18 è assolutamente ininfluente. A noi, insomma, il fatto che venga modificato non cambia proprio nulla. Il discorso è presto fatto: non siamo un´azienda con meno di 15 dipendenti e non facciamo certo parte del sommerso».
          E la seconda premessa?
          «Credo che in tutta questa storia ci sia la necessità di abbassare i toni, di gridare di meno. E mi riferisco a tutti quanti: a noi imprenditori e ai sindacati. Io credo che ora il Paese abbia bisogno di tranquillità. E che ci voglia un buon accordo per aumentare la flessibilità. Posso farle un esempio?
          Prego, lo faccia pure.
          «Fino a due anni fa era in vigore in questa paese una legge sull´orario di lavoro che risaliva al 1923. Si rende conto? Il mondo è cambiato, il modo di lavorare è cambiato e noi rimanevamo fermi al 1923. Il problema è che di esempi come questi ce ne sono tanti, direi troppi».
          Certo, il Paese ha un gran bisogno di essere più «agile» e meno impacciato. Intanto, però, su questo sciagurato scoglio dell´articolo 18 l´Italia si è spaccata in due come non accadeva da una ventina di anni. Di chi è la colpa?
          «Ripeto: bisogna abbassare i toni. E smetterla di cercare i "colpevoli". Dunque dobbiamo fare bene attenzione al fatto che nessuno deve pensare di poter umiliare la propria controparte. I buoni affari, come i buoni accordi, si fanno quando entrambe le parti sono soddisfatte. Tutti noi vorremmo un Paese più maturo senza vincitori ne vinti».
          Benissimo. Ma quale potrebbe essere il trucco per uscire dall´impasse? Qui ci stiamo preparando allo sciopero generale e quindi ad un «dopo sciopero» che si annuncia piuttosto incerto. O no?
          «Intanto va ripetuto con molta fermezza che questo Paese ha bisogna di più flessibilità e di nuova flessibilità. L´industria è cambiata, i servizi sono cambiati e quindi noi abbiamo la necessità di nuovi strumenti in grado di farci competere meglio e con grande rapidità sul mercato globale».
          Lei ha ragione ma non si vede una via di uscita.
          «Forse la soluzione ce l´abbiamo sotto gli occhi e dobbiamo soltanto imparare a vederla».
          A cosa sta pensando?
          «Gli esperti mi dicono che nel Libro Bianco sul lavoro curato da Marco Biagi ci siano tanti temi sulla flessibilità, molto più importanti dell´articolo 18, su cui dibattere. E se invece di fossilizzarci su una questione che crea tutto questo scalpore alzassimo il livello del dibattito?»
          Lei sta dunque affermando che si potrebbe accantonare la polemica sull´articolo 18 affrontando invece la riforma complessiva del lavoro?
          «Potrebbe essere una via d´uscita. Non crede?»