“Intervista” Benetton, distretti come grandi imprese

15/04/2003



              Martedí 15 Aprile 2003
              COMMENTI E INCHIESTE
              Benetton, distretti come grandi imprese


              DI FABIO TAMBURINI
              «La crisi sta lasciando il segno e le difficoltà dei grandi gruppi del capitalismo italiano pesano sull’intera economia. Ma l’Italia resta un Paese vitale, in cui nascono 200mila imprese all’anno e che sa perfino far crescere alcuni campioni nazionali». Alessandro Benetton, figlio di Luciano Benetton e fondatore della 21 Investimenti, è ottimista: «Nonostante tutto il sistema tiene – aggiunge – anche se il panorama è fatto di luci e di ombre». La 21 Investimenti, che nei giorni scorsi ha affiancato Meliorbanca nell’acquisto di Sisal rilevando una partecipazione del 15%, è nata dieci anni fa come ponte tra la piccola, media impresa e il mondo della finanza. «C’è una domanda elevata di servizi a cui fa da contrappeso una offerta limitata – dice Benetton – Per questo è nata 21 Investimenti e per questo continua a esistere», dopo avere raggiunto dimensioni ragguardevoli: 300 miliardi di euro gestiti direttamente tramite quattro fondi, 80 milioni di euro come partecipazioni dirette in una decina d’imprese, 60 milioni di euro investiti in quote di fondi altrui. E i bilanci sono sempre stati chiusi permettendo di ottenere utili più o meno elevati secondo le performance dei mercati.
              L’andamento negativo dell’economia lascia speranze di fare comunque buoni risultati?
              Chi ha le idee chiare oppure ha saputo ritagliarsi presenze significative in nicchie di mercato riesce a difendersi con buoni risultati. Le aziende ben gestite danno soddisfazioni anche in periodi difficili.
              Lo scenario resta pessimo?
              Non tutto è negativo. Ci sono dati confortanti come l’inflazione che ha rallentato la crescita e il livello dei consumi che, tutto sommato, tiene. Il sistema Italia reagisce meglio rispetto ad altri Paesi più strutturati proprio perché le dimensioni minori dell’impresa permettono di avere maggiore elasticità. In momenti come questi certi nostri difetti diventano opportunità.
              Qual è il bilancio di 10 anni in 21 Investimenti? Il ponte tra finanza e imprese minori ha tenuto? Più sì che no. Abbiamo imparato a capire gli imprenditori e a essere capiti, superando certi errori come la mancata separazione netta tra chi gestisce le imprese e chi le finanzia. Le aziende vanno gestite dagli imprenditori e non dalla banca d’affari. Se i ruoli non vengono tenuti distinti, l’abbraccio può diventare mortale.
              La piccola e media impresa rappresenta l’asse portante dell’economia italiana, ma il mondo della finanza l’ha sempre trascurata. Che difficoltà avete dovuto superare?
              Fino a dieci anni fa l’investment banking aveva espresso solo Mediobanca, concentrata nell’assistenza ai grandi gruppi. Per questo è nata 21 Investimenti che ha potuto contare sul valore aggiunto portato da soci come Generali, Intesa, Deutsche bank e Fininvest.
              Come giudica la svolta al vertice dell’istituto di piazzetta Cuccia?
              Ritengo positivo che il management sia stato promosso dando continuità all’unica, vera scuola di finanza d’impresa. È un segnale eccellente della volontà di non snaturare asset importanti per l’intero sistema.
              La nuova Mediobanca sarà molto diversa dal passato?
              Il mercato si trasforma e l’evoluzione è continua. Oggi ha chance di continuare ad avere il ruolo tradizionale, magari allargando il numero dei clienti. Non più soltanto poche, grandi imprese, ma servizi per un pubblico più allargato.
              Senza Enrico Cuccia e senza Giovanni Agnelli, oltre che senza Vincenzo Maranghi, come cambieranno gli equilibri al vertice del capitalismo italiano?
              Cambieranno perché la realtà è cambiata. Ora l’attenzione va rivolta alle nuove imprese di successo e ai campioni nazionali che acquistano peso. È necessario creare le condizioni perché le medie imprese siano incoraggiate a fare il grande salto, perché gli investimenti in ricerca e innovazione tecnologica non risentano della crisi dei gruppi maggiori. Chi si ferma è perduto e non va dimenticato che in Europa i Paesi dell’Est crescono del 3% l’anno. Lì vanno cercate occasioni e opportunità.
              Negli ultimi anni un discreto numero di grandi gruppi italiani ha dovuto alzare bandiera bianca o è in netta difficoltà. C’è il rischio deindustrializzazione?
              Anche la tipologia d’impresa nei vari Paesi è ciclica. Oggi, per esempio, le attività manifatturiere gravitano sulla Cina. E va preso atto che nei Paesi sviluppati la spinta è verso il mondo dei servizi. Così, al tempo stesso, migliorano la qualità della vita e lasciano spazio ai Paesi in via di sviluppo offrendo chance significative. Dunque il fenomeno non è, di per sé, negativo.
              Le difficoltà delle imprese maggiori porteranno alla diminuzione ulteriore degli investimenti in ricerca e sviluppo?
              C’è una teoria interessante che andrebbe approfondita. Le imprese di certi distretti industriali, per esempio nel Nord Est, sono talmente legate che è come fossero divisioni di due, tre grandi aziende. Quindi le difficoltà di alcuni gruppi storici del capitalismo italiano verranno compensate dalla vitalità dei distretti. Ritengo che sia una tesi credibile. Naturalmente occorre aumentare la capacità delle imprese minori di fare sistema. E fare in modo che i coordinamenti tra le diverse realtà aziendali siano meno episodici e casuali.
              Il sistema bancario sta dando una mano?
              Rispetto a Paesi come la Spagna scontiamo ritardi decennali nelle ristrutturazioni e accorpamenti. Nonostante ciò il sistema bancario italiano dà segnali di vitalità significativi grazie al ringiovanimento notevole dei vertici aziendali. Oggi sono al timone di grandi gruppi bancari giovani esperti che si stanno attrezzando per diventare interlocutori al meglio di piccole e medie imprese. Contemporaneamente la diffusione di prodotti finanziari sempre più sofisticati sta aumentando. E anche nel private equity l’Italia è cresciuta diventando il quarto mercato europeo con una raccolta globale intorno a 20 miliardi di euro. Insomma, il sistema è tutt’altro che immobile. E vale la pena essere ottimisti.
              Nonostante la tendenza alla deindustrializzazione Benetton Group è diventato uno dei gruppi leader nel tessile abbigliamento, ma suo padre ha annunciato una svolta nella gestione: l’uscita della famiglia dal management di Benetton Group. Cosa ne pensa?
              È un intervento in linea con la tradizione del gruppo. All’inizio degli anni 80 venne chiamato alla guida della società un giovane dirigente di 35 anni che proveniva dalla Banca d’Italia e l’anno successivo la società fu quotata. La scelta delle settimane scorse si inserisce perfettamente nella linea di discontinuità nella continuità. È positivo vedere azionisti che sanno mettersi sempre in discussione. Per essere competitivi occorre cambiare in continuazione.
              Le trasformazioni sono state rese necessarie anche dal rosso di bilancio?
              Per la verità i conti 2002 sono stati chiusi con un utile normalizzato, cioè al netto degli oneri straordinari, intorno a 128 milioni di euro, poi trasformato in perdita dalla ristrutturazione delle attività nello sport.
              È cambiata anche 21 Investimenti?
              Più volte. Nel 1998 abbiamo puntato sull’acquisto della francese Sci, con cento anni di storia e radici profonde nell’investment banking. Poi, un po’ alla volta, ci siamo trasformati in gestori di fondi chiusi. Fino all’ultimo passo: il lancio insieme alla Popolare vicentina di Giada, il fondo per le piccole imprese del Nord Est.
              In che mercati avete la presenza più significativa?
              Soprattutto in Italia e Francia, ma anche in Spagna, Regno Unito e Paesi dell’Est europeo.
              Può sintetizzare in qualche numero le dimensioni raggiunte dal gruppo?
              Le società partecipate sono diventate una settantina, mentre la massa gestita è passata da 20 a 380 milioni di euro. Intanto il patrimonio netto ha sfiorato i 200 milioni e in cassa ci sono 50 milioni di euro.
              Avete fondi pronti per essere liquidati?
              Il più importante è il francese 21 Développement, partito a fine 1999 con investimenti per 80 milioni di euro. In portafoglio ha una decina di partecipazioni, che verranno cedute in tempi brevi.
              Con quali prospettive di rendimento?
              Da un minimo di due volte a un massimo di quattro volte il capitale investito.