“Intervista” «Bene Epifani sui terroristi, mezzo passo sulla strada giusta»

07/11/2003




venerdì 7 novembre 2003



L’INTERVISTA

«Bene Epifani sui terroristi, mezzo passo sulla strada giusta»

Maurizio Sacconi, sottosegretario al Lavoro: il sindacato è cambiato dopo la morte di Biagi

      ROMA – «Quello di Epifani è un passo a metà nella giusta direzione», che, secondo Maurizio Sacconi, autorizza un certo «ottimismo» sulla possibilità che «insieme si possa isolare, non il terrorismo, perché questo è scontato, ma l’estremismo ideologico». Che si possa tornare cioè ad «alzare un confine a sinistra, come il sindacato già fece dal 1977 su impulso dell’allora segretario della Cgil, Luciano Lama». Oggi il leader è Guglielmo Epifani, il primo socialista alla guida del sindacato della sinistra italiana. E ieri, nell’intervista pubblicata dal Corriere della Sera , ha espresso «apprezzamento» per l’appello del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ad unirsi tutti alla manifestazione di Cgil, Cisl e Uil contro il terrorismo, il 19 novembre a Firenze. «Forse un anno e mezzo fa, prima dell’assassinio di Marco Biagi, questo non sarebbe potuto avvenire», dice Sacconi, anche lui di matrice socialista, ma spesso contrapposto ad Epifani in veste di sottosegretario al Lavoro. Nel 2002 prevalevano i toni aspri. E, soprattutto, «c’era stato un generale abbassamento della guardia verso il terrorismo: i partiti, i sindacati, ma anche lo Stato, che aveva tolto la scorta al nostro consulente». Poi, «la morte di Marco ci ha cambiati tutti, abbiamo dovuto fare i conti col ritorno del brigatismo, oggi ne sappiamo di più e questo ci aiuta».

      Ma allora perché definisce l’apprezzamento di Epifani per l’appello di Berlusconi «un passo a metà»?

      «Perché avrei preferito un atteggiamento meno supponente e la disponibilità ad affrontare con più umiltà il problema».

      Dove sta la supponenza?

      «Sta nel pensare: "Sono a posto, non devo fare niente"».


      E invece?
      «Ancora dopo la morte di Marco ci fu una posizione a priori del sindacato, che negava che questi terroristi potessero essere nei luoghi di lavoro. E invece sono tra di noi, nel posto di lavoro accanto. Non sono marziani. E quindi bisogna alzare la guardia».


      Ma il sindacato si difende dicendo: «Come potevamo accorgerci che erano terroristi, se non lo sapevano neppure le loro mogli o i loro mariti?».
      «Nessuno sta parlando dei casi singoli, ma della necessità di evitare le situazioni a rischio».


      Faccia qualche esempio.
      «Come mai fino all’altro giorno gli appartenenti ai Carc (Comitati d’appoggio alla resistenza per il comunismo) potevano anche essere delegati sindacali? Come è possibile che in una categoria si siano affidati incarichi di responsabilità a chi è stato condannato per fatti di terrorismo?».


      Solo la Cgil deve alzare la guardia?
      «No, tutti. Faccio una premessa, affinché non ci siano equivoci. Tutti i partiti e tutti i sindacati confederali sono soggetti profondamente democratici e sani. E per questo, come ha detto il presidente Berlusconi, possono svolgere un ruolo determinante per sconfiggere il terrorismo. Ciascuno deve fare la sua parte. Noi abbiamo la seconda opportunità, in trenta anni, di accompagnare alla vittoria militare sulle Br la capacità di sradicare i germi del terrorismo che hanno dimostrato di sapersi rigenerare, dando vita all’anomalia italiana».


      Epifani dice che, se Berlusconi è veramente sincero, deve riconoscere il sindacato come interlocutore anche sulle pensioni.
      «E qui fa un grave errore. Non si possono scambiare l’impegno contro il terrorismo e la trattativa sulle pensioni. Proprio perché i brigatisti cercano di condizionare la normale dialettica sociale noi dobbiamo riuscire a tenere separati i due piani. Essere uniti sui valori fondanti e sulla difesa della democrazia e liberamente dissentire sugli argomenti che ci dividono».


      Lei andrà alla manifestazione del 19?
      «Idealmente sì, devo solo risolvere problemi di agenda. Ma, al di là dell’evento, ciò che conta è il valore politico dell’appello del presidente del Consiglio, che potrebbe dare luogo anche ad altre iniziative di comune riflessione sulle cause profonde dell’anomalia italiana. Quella di Firenze è un’iniziativa di Cgil, Cisl e Uil della Toscana, al chiuso, pensata per una partecipazione di un migliaio di persone. Ma credo che ci sarà senz’altro una rappresentanza dei partiti».
Enrico Marro