“Intervista” Becker: proposte moderate, la flessibilità è essenziale

25/03/2002





Intervista – Per il Nobel protesta legittima, ma il sindacato non può paralizzare un Paese per difendere le sue prerogative
Becker: proposte moderate, la flessibilità è essenziale
«L’Italia non ceda alla violenza di pochi, vanno evitati gli isterismi e le strumentalizzazioni politiche per tornare al dialogo»
(DAL NOSTRO CORRISPONDENTE)
NEW YORK – Gary Becker è un professore di economia. Ha vinto il premio Nobel ed è uno dei decani della scuola di Chicago. Sostenitore del neoliberismo, ha da sempre invocato il mercato come soluzione migliore ai problemi della «scienza sociale» cui ha dedicato le sue ricerche. Non è dunque una sorpresa se in questa intervista riafferma l’importanza di una riforma dell’articolo 18. Lo dice convinto, come un dottore che prescrive a un malato una ricetta o una cura per la sopravvivenza. E anzi, dice che vorrebbe una cura ben più forte, ma, alla luce delle circostanze, si accontenta di quella più morbida, un passo in avanti è meglio di un passo indietro. Quanto al terrorismo, Becker non è preoccupato da questo ritorno delle Brigate rosse e fa capire che sarebbe errato dargli una eccessiva importanza: «In ogni Paese ci sono dei balordi pronti a uccidere e la differenza tra il balordo e il rivoluzionario è che il balordo è isolato e non rappresenta una minaccia per lo Stato o per le istituzioni. Il rivoluzionario invece non è isolato, gode di un appoggio delle masse e riesce in qualche modo a coinvolgerle. E mi sembra che il caso di questo omicidio rientri più nella categoria dei balordi che in quella dei rivoluzionari». Questo non significa che bisogna ignorarli. «Sono dei delinquenti, delle persone che fanno terrore e vanno perseguite fino in fondo». Occorre distinguere dunque tra i contenziosi che oppongono le parti sociali nel normale esercizio della democrazia e particelle impazzite che vorrebbero minare alla base la solidità della democrazia. L’assassinio di Marco Biagi in sostanza non deve cambiare formalmente nulla sul piano dei rapporti tra le parti, perché darebbe l’impressione di essere vulnerabili a un ricatto e questo non può succedere. L’orrendo assassinio semmai, dovrà rimettere il dibattito nella giusta proporzione, ridurre gli isterismi, le incitazioni alla rottura, le strumentalizzazioni politiche e consentire di tornare al dialogo. Professore, cosa le sembra di questa notizia che qualcuno in Italia parla ancora di rivoluzione comunista e del proletariato? La cosa più orribile mi sembra l’uccisione di un professore inerme, che lavorava per il bene del suo Paese. Per il resto mi sembra che siamo fuori dal tempo per il tipo di fervore ideologico. Ma non per l’atto in sé e per sé: dobbiamo rassegnarci all’idea che ci sia sempre un certo numero di persone insoddisfatte del sistema e pronte a tutto. Questo tipo di antagonismo riesce a sopravvivere motivato dalle più misteriose coincidenze sul piano individuale. Ma il Governo deve essere chiaro su questo punto. Deve dedicare risorse adeguate all’operazione. E deve essere chiaro che non sfuggiranno alla giustizia. Lo devono sapere anche loro: non scapperanno. E su questo il Paese deve essere unito. L’intero spettro politico deve appoggiare l’azione di governo. Lei sa che il sindacato ha confermato lo sciopero generale, le sembra un buon modo per cominciare a rasserenare gli animi? Non credo di poter parlare per gli italiani. Ma non si possono confondere due cose diverse, altrimenti si finisce per dare più importanza di quel che si deve a questi terroristi. Mi spiego: a me non piace l’idea di un sindacato che sia in grado di paralizzare un paese. Trovo il fatto assurdo. Ma se un sistema annovera lo sciopero nazionale come possibilità e se in nome di questa possibilità il sindacato ha convocato lo sciopero, allora a questo punto deve andare avanti. Sbaglia naturalmente, ma sbagliava prima. Il fatto è che non si deve cambiare programma perché c’è stato un assassinio. Significherebbe cedere a un ricatto. E il Governo? Deve fare lo stesso, deve andare avanti con le sue proposte, con il suo iter parlamentare e approvare le modifiche come ha promesso. Di nuovo, non si può cambiare rotta perché qualcuno decide di compiere un assassinio. Si può invece cercare di recuperare il dialogo. Questo sì che sarebbe importante. Sedersi a un tavolo e lavorare per il Paese. Le sembra che questa riforma dell’articolo 18 sia giusta? Assolutamente. Per giunta si tratta di una riforma molto moderata. È assolutamente essenziale andare avanti. Del resto proprio a Barcellona, la settimana scorsa tutti erano d’accordo su riforme per la flessibilità. Mi rendo conto che vi sono differenze di cultura, di storia, di tradizione. E so che i sindacati che si oppongono con maggiore durezza ai cambiamenti in generale sono soprattutto quelli tedeschi e quelli italiani. Detto questo, la cosa che mi sembra più difficile da capire è come mai il sindacato italiano continua a ostacolare un progetto che aiuta i lavoratori e che se non passerà li danneggerà. Conosco bene il contesto generale del problema, le proposte di modifica dell’articolo 18, le diverse proposte sul tappeto anche sul piano tecnico, ad esempio per superare la soglia di 15 dipendenti restando esenti dallo Statuto. E le ripeto, stiamo parlando veramente del minimo indispensabile. Anche per questo occorre separare il dibattito politico, quello in risposta all’attacco del terrorismo da quello per le riforme. Ma perché secondo lei, parlando adesso di riforme, il sindacato italiano si ostina a resistere? Un po’ perché è il suo compito. Un po’ perché ha paura. Un sindacato che si comporta così è un sindacato che non è riuscito a ritagliarsi un ruolo adeguato e costruttivo in un’economia moderna, in una nuova società in formazione. E difende le sue vecchie prerogative, anche se danneggiano i giovani. Vede, alla fine la riforma passerà, è inevitabile che passi, io ne sono convinto. Ma i sindacati vogliono rallentare il processo, far sentire che ci sono, e questo obiettivo lo raggiungono. Poco importa se in questo inesorabile ritardo si trascinano dietro l’intero paese.
Mario Platero

Domenica 24 Marzo 2002