“Intervista” Baron Crespo: «Il centrosinistra deve accettare la sfida sul welfare»

06/10/2003





domenica 5 ottobre 2003

intervista a
BARON CRESPO

«Anche il centrosinistra deve accettare la sfida sul welfare»
Parla il leader del Pse a Strasburgo: «C’è una via progressista e una dei conservatori. Questi ultimi rinunciano ad avere il consenso e non cercano l’equità»

      Le riforme della protezione sociale in Europa sono ineludibili e neppure le sinistre, di governo o d’opposizione che siano, possono sottrarsi alla sfida. Ma il riformismo non è ovunque lo stesso, senza colore politico: quello «conservatore» all’opera oggi in Italia e in Francia, come in Gran Bretagna negli anni ’80, non può esser condiviso dai socialisti europei. E non va confuso con quello dei «rosso-verdi» di Gerhard Schröder in Germania. Enrique Barón Crespo, leader del gruppo Pse ed ex presidente dell’Europarlamento, è fra i protagonisti dell’aggancio della Spagna di Felipe Gonzales alla Comunità. Fu la modernizzazione del suo Paese e la scelta del welfare. Ma oggi anche Barón pensa che le regole della solidarietà nell’Ue vadano riscritte.
      Con l’apporto dei sindacati europei, oggi in 250 mila hanno sfilato contro la riforma previdenziale in Italia. Dire soltanto «no» basta ancora?

      «Sicuramente in molti Paesi c’è bisogno di riformare il welfare per farlo sopravvivere. Quando fu concepito, gli equilibri demografici e le esigenze e la base industriale dei nostri Paesi erano diversi. E’ un’evidenza che i governi di centro-sinistra non negano: la Svezia socialdemocratica ha già affrontato i cambiamenti, la Germania lo sta facendo».

      Da dove nasce, allora, l’opposizione radicale dei sindacati e di buona parte del centro-sinistra in Italia?

      «Non penso, come nessuno pensa in Italia, che il sistema previdenziale da voi sia perfetto. Ma la reazione dei sindacati all’intervento del governo è del tutto comprensibile. La maggioranza di Silvio Berlusconi sembra muoversi come fosse ideologicamente contro il welfare».

      Ma la stessa Lega Nord si è battuta per la tutela dei diritti. Dov’è l’ideologia antisociale?

      «Nel fatto che la riforma viene portata avanti con molti argomenti, dall’Europa al rischio di un declassamento del debito italiano sui mercati. Ma mai in nome di una maggiore equità sociale».

      Welfare è redistribuzione del reddito. E’ possibile una sua riforma, cioè riduzione, che aumenti l’equità?

      «Lo è se si tiene conto di diversi fattori: in primo luogo della differenza dalla società di oggi a quella del passato, quando lavoravano quasi solo gli uomini. Più donne devono poter avere un’occupazione, contribuendo così a finanziare il welfare. Ma, soprattutto, la riforma della previdenza deve procedere assieme a quelle delle tasse. Mentre si riducono i diritti, il sistema fiscale può garantire la redistribuzione. E in Italia questo non lo vedo».

      E’ qui la differenza fra un intervento «di destra» e uno «di sinistra»?

      «Non solo qui. Contano i processi di ricerca del consenso. Anche Schröder in Germania cerca di allungare l’età pensionabile, ma lo fa discutendone con i sindacati e nel suo stesso partito socialdemocratico. Intanto ritocca la fiscalità e le relazioni industriali, per ridurre la disoccupazione».

      Ma proprio il cancelliere minaccia di dimettersi se l’Spd non lo aiuta di più. Non c’è un’opposizione di principio alle riforme in una parte della sinistra europea?

      «C’è in una parte della sinistra, perché c’è in una parte della società. Il welfare è uno dei progressi più grandi nel ventesimo secolo e storicamente è sempre difficile riformare le cose che hanno avuto successo. Non mi sorprendono le resistenze. Proprio per questo bisogna convincere la gente che una misura necessaria non è lo stesso che smantellare».

      Riecco le distinzioni ideologiche. In cosa le riforme dei centro-destra di Italia e Francia, oggi, sarebbero diverse da quelle del centro-sinistra tedesco?

      «Da Berlusconi non ho mai sentito una difesa di principio della protezione sociale. E il governo di Parigi, come quello di Roma, agisce senza cercare un vero dialogo con i sindacati».

      Il laburista Tony Blair a Londra, dove i servizi sociali sono molto scadenti, è di destra o di sinistra?

      «E’ di sinistra, perché, a differenza delle destre a Roma o Parigi, va nella direzione opposta e cerca di migliorare le garanzie».

      Blair è al governo da sei anni e non l’ha ancora fatto. Non è contraddittorio?

      «Lo è. Qualcuno una volta disse: più l’Europa si sviluppa, più diventa ricca di contraddizioni».
Federico Fubini


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