“Intervista” Barberini: «Legacoop motore dello sviluppo del Paese»

28/11/2002

            28 novembre 2002

            Oggi si apre a Roma il Congresso nazionale dell’organizzazione. Tra il 1995 e il 2001 investiti 13mila miliardi di lire
            «Legacoop motore dello sviluppo del Paese»
            Il presidente uscente Barberini: il governo rispetti i patti, il sindacato ritrovi l’unità

Abbiamo davanti una Finanziaria inadeguata
e non all’altezza soprattutto per quanto riguarda
Sud, ricerca e scuola
In questi anni gli occupati sono aumentati del 51%
mentre il volume delle attività è cresciuto del 57%
            Angelo Faccinetto

            MILANO Si apre oggi a Roma, all’Auditorium della Tecnica, il 36° congresso nazionale di Legacoop. Il presidente Ivano Barberini, dopo quasi 7 anni, passerà la mano. Sullo sfondo, uno scenario economico e sociale complesso. Mentre sono in dirittura d’arrivo novità legislative che
            disegnano un nuovo quadro normativo per l’impresa cooperativa.
            Presidente Barberini, un bilancio di questo suo “settennato”, per cominciare.
            «Fare un bilancio di questi sette anni significa parlare di un periodo
            che ha cambiato profondamente la nostra società e la nostra economia.
            Nel ’95 il nostro movimento era in mezzo al guado, alle prese con crisi
            aziendali pesanti che avevano colpito soprattutto le imprese di costruzioni,
            conseguenza del blocco degli appalti del dopo Tangentopoli. Mentre
            ancora non era conclusa la ristrutturazione del comparto agro-alimentare. Il nostro primo impegno è stato affrontare quella situazione difficile, cosa che è stata possibile fare solo grazie alla solidarietà di tutto il movimento cooperativo e ad una forte progettualità. La nostra seconda priorità è stata quella di rimettere in sesto, anche finanziariamente, la Lega. E chiudere la vicenda Duini che dell’instabilità finanziaria era una delle cause».
            Che Lega lascia al suo successore?
            «Le rispondo con qualche cifra. Tra il ’95 e il 2001 le nostre imprese
            associate hanno investito circa 13mila miliardi di vecchie lire, 3mila delle
            quali al Sud. Uno sviluppo significativo. E questo per non parlare delle
            riforme legislative a sostegno dello sviluppo: con le nostre proposte
            ne siamo stati promotori».
            L’occupazione?
            «In questi anni gli occupati sono aumentati del 51%, i soci del
            42%. E il volume di attività è cresciuto del 57%. Per la precisione, alla
            fine del 2001 gli occupati erano 342.127, i soci sei milioni e 88mila.
            Il tutto per un volume di attività superiore ai 38 miliardi di euro.
            Mentre il fondo mutualistico per la promozione cooperativa era pari a
            200 milioni di euro».
            E sul piano dell’innovazione legislativa? Non sono stati anni facili, soprattutto questi ultimi…
            «Cito per capitoli: costituzione della piccola società cooperativa, varo
            del lavoro interinale, legge sul socio lavoratore, riforma della legge
            Marcora, rafforzamento delle clausole mutualistiche, estensione alle
            coop sociali dell’uso della 488, ridefinizione del massimo ribasso per gli
            appalti pubblici. Fino ad arrivare alla discussione sulla riforma del diritto
            societario cooperativo, la parte più difficile e impegnativa».
            Che vi ha visti impegnati in uno scontro col governo di centrodestra.
            «Il governo aveva introdotto modifiche dal nostro punto di vista non positive sul piano politico. Ma queste sono state poi migliorate».
            Come sono i vostri rapporti con la politica?
            «In questi anni abbiamo portato a compimento il processo di autonomia
            nei confronti dei partiti avvia to nei primi anni Novanta. Oggi qualsiasi forma di collateralismo è del tutto superata. Legacoop agisce
            costruendo o meno convergenze in base al merito delle questioni».
            E’ il caso del Patto per l’Italia. Voi lo avete firmato collocandovi
            sulla sponda opposta a quella dei vostri tradizionali soggetti di riferimento. Siete pentiti?
            «E’ stata una decisione sicuramente sofferta, quella firma. Ma abbiamo
            agito sulla base del merito. Abbiamo ritenuto che gli obiettivi del Patto – orientati allo sviluppo, a cominciare da quello del Sud – rappresentassero
            un quadro sul quale avviare un confronto. Anche se diversi punti – come l’atteggiamento tenuto verso la Cgil e la realizzabilità concreta di alcuni obiettivi – non ci sono parsi condivisibili. Il problema non è di ripensare o meno alla giustezza della firma. Nell’interesse delle coop era giusto che firmassimo. Ora vogliamo che questo Patto venga rispettato».
            Cosa che non sembra scontata, non le pare?
            «Certo, per il Patto ci sono grandi difficoltà di attuazione. Abbiamo
            davanti una Finanziaria inadeguata, soprattutto per quel che riguarda
            Sud, ricerca, scuola e, più in generale, sviluppo. Una Finanziaria che risente della situazione economica generale difficile e di una politica non
            all’altezza. Comunque chiediamo che il Patto venga attuato. E che venga
            rilanciata la concertazione».
            Come sono oggi le vostre relazioni con il governo?
            «Abbiamo avviato un rapporto che tende ad essere basato sul reciproco
            rispetto, indipendentemente dagli schieramenti politici. Questo vale anche per le altre istituzioni pubbliche. Qualche rispondenza l’abbiamo avuta.
            I rapporti con Palazzo Chigi, oggi, sono improntati a normalità».
            E con i sindacati? Le cronache parlano di di conflitto…
            «Col sindacato abbiamo rapporti articolati. Rappresentiamo interessi
            che non sempre coincidono. Convivono confronti contrattuali, a volte
            anche aspri, e, insieme, convergenze di obiettivi. Centrati sulla qualità
            della crescita e del lavoro, sullo sviluppo economico visto nel quadro
            di un pieno rispetto dei diritti e dei doveri. A questo proposito siamo
            molto preoccupati per la rottura sindacale. La riteniamo dannosa
            per il Paese. Senza far lezioni a nessuno, auspichiamo venga superata».
            Qual è lo stato delle vostre relazioni con le altri centrali coopereative?
            «Su molti temi ci siamo mossi insieme. Ci sembra però un fatto
            anacronistico mantenere tante centrali. Anche se, come sappiamo benissimo, hanno radici e storia diverse. Per questo proponiamo di avviare
            un confronto serio che prenda in considerazione l’ipotesi di una struttura
            federativa, definendo modalità e percorsi che possano avviare un
            processo unitario».