“Intervista” Baldassarri: «Lasciamo 35 anni di contributi ma alziamo l’età pensionabile»

27/10/2003


25 Ottobre 2003
LA RICETTA DEL VICEMINISTRO DELL’ECONOMIA

intervista
Roberto Ippolito

«Lasciamo 35 anni di contributi ma alziamo l’età pensionabile»
Baldassarri: «Si possono percorrere molte strade alternative
ma non si può ripartire da zero, un rinvio sarebbe pericoloso»

ROMA
SECONDO lei lo sciopero contro la riforma delle pensioni è riuscito? Mario Baldassarri, viceministro dell’Economia, risponde così: «Bisogna vedere in che senso; come quantità di adesioni lo sciopero è forse riuscito, ma come indicazione di soluzioni per dare solidità al sistema previdenziale è tutto da valutare».
Professor Baldassarri, con lo sciopero i sindacati hanno visto la conferma delle loro impostazioni?
«Questo non si può dire. I sindacati hanno visto la conferma della sensibilità sul tema. Ma credo che le impostazioni debbano emergere dopo lo sciopero da un tavolo di confronto. Lo sciopero è uno strumento legittimo, ma deve essere finalizzato a individuare le misure, non a rinviare i problemi aggravandoli. Ecco perché bisogna rimettersi intorno al tavolo».
Perché non c’è stato il confronto con i sindacati prima del varo in consiglio dei ministri della riforma (con il via libera all’emendamento, ancora da presentare, al disegno di legge delega sulla previdenza)?
«Il confronto c’è stato in vari modi. Della previdenza si parla da anni, tanto che sono evidenti i problemi e le ipotesi alternative di soluzione».
Annunciando la riforma con il messaggio tv a reti unificate, il presidente del consiglio Berlusconi non ha scelto di non dialogare?
«Berlusconi ha fatto capire agli italiani i veri problemi che ci sono di fronte».
Come è possibile un incontro fra il governo e le parti sociali visto che per i sindacati si discute solo ripartendo da zero?
«Bisogna fare chiarezza. Non si può certo ripartire da zero sui tre punti chiave di cui tutti hanno compreso la necessità».
Quali sono?
«Il primo è l’allungamento dell’età di pensionamento da decidere per adeguarla all’allungamento della vita media degli italiani. L’evoluzione demografica sta portando al rapporto uno a uno tra lavoratori e pensionati e sta minando le basi del sistema previdenziale a ripartizione».
E il secondo punto?
«E’ necessario far partire subito e in modo forte, con l’uso del trattamento di fine rapporto, la seconda gamba del sistema previdenziale, quella rappresentata dai fondi pensione. In mancanza, soprattutto i giovani fra trenta anni avranno pensioni da fame. La famosa gobba della spesa pensionistica deriva dalla discesa dal 2030 degli assegni pari, allora, solo al 35% dell’ultima retribuzione».
E il terzo punto?
«L’aliquota contributiva della prima gamba, il sistema a ripartizione, deve ridursi nel medio-lungo periodo, poiché questo è affiancato da un sistema a capitalizzazione con i fondi pensione».
Lei traccia la strada da percorrere, ma il governo non ha già scelto?
«Gli stessi sindacati possono condividere questi tre problemi da affrontare. Il governo ha indicato le proposte e il veicolo (cioè l’emendamento). Fissati gli obiettivi, le soluzioni si possono discutere».
Quali per esempio?
«Invece dello scalone del 2008 (il passaggio in una sola notte da 35 a 40 anni di contributi per la pensione di anzianità) è meglio spalmare il passaggio negli anni. Ma questo implica far cominciare il processo prima del 2008. E’ possibile anche tener fermi i contributi a 35 anni e aumentare l’età pensionabile».
L’ultima ipotesi non smentisce la riforma decisa?
«Assolutamente no. E’ una strada alternativa, forse più accettabile per ottenere gli stessi risultati. Poi si deve verificare come è possibile costruire rapidamente la seconda gamba utilizzando il tfr. E la decontribuzione, prevista dal disegno di legge delega per i neoassunti, può essere ugualmente spalmata nel tempo».
Lei invita i sindacati al tavolo ma l’emendamento con la riforma viene presentato o no?
«Per natura il ruolo del sindacato è trattare sempre e comunque e se possibile raggiungere accordi a vantaggio dei lavoratori, ma anche di tutti i cittadini. C’è tempo (però sempre meno) per continuare a discutere. Ma si deve decidere e prima si fa meglio è».
Scusi le ripeto la domanda: l’emendamento viene presentato?
«L’emendamento al disegno di legge delega non è un decreto legge e ha il suo iter parlamentare. Il confronto fra il governo e le parti sociali si deve affiancare all’esame parlamentare. E’ auspicabile che alle fine i due iter convergano».