“Intervista” B.Trentin: «Stop agli egoismi corporativi»

14/01/2004



      Mercoledí 14 Gennaio 2004


      «Stop agli egoismi corporativi»

      Politica dei redditi – Parla Trentin, ex leader Cgil: le rivolte difendono l’interesse di pochi lavoratori

      MASSIMO MASCINI


      ROMA – Bruno Trentin, europarlamentare Ds, per tanti anni importante segretario generale della Cgil, condanna gli scioperi selvaggi di questi giorni. Perché sono un atto di violenza e incoraggiano i corporativismi. Ma a suo avviso occorre esaminare meglio i problemi che hanno generato quelle rivolte, capirne i prodromi e correggerli. Gettare via le regole del 1993 non serve a niente, dice, basta applicarle, cambiando dove e quando serve gli oggetti della contrattazione.
      Trentin, vanno condannate queste esplosioni di violenza sindacale?
      Non è possibile non condannare queste pericolose forme di lotta che prendono in ostaggio la parte più debole della popolazione, nel caso dei trasporti i pendolari.
      Pericolose per chi?
      Per la società, per la tenuta della coesione sociale. Perché è evidente che in questi casi la soluzione più facile è quella di isolare alcuni gruppi dagli altri e rendere così sempre più corporativa la mediazione del conflitto. Ma privilegiare interessi corporativi di una piccole parte dei lavoratori uccide la solidarietà. Questi fenomeni però vanno analizzati con grande attenzione.
      Cosa segnala un esame più attento?
      Che esistono forti quanto diffuse responsabilità.
      Di chi sono queste colpe?
      Di diversi soggetti. Nella vertenza degli autoferrotranvieri risalta il fatto che non siano state rispettate le regole dell’autoregolamentazione, fatto certamente grave, ma anche il fatto che questa situazione esplosiva sia stata determinata da un ritardo di oltre due anni nel rinnovo del contratto. Regole precise indicavano la necessità di rinnovare velocemente i contratti scaduti, tanto che era prevista una moratoria degli scioperi per i primi sei mesi. È evidente che non si può non ignorare questa norma e poi chiedere il rispetto delle norme sugli scioperi.
      Responsabilità diffuse, quindi?
      Sì, di più parti. Del resto, è difficile non rendersi conto che soggetti di queste esplosione di violenza sindacale sono i giovani, gli stessi che dovevano essere favoriti dalle nuove politiche del lavoro e invece sono stati discriminati. Hanno avuto salari più bassi rispetto a colleghi più anziani, pur in presenza di mansioni analoghe, e sono stati totalmente estraniati dalla regolamentazione dell’organizzazione del lavoro. Si è sempre deciso senza di loro per turni, orari, obbligo di straordinari. E questo provoca la rivoltà nelle città?
      Sì, anche questo. Come vedersi ignorati dai media quando si sciopera secondo la legge. Allora cresce la tentazione dell’atto violento, del blocco stradale, dei bus fermi nei depositi in un giorno di pioggia. Può essere utile irrigidire le norme e le sanzioni?
      Proprio no. Importante è far rispettare le regole e creare le premesse perché ciò avvenga. E questo risultato si ottiene solo confrontandosi con i lavoratori, mettendo in votazione l’accordo e, se questo non ottiene il consenso della maggioranza, tornare a contrattare. Non vedo alternative.
      Il sindacato è più debole?
      Molti iscritti al sindacato, pur disapprovando quelle forme di lotta, contestano apertamente le soluzioni contrattuali trovate in sede nazionale. Contestazioni pericolose?
      Ricordano quelle dei Cobas alla fine degli anni ’80. Come allora siamo in presenza di una forte domanda salariale, di una esplicita volontà di pesare sulle proprie condiziooni di lavoro, di un bisogno di far conoscere all’opinione pubblica le ragioni del loro conflitto. Una rivolta dura, che coinvolse la metà dei macchinisti, anche se non riuscì a coinvolgere la gran parte dei lavoratori delle ferrovie.
      Allora il sindacato uscì dalle difficoltà mettendo a punto le regole, sancite poi dall’accordo del 1993. Si può fare lo stesso?
      Veramente i Cobas furono una conseguenza del tentativo di darsi delle regole. Ma soprattutto non credo che siano necessarie delle regole nuove quando il problema nasce dal fatto che non sono state applicate quelle che esistevano.
      Ma una revisione di norme stabilite dieci anni fa sembra normale.
      Se ci sono anomalie o contraddizioni, vanno sanate, è evidente. Io non ne vedo al momento, ma non nego che possano esistere. Cancellare regole solo perché non sono state applicate però mi sembra illogico, un atto di masochismo.
      Però questi atti di violenza si stanno facendo molto frequesti.
      Siamo di fronte a un dato generale. Le forme anomale di gestione del conflitto si moltiplicano, si fanno sempre più ricorrenti e sempre più clamorose. Basta pensare a quanto è accaduto per le discariche nucleari, un’intera regione bloccata per giorni e giorni. Sono tutti sintomi di malesseri profondi. Ma queste difficioltà non si risolvono cambiando le regole del gioco, bensì rispettandole.
      Serve un grande coraggio e una forte consapevolezza della posta in gioco. Lei pensa che esistano questo coraggio e questa consapevolezza?
      È indispensabile rendersi conto che la realtà va mutando, che il modello di mercato del lavoro di riferimento nel 1993 non assomiglia a quello attuale. Siamo passati dal modello fordista alla flessibilità e alla globalizzazione. Ma io dico che non va cambiata la contrattazione o la politica dei redditi, ma i contenuti della contrattazione e della politica dei redditi.