“Intervista” B.Trentin: Non voto il referendum Bertinotti-Berlusconi

08/05/2003

              giovedì 8 maggio 2003

              l’intervista
              Bruno Trentin

              Non voto il referendum Bertinotti-Berlusconi
              L’ex leader Cgil: rifletterò, come sempre, sulle critiche di Ingrao. Ma il voto spacca il sindacato

              Angelo Faccinetto

                Trentin, lei è stato molto severo con la sua ex confederazione. Per il sì al referendum l’ha accusata di andare contro la sua stessa storia. Di più, l’ha accusata di rendersi compartecipe di un grave attacco al movimento sindacale. Perché questo giudizio?

              «La critica non era alla Cgil, ma alla posizione orientata al sì al referendum di Rifondazione comunista. Questa iniziativa referendaria è chiaramente rivolta contro il movimento sindacale e la sua esperienza unitaria. Quindi è grave che una grande organizzazione come la Cgil, che è stata all’avanguardia nella battaglia per i diritti, si presti ad un’operazione che, nel caso riuscisse, farebbe soltanto il gioco della politica autoritaria del governo Berlusconi».

                La Cgil ha anche raccolto più di cinque milioni di firme a sostegno di una legge che punta all’estensione dei diritti dei lavoratori.

              «Sì, una legge non a caso bloccata dal governo Berlusconi. Che ha invece salutato l’iniziativa referendaria di Rifondazione come una grande occasione per battere il movimento sindacale».

                Ma perché è così grave dire sì ad un quesito che, se accolto,
                estende i diritti?

              «Si tratta di dire sì o no all’estensione del reintegro obbligatorio nelle
              piccole e piccolissime imprese, non all’estensione dei diritti. Un’ipotesi che è stata scartata dal movimento sindacale nei momenti più alti della sua iniziativa, come nel 1969. Quel movimento, che si esprimeva attraverso grandi lotte sociali e non attraverso referendum, riteneva che dove sono prevalenti i rapporti interpersonali, come nelle piccole imprese, fosse giusto imporre sanzioni, anche molto consistenti, nei confronti di chi licenziava senza giusta causa, ma non imporre una coabitazione generalmente impossibile per ambedue le parti. Questa imposizione ci è sembrata – nel ‘69 e poi nel ‘90, nella legge sui licenziamenti promossa dalle tre confederazioni sindacali – foriera dei peggiori risultati».

                Per le possibili reazioni?

              «Non parlo delle piccole imprese e delle loro possibili reazioni. E non
              parlo nemmeno dei tanti lavoratori subordinati e parasubordinati, come i co.co.co, che sarebbero esclusi dalla pura e semplice estensione dell’articolo 18. Parlo del merito di una proposta che i sindacati hanno scartato nei momenti alti della lotta sociale e parlo della divisione che essa introdurrebbe tra i lavoratori. Per questa ragione, con gli altri segretari della Flm dell’autunno caldo, abbiamo indicato la non
              partecipazione al voto come strada per far fallire gli obiettivi reazionari di Berlusconi».

                Ha detto che Epifani avrebbe scelto questa strada solo per
                non creare problemi in famiglia. Dentro la Cgil, comunque,
                ci sono posizioni diverse.

              «Ho detto che supponevo che l’orientamento di Epifani fosse dettato
              dalla preoccupazione di non ali mentare divisioni all’interno della Cgil. A mio parere su grandi questioni di principio è meglio difendere una
              posizione coerente che fare compromessi con se stessi».

                Non si può dimenticare che Fiom, Funzione pubblica e molte strutture territoriali si erano già pronunciate per il sì. Non sarebbe stata piuttosto una posisione come quella che lei auspica a favorire divisioni nella
                confederazione?

              «Non do indicazioni alla Cgil. Nella mia vita sono andato molte volte
              in minoranza perché sostenevo posizioni in cui credevo».

                Lei critica la Cgil, Ingrao critica lei. E parla della sua come di una scelta “sconvolgente”. Come si è sentito davanti a questa accusa?

              «Certamente la cosa mi ha colpito. Rifletterò davanti alle sue osservazioni, come sempre. E come è doveroso nei confronti di qualcuno cui mi lega una lunga e indefettibile amicizia e un’immensa stima. L’unica cosa che non condivido pregiudizialmente è il carattere “stupefacente” delle mie posizioni sul referenudm di Rifondazione.
              Non dovrebbe sorprendere Pietro il fatto che io assumo quella posizione essendo stato tra quelli che hanno partecipato a un contratto nazionale, quello dei metalmeccanici del ‘69, che è stato in molte parti l’antesignano dello Statuto, ivi compreso l’articolo 18, come sono stato tra i promotori della legge del ‘90. E come sono stato fra quanti hanno votato contro il referendum di Pannella che, con l’avallo di Confindustria, assumeva le tesi di Pietro Ichino di abolizione dell’articolo 18. Fra l’altro mi sembra di una disinvoltura invereconda il fatto che l’ossessione maniacale di Ichino contro l’articolo 18 trovi ancora cittadinanza, nelle sue diverse versioni, in una parte della sinistra italiana. Quasi che la sconfitta del referendum di Pannella
              e la grande manifestazione del 23 marzo 2002 non fossero mai esistite.
              Ma ricordo anche a Pietro Ingrao che, nei confronti del referendum di
              Pannella, Rifondazione diede l’indicazione, questa sì sconvolgente, di non partecipare al voto. Tutta la mia storia mi porta a considerare l’iniziativa di Rifondazione, oggi, come un tenta tivo deliberato di dividere i lavoratori e il sindacato».

                Dunque?

              «Ero tentato di votare no, ma poi la ricerca di una soluzione efficace in
              grado di far fallire il referendum mi ha portato a convergere con gli amici e i compagni che 30 anni fa si battevano con me per conquistare l’articolo 18. Questa è la mia coerenza con decenni di milizia sindacale alla quale mi richiama Fausto Bertinotti».

                Senza dar consigli, cosa dovrebbe fare secondo lei, al di là del voto, la Cgil?

              «Si tratta di battersi per una legislazione di tutela dei diritti individuali
              dei lavoratori di fronte alle grandi trasformazioni intercorse nel mercato
              del lavoro. Di garantire a milioni di lavoratori, esclusi dalle norme attuali dello Statuto, una tutela effettiva di fronte ai licenziamenti individuali e alla disoccupazione. Di superare la loro esclusione dallo stato sociale. E si tratta anche di aprire sul fronte della contrattazione una grande battaglia per offrire ai lavoratori, che rischiano una crescente precarietà, il diritto a una formazione permanente che consenta a tutti e non solo a qualcuno una mobilità verso l’alto».

                Le sembra possibile con un quadro politico e con un governo
                come questi?

              «Il governo sarà contro queste misure. Perciò ho parlato anche di lotte
              sociali. In questo senso sarà determinante che la sinistra riesca ad esprimere una forte proposta di cambiamento e non solo una resistenza agli attacchi dell’avversario».