“Intervista” B.Trentin: «Nessun accordo con questo governo»

26/07/2004

          sabato 24 Luglio 2004

            “l’intervista”
            Bruno Trentin

              «Nessun accordo con questo governo»
              Impossibile tornare al 1992, parlare di concertazione con Berlusconi è come riesumare un cadavere

                Bruno Ugolini

                  ROMA Nessun patto è possibile, dice Bruno Trentin. L’ex segretario della Cgil, oggi presidente della commissione per il progetto dei Ds, aggiunge: “Riesumare adesso la concertazione degli anni Novanta con questo governo vuol dire riesumare un cadavere”. Risponde così al neoministro dell’economia Domenico Siniscalco che ha rievocato, gli accordi concertativi del 1992 (con Giuliano Amato). Bruno Trentin firmò allora l’intesa e poi si dimise.

                    E’ davvero improponibile, oggi, una riedizione di un accordo di quel tipo?”
                    Non è assolutamente possibile. Anche perché c’era stato, subito dopo, nel 1993, un altro accordo, con Carlo Azeglio Ciampi che riempiva i vuoti del 1992, stabilendo un nuovo modello contrattuale.

                      Non c’è il rischio di continuare ad aspettare mentre le cose precipitano?
                      E’ bene che il sindacato si doti di una capacità propositiva forte e la faccia pesare con il governo e con la Confindustria. Non credo, però, che sia il tempo di una concertazione a tre con questo governo che l’ha cancellata consapevolmente e che, come nel caso delle pensioni, ha dimostrato di voler governare a colpi di decreti. Riesumare adesso la concertazione degli anni Novanta con questo governo vuol dire riesumare un cadavere. Bisogna tenere la porta aperta perché il sistema adottato nel 1993 sia adeguato, modificato e riformato soprattutto sui contenuti e non sulla struttura contrattuale.

                        Quali correzioni è possibile introdurre?
                        Credo che ci sia poco da cambiare sulla struttura della contrattazione collettiva a due livelli. Qui il secondo livello può essere l’azienda come il territorio e può essere la regione, in alcuni casi. Tale struttura ha dimostrato una sua validità anche di fronte ai tentativi di eludere il problema sia del governo per il pubblico impiego, sia della Confindustria per i privati. C’è una contrattazione normativa e salariale ogni quattro anni e d’adeguamento salariale ogni due anni. Certo, è stabilito il principio che l’inflazione programmata debba essere il risultato di un concerto, di un accordo tra le parti sociali e il governo.

                          È successo però che non ci sia stata alcuna discussione e quindi nessun accordo sul tetto d’inflazione e questo ha inciso sui salari…
                          E’ stata la perdita di un’occasione. Il sindacato unitariamente avrebbe dovuto sconfessare quei tetti d’inflazione decisi unilateralmente dal governo, con conseguente violazione degli accordi del 1993.

                            Non sarebbe stato un modo per mandare all’aria la politica dei redditi?
                            Una politica dei redditi basata su una decisione unilaterale del governo. Una scelta inconcepibile.

                              E’ fondata l’ipotesi di far saltare il contratto nazionale?
                              Questa la considererei una follia. Vorrebbe dire trasformare il sistema contrattuale in una fotocopia della “devolution” leghista. Con la creazione di un’Italia “Arlecchino”, invece di salvaguardare diritti eguali per tutti. Altra cosa è la contrattazione integrativa anche nel territorio.

                                Un potenziamento della contrattazione territoriale non porterebbe in ogni modo ad una regionalizzazione, al ritorno, addirittura, di gabbie salariali?
                                Certo, se abolisci il contratto nazionale e fai la contrattazione regionale. Il contratto nazionale contempla prima di tutto la fissazione di minimi contrattuali nazionali ed è questo che alcuni vorrebbero mettere in discussione. Io ho detto “anche regionale”, ma nella maggior parte dei casi il territorio non è la regione bensì il bacino di mano d’opera e la zona in cui esistono attività industriali simili, come la lana a Biella o il cotone a Prato. Sono realtà specifiche che possono trovare un riconoscimento e una contrattazione territoriale che affronti problemi che anche sul piano nazionale bisogna affrontare. Mi riferisco all’occupazione, al reimpiego, alla politica formativa nel territorio.

                                  E invece ogni riflessione su nuovi spazi di contrattazione, è vista sempre con riferimento ai salari…
                                  Certo, se è intesa come una base sulla quale definire i salari nazionali, io sono più che contrario. Non è solo un ritorno alle “gabbie”, è la frantumazione dell’unità contrattuale dei lavoratori sul piano nazionale. Per cui non esisterebbe più lo stesso diritto al minimo contrattuale, lo stesso diritto all’occupazione, lo stesso diritto alla formazione. Ripeto: è la devolution cara alla Lega.

                                    Che cosa resta, allora, da cambiare?
                                    Il problema vero riguarda i contenuti della contrattazione. C’è un posto che va riconosciuto alla formazione permanente, non compresa nella struttura contrattuale attuale. C’è una riforma necessaria delle decisioni in materia d’orario di lavoro. Non possono essere più concepite come il risultato di una politica unica e simultanea per tutti sul territorio nazionale. Deve esserci una contrattazione aziendale e territoriale degli orari, anche per consentire il recupero di un governo del sindacato sui tempi del lavoro e i tempi della vita. Tale contrattazione oggi non c’è.

                                      C’è un rapporto tra interventi sugli orari e quanto sta avvenendo in Germania e Francia dove le fabbriche impongono orari più lunghi per non trasferire le produzioni?
                                      Sono un attacco al diritto del sindacato al governo del tempo di lavoro e del tempo di vita. Va riconosciuto che però questo è un punto debole del sindacato in questi anni. Abbiamo inseguito per troppo tempo il mito della riduzione eguale per tutti e le 35 ore in Francia sono state questo e non sono state vissute dai lavoratori come una grande conquista. Mentre abbiamo perso il contatto col governo del tempo concreto che è speso in fabbrica e a casa. Qui c’è un recupero del padronato in tutta Europa, attraverso gli straordinari, nell’organizzazione dei turni di lavoro. Occorre identificare a livello aziendale e territoriale le condizioni per recuperare questa gestione degli orari, anche per ridurli, dove esistono gli spazi.

                                        La nuova Confindustria di Montezemolo? Una trappola?
                                        Dire che è una trappola vuol dire inseguire una lettura dei fatti sociali primitiva. E’ la paura del selvaggio di fronte al fuoco. Rimane il fatto che fra le dichiarazioni iniziali e la situazione che viene a delinearsi ora c’è una contraddizione profonda che non bisogna eludere e che attraversa largamente il padronato italiano.