“Intervista” B.Trentin: «Il premier è rimasto all´Ottocento

28/11/2005
    sabato 26 novembre 2005

    Pagina 3- Economia

    L´Intervista
    Bruno Trentin, ex segretario Cgil: scioperare serve ancora, è un atto di partecipazione e di incontro

      «Il premier è rimasto all´Ottocento»

        Il sindacato non è un soggetto corporativo ma politico, è questo che il presidente del Consiglio non capisce
        Ha provato a dividere Cgil, Cisl e Uil e a ridurre il loro potere contrattuale, ma non è andato molto lontano

          ROMA – Era in piazza anche Bruno Trentin ieri. Capo carismatico dei metalmeccanici nell´autunno caldo, spesso coscienza critica della sinistra: fu contro l´egualitarismo salariale, poi seppe riconoscere l´errore del referendum sulla scala mobile, infine mise in guardia la sinistra sulla fine del posto fisso. Firmò l´accordo con Ciampi nel ´93, dopo essersi clamorosamente dimesso dalla guida della Cgil l´anno prima. Ma lo sciopero, per lui, oggi europarlamentare, resta importante come prima. Anzi.

          Come spiega l´affermazione del presidente Berlusconi sulla inutilità dello sciopero generale?

          «Berlusconi è rimasto all´Ottocento. Ha una visione dei rapporti sociali e del sindacato che non esistono più. Lui pensa al sindacato corporativo e non comprende che oggi il sindacato ha un altro orizzonte. Che – sì – il sindacato è un soggetto politico. È questo che non capisce Berlusconi».

          Ma lo sciopero è ancora utile?

          «Certamente e assume anche un valore che va oltre la vertenza in senso stretto. Lo sciopero è un´occasione di colloquio, di incontro con la gente, di dibattito sulla lotta delle organizzazioni sindacali. Lo sciopero è un momento di partecipazione».

          Quindi lo sciopero è, o può essere, anche politico? Eppure una delle accuse del centrodestra per ridurre il valore della protesta sindacale è stata quella di attribuirle uno scopo politico.

            «Certo che uno sciopero che condanna la Finanziaria è uno sciopero politico. Ed è anche uno sciopero che segna il divorzio tra il Paese e la politica di questo governo allo sbando. Aggiungo che lo sciopero rappresenta pure una pressione sulle imprese per farle uscire dalla loro ambiguità e assumere un atteggiamento limpido. Davvero non si sa dove collocare la Confindustria di Montezemolo che passa da posizioni interessanti, di critica anche veemente alle carenze dell´azione di governo, ad un sorprendente apprezzamento per il rinvio della riforma del Tfr, che è un mero regalo alle assicurazioni».

            Quali sono, secondo lei, gli scioperi che hanno inciso sul corso della politica italiana?

              «Penso a quelli dell´autunno caldo con l´incontro tra la cultura sindacale e la società, l´universo degli intellettuali. E poi, dopo, negli anni Novanta in quella difficile fase di transizione che portò al protocollo del ‘93».

              Proprio guardando a quelle stagioni, non crede che Berlusconi sia per il sindacato italiano ciò che la Thatcher negli anni Ottanta rappresentò per quello britannico: perdita di potere e di rappresentatività?

                «No, proprio per niente. Immagino che per Berlusconi sarebbe considerato un onore, ma non è così. Anche se ci ha provato, ma senza risultato. Ha provato a dividere il sindacato con il Patto per l´Italia, ma oggi si ritrova il sindacato confederale unito; ha provato a ridurre il potere contrattuale del sindacato con la legge Biagi, ma non è andato molto lontano».

              (r.ma.)