“Intervista” B.Leone: «È una cambiale pagata all’Europa»

29/07/2004





 
   
giovedì 29 Luglio 2004
POTERI










 

INTERVISTA

«È una cambiale pagata all’Europa»

Betty Leone, segretaria Spi Cgil: il governo vuol solo far cassa. Penalizzati donne e precari

BEPPE MARCHETTI


L’analisi migliore della riforma delle pensioni? Quella che ha fatto Berlusconi. Che martedì era proprio indignato contro chi protestava per il voto di fiducia chiesto dal suo esecutivo. «Certo che mettiamo la fiducia – ha rivendicato il premier – la riforma va fatta, l’ho promesso all’Ecofin». Ecco, commenta Betty Leone, segretario dello Spi Cgil, «si cambia la previdenza non per migliorarla, ma per onorare una cambiale firmata all’Europa». Sulla pelle dei cittadini.

Da dove si parte per commentare questa riforma?

Facciamo un favore al governo, partiamo dagli incentivi per chi rimane al lavoro. Sembra la parte migliore della controriforma, perché significa aumenti del 32,7% per chi resta al lavoro anche avendo diritto alla pensione. Ma il governo non dice che gli aumenti non sono un regalo, sono i contributi dei lavoratori non versati all’Inps. E questo crea due grossi problemi…

Quali?

Beh, il primo è un buco nei conti dell’Inps. Il secondo è che se i contributi non sono versati, la pensione poi sarà più bassa. Per capirci se una persona matura il diritto alla pensione nel 2005, ma sceglie di lavorare ancora per tre anni, nel calcolo della pensione i tre anni lavorati in più non conteranno.

Però avrà il salario aumentato per 3 anni

Vero, ma quando andrà in pensione che farà? Credo che l’incentivo così come è concepito sia insufficiente. Noi avevamo proposto un’altra cosa, cioè di aumentare le pensioni. Bisogna capire che le pensioni rappresentano sicurezza sociale, uno stipendio più alto per qualche anno è un provvedimento effimero. Che per di più favorisce i redditi medio-alti.

Chi esce invece peggio, secondo voi, da questa riforma?

Molte categorie. In generale direi che irrigidisce le regole. Niente più pensioni d’anzianità, niente più eccezioni per chi ha cominciato a lavorare da giovanissimo, o per chi fa mestieri usuranti. Ma anche fasce d’età particolari. Penso a una persona di 55 anni che perda il lavoro: cosa fa? E’ troppo giovane per la pensione, troppo anziano per trovare un altro lavoro. Non gli rimane nulla.

Cosa dovrebbe garantirgli lo stato?


La possibilità di sopravvivere, come minimo. In una società più competitiva come la nostra ci vuole una rete di protezione sociale più solida. Altrimenti chi esce dalla possibilità di concorrere fa una brutta fine. Pensiamo alle donne, per esempio…

La riforma le penalizza?

Moltissimo. Una donna deve conciliare il tempo della vita e quello del lavoro in modo ancor più problematico rispetto a un uomo. E ci vuole un sistema flessibile per permettere loro scelte individuali. Esattamente il contrario di quello che ha fatto il governo: con la riforma le donne in teoria possono andare in pensione prima, ma in pratica ci sono penalizzazioni fortissime.

Il sistema previsto dalla riforma Dini era abbastanza flessibile?

La riforma Dini aveva il pregio della progressività: entrava in vigore un po’ alla volta. E sicuramente era più flessibile di questa, cercava qualche equilibrio. Poi certo, la riforma Dini lasciava aperti importanti problemi, che non sono stati mai risolti.

Quali sono?

Garantire pensioni dignitose ai lavoratori discontinui, quelli che lavorano sei, sette mesi all’anno. Sono per intenderci gli operatori del turismo, ma anche gli operai edili, i braccianti. Per loro ci vorrebbe un aiuto dello stato.

Il governo risponderebbe che devono farsi la pensione integrativa…

Ecco, appunto. Persone che lavorano pochi mesi e guadagnano una miseria. E’ una questione di tutela sociale, compete allo stato. Poi c’è l’altra questione, cioè la rivalutazione. Bisognerebbe collegare le pensioni alla produttività del paese, farne aumentare l’importo col tempo. Anche di questo s’era parlato nel 1995 (l’anno della riforma Dini,
ndr), ma il governo su questi temi non ci sente. Vuole solo ridurre i costi, non migliorare il sistema previdenziale.

Che pensate invece dei fondi pensione? La riforma li liberalizza

Sui fondi pensione non siamo certo contrari. Ma è sbagliato equiparare i fondi sindacali e quelli gestiti dalle assicurazioni: questi ultimi hanno molte meno regole e tutele.

Perché?

La riforma prevede che i fondi pensione siano finanziati anche con il tfr. C’è il meccanismo del silenzio-assenso: se un lavoratore non dice di no, il suo tfr finisce nei fondi. Ma questo significa che i soldi sono dei lavoratori e devono essere trattati con ogni cautela. I fondi sindacali sono gestiti secondo molte regole che garantiscono questo, le assicurazioni invece pensano al profitto.

I tempi della riforma vi sembrano troppo rapidi?

Più che rapidi sono bruschi. Dal primo gennaio 2008 cambia tutto: non c’è gradualità. Poi ho anche il sospetto che la riforma possa cambiare in peggio. Il ministro Siniscalco ci ha detto che bisogna fare scelte dolorose, non vorrei che questo significhi un’accelerazione.