“Intervista” B.Lapadula: «Gli aumenti netti si fermano all’1,8%»

01/02/2005

    martedì 1 febbraio 2005

      Pagina 11 – Economia e lavoro

      Beniamino Lapadula, responsabile economico Cgil: la metà degli incrementi contrattuali viene eroso dal drenaggio fiscale

        «Gli aumenti netti si fermano all’1,8%»

          MILANO «C’è poco da entusiasmarsi. Non c’è alcuna inversione di tendenza, i salari restano schiacciati sull’inflazione. Del resto, siamo seri: in una situazione di economia che ristagna, come si può pensare che i salari crescano?». Parla Beniamino Lapadula, responsabile economico della Cgil, e spiega come in realtà le retribuzioni non siano affatto aumentate. Anzi, il contrario.

            L’Istat dice che le retribuzioni sono aumentate del 2,9% e l’inflazione del 2,2%: il differenziale esiste.

              «Il dato delle retribuzioni è lordo. Se andiamo a vedere il netto, cioè il reale potere d’acquisto, ci rendiamo conto che la metà degli aumenti contrattuali viene eroso dal drenaggio fiscale».

                Quello che il governo ha promesso di restituire ai lavoratori e che invece si è tenuto.

                  «Esatto. È dal 2002 che non viene più restituito. Significa 2 miliardi e mezzo l’anno, tutti soldi che sono finiti a finanziare la riduzione dell’Irpef, che vale nel complesso 6 miliardi e mezzo».

                    La riduzione delle tasse finanziata con i soldi dei lavoratori. Di tutti i lavoratori, mentre le tasse vengono ridotte solo per i ceti più alti. È così?

                      «Sì. Di fatto, i salari più alti recuperano l’erosione fiscale con lo sconto Irpef, quelli bassi invece restano sotto l’inflazione».

                        Di quanto? Si può dare un dato «alternativo» a quello Istat?

                          «L’aumento medio delle retribuzioni al netto del drenaggio fiscale è pari all’1,8%. Sempre con l’inflazione al 2,2%. E poi ci sono altre questioni che pesano».

                            Altre questioni? Quali?

                              «Innanzitutto il fatto che l’aumento del 2004 recupera in parte la perdita secca registrata nei tre anni precedenti. Parlo di dati lordi. E, se si fa riferimento al 2000, il recupero ancora non è nemmeno completo, manca lo 0,2%. Poi, bisogna considerare che a fronte della riduzione dell’Irpef, sono in aumento tutte le imposte locali, a breve anche le addizionali regionali, legate alla sanità».

                                I dati Istat, quindi, sono corretti.

                                  «Non voglio fare polemiche sull’Istat, che peraltro attraversa una grave crisi perchè non viene finanziato, e ha più del 50% dei ricercatori con contratto precario. Ci possono essere problemi, si possono commettere errori, ma per migliorare la qualità occorrerebbero anche degli investimenti. Che il governo non fa».

                                    Perdita del potere d’acquisto uguale calo dei consumi: è giusto o è riduttivo?

                                      «C’è anche un grave problema di sfiducia. Che attiene alle aspettative sul futuro. Incide l’incertezza sul welfare, soprattutto: la gente non sa più se riuscirà ad andare in pensione, per quale quota dovrà pagarsi le spese sanitarie. È del tutto inutile agire sulla leva Irpef per far ripartire i consumi, non è questo il punto».

                                        la.ma.