“Intervista” Asor Rosa: Se Cofferati resta solo

26/06/2002

26 giugno 2002



Se Cofferati resta solo
Alberto Asor Rosa: «E’ paradossale che la Cgil, nel momento decisivo, non abbia neanche un partito politico disponibile a sostenere fino in fondo le sue ragioni. Eppure ci giochiamo tutto lì». A Roma il sostegno degli intellettuali al sindacato

COSIMO ROSSI


«Mi sembra abbastanza singolare che la Cgil non abbia neanche un partito politico che si dichiari disponibile a sostenere fino in fondo le sue ragioni». Alberto Asor Rosa guarda con preoccupazione all’assenza di sostegno politico alla lotta sindacale, soprattutto da parte dei Ds. Lui, invece, è impegnato da mesi insieme a un gruppo di intellettuali nel sostenere la battaglia sui diritti portata avanti dalla Cgil: prima con il manifesto e la successiva iniziativa alla vigilia della manifestazione del 23 marzo a Roma. Oggi con un secondo incontro seminariale su «lavoro e cultura nella società in evoluzione», nel quale, oltre a quello di Asor Rosa, sono previsti gli interventi di Luciano Galliano, Marino Piazza, Mario Tronti e Sergio Cofferati.

Come intellettuali vi siete mobilitati in un momento in cui il fronte sindacale era unito sull’articolo 18. Oggi che invece la Cgil conduce da sola questa battaglia cambia anche la natura della vostra iniziativa?

Dal nostro punto di vista non cambia assolutamente nulla, perché le nostre iniziative consistono nel tentativo di dare contributo di analisi e di pensiero alle lotte che la Cgil conduce con i lavoratori, da sola o insieme agli altri sindacati. Questa funzione non viene meno in presenza di una situazione che politicamente e socialmente può essere considerata più difficile. Anzi, si potrebbe dire che valenza del nostro contributo acquista un significato maggiore. Ci sono moti conflitti insieme in questo momento. C’è quello della Cgil con il governo, c’è quello che si spera provvisorio della Cgil con gli altri sindacati e c’è anche dibattito interno al centrosinistra e alla stessa sinistra. Ma le grandi questioni di fondo su cui vogliamo ragionare – cultura, lavoro, presenza delle donne in ognuno di questi pezzi – non vengono modificate radicalmente dal fatto che la Cgil è isolata rispetto al contesto sindacale e ha dei problemi di rapporto rispetto al centrosinistra. Presumiamo di fare dei ragionamenti e analisi che vanno al di là.

Le questioni di fondo hanno forse un confine europeo, se si guarda al conflitto sociale esploso anche in Spagna ma anche alla crisi dei governi di centrosinistra…

E’ certamente una dimensione europea. Tanto più non c’è interferenza tra la situazione attuale in Italia a e nostri ragionamenti. D’altra parte non siamo un gruppo che esprime punto di vista coeso: siamo un gruppo di persone che pensano di poter dare dei contributi alla Cgil e questo è il fondamentale punto di unità. Direi che il seminario di domani è caratterizzato dall’esigenza di stabilire dei luoghi privilegiati dell’analisi sociale e culturale che ci si trova di fronte quando si affrontano argomenti di questo genere. Mi pare evidente che il punto decisivo sia l’attacco al welfare che viene da più parti, di conseguenza il nostro impegno non può non vertere sull’esigenza di una risposta su questo terreno: cosa di fa di fronte alla crisi welfare e quali modelli vanno fatti emergere anche dai conflitti in corso?

Anche un modello a ispirazione sociale come quello francese è stato duramente battuto e questa sconfitta viene utilizzata a suffragio della terza via blairiana…

Non credo che la sconfitta francese sia riducibile alla sconfitta degli elementi di socialità che il governo Jospin aveva introdotto. Probabilmente in quel caso è mancato il dato politico dell’unità del centrosinistra, che certamente è un aspetto non indifferente rispetto alla possibilità di vincere. Non penso di conseguenza che la sconfitta di Jospin in Francia sia un automatico punto di appoggio argomento per una ipotetica linea europea di ispirazione blairiana. Non vedo nemmeno come il blairismo possa essere trasferito in Italia, tenendo conto che qui il sistema bipolare è lungi dall’affermarsi e che c’è una sinistra che corrisponde a logiche e tradizioni con cui Blair non ha nulla a che fare.

Tuttavia, in Italia come in Europa sembra profilarsi una separazione strategica tra l’idea di un aggregato democratico che introduce forti elementi di liberismo nelle politiche economiche e sociali e il tentativo di ricostruire una politica sociale di sinistra.

Penso che la linea di divisione all’interno della sinistra sia sostanzialmente questa. Aggiungendo poi che in Italia la sinistra vincente non è la sinistra tout cuort, ma il potenziale centrosinistra, dentro il quale le opinioni sono diversificate. Il problema secondo me è che la sinistra sociale è più indietro con l’elaborazione, con i tempi. Conosce maggiore difficoltà dell’altra linea perché tutto sommato è più ambiziosa: non è un mix di tradizione socialista è liberismo, ma vorrebbe essere una nuova proposta ispirata alla grande tradizione socialista europea. Questo certamente comporta un pragmatismo inferiore e un impegno di riflessione. E così torniamo al punto di partenza: bisogna aiutare ridefinire un profilo e un’identità di una sinistra di questo tipo. Questa mi sembra la posta in gioco.

Una posta in gioco condivisa da una parte dell’elettorato e dei militanti che si sono come rimotivati attraverso attraverso il conflitto, ma che trova su cui una parte dei gruppi dirigenti sono scettici…

Naturalmente è sempre difficile fare un’analisi dei flussi, che ognuno tira dalla sua. Credo che il grande movimento creato dalla Cgil abbia avuto incidenza sul risveglio di parte dell’opinione pubblica di sinistra che si era tirata indietro. Gli effetti si vedono anche nei risultati delle recenti elezioni amministrative. In ogni caso mi pare che lo scossone dato dalla Cgil alla sinistra sia stato estremamente salutare.

Senonché il segretario ds Fassino fa lo sgambetto a Cofferati: un voto che forse dimostra definitivamente come anche nei Ds esistano due opzioni strategiche differenti.

Questo lo sapevamo anche prima. Adesso diventa più evidente. In linea puramente teorica potrebbe aver ragione Fassino quando dice che la linea di un partito può coincidere precisamente con quella di un sindacato. Di fatto, però, è abbastanza straordinario che la Cgil non abbia neanche un partito politico che si dichiari disponibile a sostenere fino in fondo le sue ragioni.

Già, perché se da un lato i Ds si dividono e una parte molla Cofferati, dall’altro Rifondazione, che sostiene Cofferati, lo fa attraverso il referendum sull’estensione dell’art. 18 che preoccupa il sindacato…

Anche Rifondazione fa il suo legittimo gioco politico. Forse sottovalutano che in questa fase il punto decisivo è che la Cgil ce la faccia. Ci giochiamo tutto lì.