“Intervista” Asor Rosa: «Il mestiere meno usurante? Il sindacalista»

19/07/2007
    giovedì 19 luglio 2007

    Pagina 6 – Primo piano

      L’INTERVISTA

        Asor Rosa: «Il mestiere meno usurante?
        Il sindacalista»

        Marco Galluzzo

          ROMA — «Il sindacalista che parla di lavori usuranti mi deprime e mi fa sorridere».

          Perché?

          «Perché uno potrebbe anche sostenere che proprio il sindacalista è uno dei mestieri meno usuranti e più imponderabili del mondo del lavoro».

          Addirittura!

          «E cosa fa un sindacalista? È un mestiere fondato sugli appuntamenti».

          Alberto Asor Rosa, classe 1933, scrittore, critico letterario, intellettuale di riferimento della sinistra italiana, per oltre 30 anni ha fatto anche il professore universitario. Il segretario della Uil, Sergio Angeletti, ha equiparato i docenti a dei mezzi lavativi, non dei campioni di produttività.

          Asor Rosa, anche lei si stressava molto poco?

          «Ormai la mia competenza in materia è esaurita ».

          Ma avrà dei ricordi: quanto lavorano questi professori universitari?

          «Francamente mi pare una contesa insensata. Naturalmente ognuno giudica sulla base della propria esperienza, ma che un sindacalista faccia discorsi di questo tipo…».

          Insomma da che pulpito?

          «Ma no, è solo un discorso ridicolo. Se uno si mette a fare un discorso su usura o meno, applicato a ogni mestiere, si comincia con una categoria abnorme e assurda».

          Ma è un discorso che può avere conseguenze giuridiche, anche sulla riforma delle pensioni.

          «Certo, ci mancherebbe. L’altoforno è diverso dal computer, ma non è con questi criteri aneddotici o folcloristi che si affrontano questioni così serie come la riforma delle pensioni».

          Addirittura folcloristici?

          «Ma certo, ho letto addirittura dei baristi, delle maestre d’asilo, come categorie super stressate. Se uno discute della materia in questo modo non fa un buon servizio al dibattito pubblico, già abbastanza deprimente».

          Si è depresso leggendo Angeletti?

          «Ho anche riso, e molto. Esistono mestieri che sono scientificamente usuranti. Ma se da una categoria fondamentalmente operaria si entra in discorsi e categorie diverse, dai magistrati ai professori universitari, che non hanno senso, allora si finisce con il leggere ragionamenti che possono far veramente sorridere solo i sindacalisti che li pronunciano».

          Un elenco dei lavori molto stressanti?

          «Se uno sta per 30 anni a una catena di montaggio, o appeso a una corda per rifinire le facciate di un palazzo. Ma quando entriamo nel campo dei lavori intellettuali la certezza si attenua ed entriamo nel campo dell’opinione, dell’interpretazione».

          Cosa l’ha sorpresa di più di Angeletti?

          «L’idea che si possa allargare a piacere il dibattito in base a una visione impressionista del lavoro ».

          Ma Angeletti non è certo uno sprovveduto, è un sindacalista stimato ed esperto.

          «In Italia c’è il vizio di cercare consenso a tutti i costi. Siccome i consensi degli operai non bastano, o non bastano più, e la Uil magari ne ha anche meno degli altri, allora…».

          Allora?

          «È una vecchia storia, magari le maestre e i baristi si convincono e si iscrivono ».

          Insomma tutto fa brodo?

          «Tutto fa brodo. Ma questo brodo è addirittura indigesto, e va a scapito di quelli che andrebbero veramente tutelati, rimette in discussione anche la categorie più svantaggiate ».

          Lei quando è andato in pensione?

          «A 72 anni. E avrei potuto restare sino a 75, in base a un privilegio al contrario, che consente una permanenza più lunga ai docenti universitari».

          Cosa pensa del dibattito politico sulle pensioni?

          «Che è una cosa abnorme. Credo ci si debba mettere d’accordo perché la questione non mi pare così vitale da morirci tutti sopra, il governo, la maggioranza e i sindacati».