“Intervista” Antonio Lettieri parla di Bruno Trentin

24/09/2007
    domenica 23 settembre 2007

    Pagina 18 – STORIE

      È passato un mese da quando Trentin se ne è andato.
      Lo ricordiamo così

        intervista

        Perché gli sfruttati
        potessero infine
        divenire produttori

          Antonio Lettieri parla di Bruno Trentin sindacalista, in un periodo decisivo per il paese; e del sindacato che egli cercava di costruire, con i lavoratori protagonisti e capaci di conoscere e di scegliere la linea più opportuna e più unitaria

          Guglielmo Ragozzino

          Antonio Lettieri è entrato a far parte dell’ufficio studi della Cgil quando Bruno Trentin era ormai passato alla Fiom. Lo ha poi raggiunto e negli «anni di Trentin» è stato nella segreteria di Fiom, di Flm e infine di Cgil.

          Nell’onorare Trentin, si è trascurato paradossalmente il sindacalista. Che sindacalista era?
          Bruno Trentin è stato innanzitutto un sindacalista vero. Ha trascorso oltre quaranta anni in ruoli diversi partendo, giovanissimo, dall’Ufficio studi della Cgil, fino a diventarne segretario generale, passando per la direzione della Fiom e dell’Flm… Quando uno storico del sindacato ne avrà l’occasione e la voglia, dovrà ricostruire la storia intellettuale e politica che fa di Trentin uno dei principali artefici del paradigma sindacale e del modello di relazioni industriali del nostro paese. La sua biografia sindacale non si può racchiudere in una formula semplificata anche se suggestiva, come talvolta si è fatto, dopo che ci ha lasciato. Da questo punto di vista, mi sembra strumentale o comunque deviante cogliere un punto o l’altro della sua storia di dirigente sindacale, come quando ci si riferisce a circostanze particolari, come furono quelle del 1992-93, per fare di Trentin una sorta di maestro dei grandi compromessi a livello politico e di governo.
          Quali sono, a tuo avviso, i punti salienti della sua lunga esperienza sindacale?
          Partirei dai primi anni ’60, dal suo arrivo alla Fiom che s’intreccia con un forte dibattito che investe tutta la sinistra e, in particolare, il partito comunista sull’analisi e le sorti del capitalismo italiano – dibattito che ebbe un momento centrale in un famoso convegno dell’Istituto Gramsci del 1962 sulle «Tendenze del capitalismo italiano». Un importante leader comunista come Giorgio Amendola sosteneva che l’arretratezza del meccanismo di sviluppo italiano dipendeva dal dominio monopolistico dei grandi gruppi, e indicava come soluzione la necessità di una grande alleanza politica antimonopolistica. Trentin sostiene una tesi rovesciata: le grandi concentrazioni industriali sono alla testa di quello che allora si definisce il neocapitalismo, sono portatrici dell’innovazione tecnica e delle nuove forme della produzione, ed è da quest’analisi che bisogna partire per cogliere le trasformazioni interne alla classe operaia.
          Che significa questo per il sindacato, concretamente?
          Nella fase di trasformazione industriale sono emerse nuove figure professionali, i tecnici, quelli che Vittorio Foa indica come «intellettuali della produzione». E, al polo opposto della scala professionale, una grande massa di giovani che provengono spesso dalle campagne del Mezzogiorno. Il sindacato, tradizionalmente fondato sul lavoro professionale e qualificato non riesce a rappresentare queste nuove realtà.. Secondo Trentin, il rinnovamento del sindacato deve partire dalla contraddizione fondamentale che è nel cuore stesso del capitalismo, nell’organizzazione del lavoro. Entra nel dibattito sul ruolo del marxismo come strumento di analisi e criticandone le interpretazioni «ortodosse» ne dà una lettura «marxiana». Quella che per l’appunto pone al centro della contraddizione capitalistica la condizione di lavoro e di alienazione nel processo di produzione di massa. E’ il filone di pensiero che si è sviluppato con i «Quaderni rossi» di Raniero Panzieri, e attraverso l’analisi che a Torino la Camera del Lavoro viene svolgendo, sotto la direzione di Emilio Pugno e Sergio Garavini, nella riflessione sulla sconfitta alla Fiat che aveva segnato drammaticamente la Cgil alla metà degli anni cinquanta.
          Tu sottolinei un intreccio anche teorico per non dire ideologico che oggi può apparire strano…
          Può darsi, ma allora non lo era. E’ su queste basi insieme culturali, politiche, ma anche operative, che incidevano sul «che fare», che prende forma l’idea di un sindacato nel quale i lavoratori debbono impossessarsi dell’analisi dell’organizzazione del lavoro, imparare a esercitare un potere d’intervento e di iniziativa. Un campo in continuo movimento che comprende non solo gli aspetti quantitativi, ma soprattutto quelli qualitativi della prestazione lavorativa: dagli orari, ai ritmi imposte dalle macchine, alle pause, al rapporto fra mansioni e qualifiche, alle condizioni ambientali.
          Quale ruolo gioca l’unità sindacale in questa rinnovata visione del sindacato?
          Direi un ruolo assolutamente decisivo. Unità, autonomia e democrazia sono i punti essenziali del triangolo che racchiude il paradigma sindacale al quale lavora Bruno Trentin nella fase complicata degli anni Sessanta, nella lunga vigilia di quello che sarà l’«autunno caldo» del 1969. Da questo punto di vista, bisogna dire che Trentin s’imbatte in una condizione fortunata, vale a dire nelle profonde trasformazioni culturali e politiche in atto nell’ala sinistra della Cisl nelle fabbriche del nord e, in primo luogo, nel ruolo che gioca a Milano un giovane dirigente della Fim, Pierre Carniti. Inizia da qui il lungo cammino del nuovo modello di unità che, alla fine del decennio, porterà alla costruzione dell’Flm.
          L’autunno caldo… Non fu anche la stagione del pansidacalismo oltre che dell’egualitarismo?
          L’accusa di pansindacalismo aveva un carattere polemico e derivava dal ruolo oggettivamente centrale che, con il grande movimento di massa cavallo degli anni ’60 e ’70, assunse il sindacato sulla scena politica italiana. Quanto all’egualitarismo, l’accento è stato generalmente posto sugli aumenti salariali uguali per tutti. Ma questo fu solo un elemento di quella strategia. Il paradigma egualitario era parte di un contesto e di un clima culturale e politico generale caratterizzato da nuove forme di lotta che coinvolgono nuovi soggetti in tutta l’Europa, a cominciare dai movimenti studenteschi..

          Il dibattito investì la stessa Fiom….

          Trentin e una parte della Fiom erano inclini a mantenere una differenziazione degli aumenti salariali sulla base delle qualifiche. Ma la strategia egualitaria non mancava di un fondamento oggettivo: negli anni più recenti erano entrati in massa nelle grandi fabbriche del nord giovani lavoratori immigrati, spesso con un livello d’istruzione relativamente alto, ma condannati dall’organizzazione del lavoro parossisticamente gerarchizzata e frantumata del fordismo a rimanere a vita nei gradini più bassi della scala professionale. Erano essi i nuovi protagonisti. E la linea egualitaria, nella vertenza contrattuale del ’69, non riguardò solo gli aumenti salariali, ma tutta l’impostazione rivendicativa: la riduzione generalizzata della durata del lavoro a 40 ore settimanali, e la parificazione del trattamento di malattia tra impiegati e operai. E non per caso, prima con l’accordo nella siderurgia e poi col contratto nazionale di categoria del ’73, fu rovesciato il vecchio sistema di qualificazione per passare all’inquadramento unico.

          E quale fu il ruolo dei consigli di fabbrica nella formazione dell’Flm e nel dibattito sull’unità organica del sindacato?…..

          Alla nascita delle nuove forme di democrazia di base troviamo i delegati di linea e di reparto eletti unitariamente dai lavoratori, e da qui i consigli di fabbrica che sostituirono, non senza contrasti nel sindacato, le Commissioni interne, divenendo la base dell’unità dei metalmeccanici e dello sviluppo dell’Flm. Vi aderivano non solo i lavoratori iscritti alle precedenti sigle, ma un grandissimo numero di giovani lavoratori senza alcuna precedente affiliazione. Forse è giusto ricordare, a questo punto, che l’Flm, guidata da Trentin, Carniti e Benvenuto, si trovò pronta a realizzare tutte le condizioni per il passaggio all’unificazione sindacale dei metalmeccanici, come un primo passo verso l’unità sindacale organica di Cgil, Cisl e Uil: Trentin e Carniti erano sicuramente pronti a compiere questo passo che avrebbe cambiato la storia del sindacato italiano. Poteva essere la prima tappa di un percorso progressivo e generale. Ma incontrò ostacoli sia nelle Confederazioni, sia nel Pci. Una grande occasione perduta.

          In che senso citavi all’inizio la costruzione di un nuovo modello di relazioni industriali?

          Il nuovo paradigma sindacale, che aveva le sue radici nei luoghi di lavoro, arrivò progressivamente alla definizione di tre momenti distinti ma tendenzialmente intrecciati della strategia sindacale. Innanzitutto, un’inscindibile relazione tra contratto nazionale e contrattazione articolata a livello aziendale. Poi il diritto del sindacato al processo di informazione e consultazione sulle strategie imprenditoriali che si riflettono sui mutamenti tecnici, la composizione degli organici e le condizioni di lavoro. Infine, il confronto con il governo (e le altre istituzioni pubbliche) sui grandi temi di riforma sociale e quindi anche su alcuni aspetti rilavanti delle politiche economiche.

          La concertazione, quasi. Si può pensare che il prologo fosse già nella strategia dell’Eur?

          La scelta dell’Eur nel febbraio ’78 che vide Trentin tra gli artefici principali, fu il tentativo di intervento delle Confederazioni in un quadro di grave crisi economica del paese. Vi fu un consenso pressoché generale, ma un gruppo minoritario delle tre confederazioni contestò quella scelta nella convinzione che il prezzo pagato veniva a incidere proprio sulla salvaguardia dell’autonomia contrattuale nei luoghi di lavoro – un principio che Trentin aveva contribuito a mettere al centro della strategia sindacale. Fu un momento di rottura. Ma, come si sa, il tentativo dell’Eur si rivelò fallimentare e si esaurì nel breve volgere di una stagione. Non mancarono altre scelte difficili e credo in qualche modo anche dolorose per Trentin, come quella del febbraio1984, quando sotto il governo Craxi, si verificò una rottura verticale sul blocco di alcuni punti di contingenza come rimedio all’inflazione galoppante. Credo di poter dire che Trentin, insieme con Lama, si adoperò per scongiurare la rottura interna alla Cgil e fra le Confederazioni. Ma la rigidità delle posizioni della Cisl allora guidata da Carniti, da una parte, e la posizione intransigente del Pci, dall’altra, resero impraticabile ogni ipotesi di soluzione. E la conseguenza fu il referendum abrogativo voluto dal Pci, poi rovinosamente perduto. Gli accordi del ’92 e del ’93, ai quali si è spesso fatto riferimento, con le loro differenze, rispondevano a situazioni diverse. Nel ’92 lo scenario era quello di una crisi profonda del paese, economica e politica, e l’accordo fu subìto, pur considerandolo inevitabile nella situazione data. Nel ’93 il Patto sociale stipulato col governo fu per molti versi un successo. Per la prima volta consolidava a livello istituzionale il diritto al doppio livello di contrattazione, nazionale e aziendale. E questo era sempre stato un obiettivo centrale della concezione sindacale di Trentin. Fu questo l’ultimo accordo di Trentin.

          Che lezioni trarre da esperienze ricche di successi ma anche segnate da contraddizioni e speranze incompiute?

          In effetti, Trentin volle lasciare la segreteria generale della Cgil dopo solo cinque anni dalla sua elezione. Si era conclusa la sua fatica di sindacalista, ma non smise di lavorare intorno ai temi che erano stati al centro della sua passione di intellettuale e di dirigente del movimento operaio.

          Continuò a lavorare sull’idea di un sindacato dei diritti e delle nuove forme del welfare. Ma la sua analisi dei cambiamenti nell’epoca del capitalismo globale furono spesso travisate, e l’espansione dei diritti che si sogliono definire di cittadinanza e le nuove funzioni dl welfare furono assunte come terreno di scambio con le tutele nei luoghi di lavoro e nel mercato del lavoro, che rimangono parte inalienabile dell’identità della persona in quanto lavoratore o lavoratrice. Impegnato come parlamentare europeo nel dibattito sulle politiche europee, godette dell’amicizia profonda di Jacques Delors che, per molti versi, immaginava un sindacalismo europeo più unito e più influente anche sulla base dell’esperienza del sindacalismo italiano. Negli anni più recenti, Trentin non mancò di continuare in un lavoro di riflessione nei campi dell’analisi come dei programmi, ma la sua voce rimase spesso isolata e coperta dalla grande cacofonia che, anche a sinistra, accompagna confusamente le incertezze di questa stagione culturale e politica. Il lascito più importante rimane quello della necessità continua di unificare le diverse componenti del mondo del lavoro, insieme con l’autonomia politica del sindacato e la sua vocazione unitaria.