“Intervista” Angeletti: La visione globale del sindacato

03/11/2003



      Sabato 01 Novembre 2003

      ITALIA-LAVORO
      La visione globale del sindacato

      La sfida dei nuovi mercati – Parla Luigi Angeletti (Uil): «Dobbiamo pensare in modo europeo»

      SERENA UCCELLO


      MILANO – Globalizzazione e apertura dei mercati. Produzioni ad alto contenuto tecnologico e produzioni a basso costo. Il sistema imprenditoriale italiano fa i conti con l’aggressione dei prodotti orientali. Il sindacato tenta la strada della reazione e prova ad affinare nuove strategie, diviso tra vecchi ideali di solidarietà transnazionale e l’urgenza di difendere l’occupazione locale. E così l’orizzonte nazionale, al momento, rimane l’unico chiaramente delineato, mentre una riflessione di più ampio respiro fatica a prendere corpo. Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, non ci sta però a parlare di un sindacato in ritardo rispetto alle sfide della globalizzazione e chiarisce subito «è un problema che noi ci siamo posti da tempo». Preso atto del fatto che «la globalizzazione – spiega Angeletti – ha messo in discusssione la distribuzione della produzione, ma anche quella dei posti di lavoro».
      Ma cosa propone il sindacato per far sì che una nuova distribuzione dei posti non si traduca in un ridimensionamento dell’occupazione?
      La strada è una sola: bisogna ridurre il dumping sociale nei Paesi in via di sviluppo.
      Come?
      Intervenendo sul ruolo del sindacato. Finalmente si è cominciato a comprendere che quella che in passato veniva vista come una nostra politica solidaristica di difesa del sindacato in difficoltà, mi riferisco ad esempio a quello di Singapore o della Corea, in realtà ha rappresentato uno sforzo perché si cominciassero a creare le condizioni proprio per combattere il dumping.
      Questo basterà per fronteggiare la concorrenza?
      L’ingresso di nuovi competitori è chiaro che comporterà dei problemi. Al tempo stesso però l’allargamento del mercato rappresenterà anche un ampliamento delle opportunità. Si creerà una maggiore quantità di ricchezza nel mondo. E questo non potrà non avere ricadute positive per tutti. In fondo quanto sta accadendo in Cina è molto simile a quello che è accaduto in Italia negli anni ’50. Ecco perché per i Paesi con una industrializzazione più antica l’unico percorso possibile è quello di posizionarsi sui segmenti più alti della produzione. Lei parla di Paesi ad alta industrializzazione affrontando il problema in una dimensione europea più che nazionale.
      Certo perché dobbiamo renderci conto che il problema non è più di un solo Paese: dobbiamo abituarci a pensare in modo continentale. Gli stati Ue devono cioè capire che bisogna concepire gli investimenti in un’ottica globale, vale a dire alzare il livello della competitività in un contesto europeo. Questa è l’unica via d’uscita. L’Europa politica però si mostra impreparata rispetto a questo tipo di approccio. Anche se è stato un passo avanti l’approvazione di una risoluzione comune in cui si indica chiaramente che la politica economica non deve tradursi solo in una politica di stabilità o di controllo dell’inflazione, ma deve essere anche politica di crescita. Un esempio: la banca centrale europea si occupa essenzialmente di tenere bassa l’inflazione e alto l’euro, la Fed invece pensa allo sviluppo a più ampio raggio e alla crescita.
      Non esiste quindi un problema specificatamente italiano?
      Sì, certo che esiste. Ed è che noi per almeno 15 anni abbiamo ridotto in modo sistematico gli investimenti. È chiaro sono stati gli anni del rigore finanziario e delle esigenze di bilancio. Di fatto però le risorse per la ricerca o infrastrutture sono state fortemente ridimensionate: tutto ciò ha ridotto la nostra qualità e il nostro livello di competizione. Non c’è solo l’Oriente però, rimanendo dentro i confini continentali la prossima priorità sarà gestire l’apertura ad Est.
      Come sindacato abbiamo già cominciato a predisporre qualche iniziativa. Dentro la confederazione del sindacato europeo ci sono, ad esempio, tutti i sindacati dei Paesi ex comunisti. E sono state sviluppate anche relazioni a livello bilaterale. Quanto alla mobilità non credo che il fenomeno tornerà ad avere proporzioni massicce come agli inizi degli anni ’90. Si tratterà di affrontarla con intelligenza e gradualità. Certo le difficoltà ci saranno. Gestire il mercato non sarà semplice: basti pensare a tutti i problemi che ha avuto la Germania dopo l’unificazione.
      Resta, comunque, la sensazione che i temi europei siano troppo poco presenti nelle agende del sindacato.
      È vero, nonostante gli sforzi il sindacato europeo ha ancora una scarsa presa. L’Europa è al momento dibattito di un ristretto gruppo dirigente e resta fuori dal corpo e dalla base del sindacato. Ovviamente tutto ciò si traduce in un ritardo. La dimensione nazionale, quando non locale o aziendale, è ancora predominante.