“Intervista” Angeletti: «Così parte una trattativa più utile»

24/01/2002





Angeletti: «Così parte una trattativa più utile»
Massimo Mascini
ROMA – È possibile trattare con il Governo, per i contratti pubblici e per lo sviluppo del Mezzogiorno. Ma perché terminino gli scioperi è necessario che il Governo tolga di mezzo quella norma sull’articolo 18. Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, non nega la possibilità di riprendere a negoziare con l’Esecutivo, ma sui licenziamenti è fermo. E non respinge nemmeno l’ipotesi di uno sciopero generale.
Angeletti, migliorano i rapporti tra Governo e sindacati?
Noi continuiamo a chiedere che il Governo tolga di mezzo il macigno che ha introdotto quando ha deciso la modifica dell’articolo 18 dello Statuto, quello sui licenziamenti. Un serio freno allo sviluppo del dialogo. È necessario che venga tolto di mezzo.
Perché tanto livore?
Ci sono motivi di merito e motivi politici. Quelli di merito sono abbastanza chiari. Noi non crediamo che modificare l’articolo 18 comporti in qualche misura un aiuto per l’occupazione. Non dà maggiore dinamicità al mercato del lavoro.
Quali sono i motivi politici?
Innanzitutto, in quel modo si spostano in maniera inaccettabile gli equilibri di potere nelle fabbriche. Ma soprattutto ci scotta che il Governo, dovendo decidere tra la posizione di Cgil, Cisl e Uil, e se vogliamo togliere di mezzo la Cgil, restano sempre la Cisl e la Uil, dunque tra la nostra posizione e quella del Governo, non abbia esitato un attimo. Nessun dubbio. Ma questo ha alterato i rapporti di equilibrio tra noi e la Confindustria.
Ma il dissidio sull’articolo 18 pregiudica l’avvio di negoziati con Governo su altri temi?
Si tratta di capire cosa ci interessa e quindi su cosa sia possibile avviare un discorso. Noi, per esempio, abbiamo un grande interesse a chiudere i contratti del pubblico impiego. Per questo abbiamo proclamato uno sciopero generale per il 15 febbraio. Il Governo deve trovare le risorse necessarie al rinnovo di quei contratti. Ancora, ci interessa capire cosa il Governo voglia fare per il Mezzogiorno.
È stato aperto un tavolo di discussione.
Solo formalmente. Deve partire un confronto vero, anche con gli imprenditori, perché l’occupazione viene con gli investimenti, non con la flessibilità.
Ci sono altri temi da approfondire con il Governo?
Questi due mi sembrano più che sufficienti.
Ma prima si deve sciogliere il nodo dell’articolo 18?
Non necessariamente. Se il Governo vuole firmare i contratti pubblici, io non mi tiro certo indietro.
Anche sul 18, comunque, crescono i segnali di ammorbidimento delle rigidità del Governo.
Rivelano che una parte della maggioranza comincia a considerare questo argomento per quello che è. Molti si rendono conto che non è un punto determinante del programma di Governo, soprattutto che la sensibilità degli elettori è più forte di quanto si credesse. Capiscono che la nostra rigidità non deriva da un puntiglio delle burocrazie sindacali, ma risponde a sensibilità forti dei lavoratori. È possibile un accomodamento su questo tema, per esempio limitando la sperimentazione alle aziende del Sud, come da qualche parte si suggerisce? Nessuna trattativa si può fare partendo da quello che il Governo ha deciso, sarebbe svantaggioso per il sindacato, che si troverebbe in grandi difficoltà.
E quindi?
Quindi quell’articolo deve essere eliminato.
Un passo indietro del Governo?
Nessun passo indietro. Occorre che sindacato e Confindustria siano messi su un piano di parità su questo tema.
Se il Governo stralciasse quel riferimento, si potrebbe dopo aprire un tavolo tra voi e Confindustria sulla mobilità in uscita?
Non so con quale risultati, ma non neghiamo una discussione a nessuno.
Intanto, fino a quando il riferimento al 18 resta, continuano le proteste. Arriverete allo sciopero generale?
Noi vogliamo che il Governo cambi opinione e sappiamo che questa partita si gioca tutta sul consenso. Quindi faremo quello che ci potrà portare consenso. Normalmente lo sciopero generale è una sorta di show down, non ha nulla dopo. Per questo siamo restii. Ma se credessimo possibile a un certo punto convincere il Governo con uno sciopero generale, non esiteremmo un minuto. Ma sempre per convincere il Governo.
Se non ci riusciste?
Proveremmo a convincere il Parlamento, anche se sappiamo che si tratterebbe di un’azione difficile.
E se passasse la legge?
Proporremmo un referendum per abrogarla.
C’è già stato un referendum popolare sull’articolo 18.
Si, e lo abbiamo vinto noi.

Giovedí 24 Gennaio 2002