“Intervista” Angeletti: «Basta parole, servono investimenti»

02/03/2004


02 Marzo 2004

intervista

«Basta parole, servono investimenti»
Angeletti: alla gente non interessano i numeri, ma il rilancio

ROMA
CHE il dato sul prodotto interno lordo del 2003 sia migliore di quello registrato da Francia e Germania «alla gente interessa poco». Ciò che emerge dai numeri dell’Istat, dice il segretario della Uil Luigi Angeletti, è un’Italia divisa in due, dove ad impoverirsi sono coloro che percepiscono redditi da lavoro dipendente. E’ necessario smetterla con «l’ossessione» della stabilità finanziaria, della quale sono responsabili anche i governi di centro-sinistra, e cominciarsi a preoccupare di come rilanciare lo sviluppo.
Segretario Angeletti, non riesce ad individuare qualche elemento confortante in questi dati?
«Il punto fondamentale è che il paese cresce poco. Il fatto che gli altri (Germania e Francia, ndr) crescono un po’ meno di noi, o che il debito scende sono questioni che non appassionano gli italiani. Per quanto riguarda l’occupazione, bisogna constatare che i nuovi posti sono pagati male, e comunque gran parte di quel risultato è dovuto alla regolarizzazione dei lavoratori immigrati. La scarsa crescita è stata accompagnata da un aumento dei prezzi, non ha fatto aumentare né i posti di lavoro né i redditi da lavoro dipendente. In più questi ultimi sono stati falcidiati da un aumento dei prezzi come raramente ne abbiamo conosciuti nel nostro Paese».
In anni ormai lontani abbiamo avuto l’inflazione a due cifre…
«In quegli anni l’andamento dell’inflazione era dovuto a ben chiare ragioni economiche, mentre oggi siamo di fronte ad una operazione che ha ripartito la ricchezza nazionale a svantaggio del lavoro dipendente. Non è vero che l’Italia si è impoverita, si è impoverita l’Italia del reddito fisso».
E’ d’accordo però sul fatto che la mancata crescita è in gran parte dovuta alla cattiva congiuntura internazionale.
«E’ evidente che molto dipende dalla grave crisi europea, ma il governo avrebbe potuto scegliere una politica di maggior stimolo dell’economia. Invece ha scelto di proseguire sulla strada della stabilità dei conti. In una fase di recessione mondiale avremmo dovuto mettere da parte il problema del deficit e puntare alla ripresa».
Se la pensa così, vuol dire che è d’accordo con la battaglia fatta dal ministro Tremonti in sede Ecofin per evitare le procedure di infrazione contro Francia e Germania, che hanno nuovamente superato il 3% nel rapporto deficit-Pil.
«E’ una battaglia che ha fatto per gli altri. Mi sarei aspettato un governo che avesse detto

agli europei e a noi: la stabilità finanziaria la faremo, oggi puntiamo alla crescita.
Il cancelliere tedesco Schroeder è riuscito a dirlo».
Noi però abbiamo un debito pubblico molto più alto.
«E’ vero, ma era alto anche in passato. Per rimettere il debito bisogna guadagnare soldi, altrimenti si va a picco».
Qual’é la vostra ricetta per rilanciare la crescita? Cosa chiedete a governo e Confindustria?
«Ci aspettiamo che il governo la smetta di parlare di riforma delle pensioni, di tagli allo stato sociale, e cominci a parlare di quanti soldi in più spenderà per la ricerca, per gli investimenti, cosa farà per accelerare le opere pubbliche. Queste sono le ragioni strutturali e profonde che rendono il nostro Paese poco competitivo. Confindustria deve smettere di fare il solito elenco delle cose da chiedere a governo e sindacati, e dire cosa faranno le imprese per migliorare la competitività del Paese. Dobbiamo smetterla di illuderci che esistano scorciatoie».
E la riforma delle pensioni? Non è anch’essa un importante tassello per rilanciare la crescita?
«Il problema di oggi non è la sostenibilità della spesa pensionistica, ma la deindustrializzazione del Paese. Abbiamo speso due anni a parlare di debito pubblico e di sostenibilità della spesa previdenziale nel 2050, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: non abbiamo fatto nulla per avere una buona crescita nel 2005».
La sua critica sembra allargarsi anche alle scelte fatte dai governi di centro-sinistra, anch’essi molto impegnati in una politica di risanamento finanziario.
«Fino al 1996 nulla da dire, bisognava creare le condizioni per non restare fuori dalla moneta unica. Dopo hanno dato la sensazione di essere ossessionati, ed è stato un disastro, non si è capito che c’era bisogno di una politica espansiva».

(a.ba.)