Intervista al leader della Cgil 6 luglio 2000

6 Luglio 2000 italia - politica IlSole24Ore
[ARGOMENTO ]Intervista[]Il leader della Cgil accetta l’idea di un confronto sulla competitività, ma propone di partire dal potenziamento del piano sulla formazione Cofferati: flessibilità condizionata Più sgravi per chi emerge dal sommerso - Un futuro da new economy per 20mila giovani del Sud - No a D’Antoni
ROMAIl problema dell’Italia è la perdita di competitività? «Vero». Occorre mettere a punto un’alleanza, la più vasta possibile, per trovare soluzione a questo tema? «Vero». La risposta è nella flessibilità di sistema? «Falso». Il gioco del vero-falso con Sergio Cofferati, segretario generale della Cgil, si ferma qui. Il suo cruccio è spiegare che esiste «una flessibilità buona di cui non si vuole parlare». La competitività — dice — è anche «innovazione, cui andrebbero collegati gli incentivi e gli sgravi per fare del recupero competitivo un obiettivo di qualità, di alto profilo, non di basso cabotaggio come potrebbe essere una pura e semplice rincorsa al costo più basso dei fattori». E pensa alla formazione per la nuova economia, a politiche dei redditi da coordinare con le scelte degli enti locali su tariffe e fisco e boccia la proposta di D’Antoni su un nuovo schema contrattuale.

La competitività non è un’opinione. L’Italia va, ma va più lenta. Il sindacato, la Cgil in particolare, continuerà l’arrocco su posizioni di conservazione?

Innanzitutto c’è un quadro positivo da non sottovalutare: il risanamento dei conti e la ripresa economica. C’è, ed è vero, un differenziale nel debito pubblico che da noi drena risorse e amplifica le oscillazioni inflattive. Eppoi i cambi fissi accentuano i problemi tra le imprese che sanno innovare e fanno qualità e quelle più arretrate perché abituate ad agire solo su volumi e costi. La competitività è anche questo.

E allora che si può fare?

Innanzitutto evitare di puntare sul mito del patto sociale che abbia una vasta organicità di temi. Lo confesso: io sono allergico all’evento, sia esso la Traviata o il patto sociale.

Però, lei si rende conto che, ad esempio, un nuovo patto sociale firmato in autunno darebbe una grossa spinta politica ad Amato come premier e anche allo schieramento di centro-sinistra proprio in prossimità delle elezioni.

Certo che mi rendo conto. Così come mi rendo conto che lo affosserebbe se non si arrivasse a nulla. La Cgil comunque è interessata a un confronto sulla competitività e sull’innovazione. Un confronto alto. Meglio, tra l’altro, perseguire una politica di atti concreti continui e coerenti in direzione di una flessibilità buona. Che ha tre presupposti per noi irrinunciabili: la conferma della politica dei redditi; la conferma del doppio livello di contrattazione; l’intangibilità dei diritti, vale a dire no al licenziamento senza diritto di reintegra.

Ci risiamo: si fa finta di delimitare il campo di gioco, ma si brucia sul nascere ogni possibilità di innovazione rilevante. Queste sono condizioni che esistono già oggi, fare un accordo su questo è come confermare l’esistente.

Sono condizioni che hanno consentito il risanamento e creato condizioni di vantaggio per il Paese quindi non devono andare perse.

Ma dov’è la materia nuova per un nuovo accordo?

Faccio degli esempi: l’estensione dei diritti ai parasubordinati, ai soci lavoratori ai lavoratori sommersi, ad esempio.

Questo serve solo a creare nuovi consensi al sindacato al prezzo di un innalzamento dei costi di sistema.

Non è vero: è chiaro che l’estensione dei diritti procura un indubbio vantaggio al sindacato, ma in ognuno dei tre spezzoni di mercato di lavoro indicati, la mancanza di tutele uniformi e di diritti riconosciuti produce alterazioni nelle dinamiche del mercato. E quindi interessa anche le imprese.

Che però denunciano soprattutto l’eccesso di costi e di rigidità che le costringe al lavoro nero o "informale". Puntare a elevare tutti verso gli standard propri oggi del lavoro subordinato tradizionale e super-contrattualizzato non rischia solo di porre fuori mercato, e quindi di far sparire, chi oggi sia sommerso o solo collaboratore?

No. Facciamo l’esempio del sommerso. Io credo che sia una piaga sociale. Il lavoro nero del Nord andrebbe combattuto con ogni energia, mentre al Sud avrebbe solo bisogno di essere regolarizzato. Noi abbiamo reso disponibili i contratti di riallineamento e graduato i costi per le imprese che emergono. Ora chiediamo che le imprese emerse vengano considerate formalmente nuove imprese affinché possano godere dei vantaggi fiscali e contributivi che lo Stato destina ai nuovi insediamenti. Proponiamo dunque un prolungamento della condizione di traino degli strumenti usati finora. Ma i diritti di chi emerge, a quel punto, devono essere considerati come quelli di tutti gli altri. Non si può, ad esempio, accettare che alle imprese emerse venga assicurata la possibilità di licenziare senza garanzie in deroga allo Statuto dei lavoratori come vorrebbe la Confindustria.

Lei parla anche di una «flessibilità buona». Qual è?

Penso a quella concordata nel recente accordo di Ferrara. È un buon esempio ed è, si badi bene, un accordo firmato da Cgil, Cisl e Uil unitariamente. Gode di ampio consenso sociale e funzionerà da subito, senza gli intoppi che invece caratterizzano l’iter di altre intese che non hanno avuto consenso.

Pensa al patto di Milano?

Non si può certo dire che marci al meglio.

Dicevamo della flessibilità buona.

A Ferrara si sono inventati i contratti di prima esperienza. Le imprese abbassano i costi d’ingresso e il lavoratore arricchisce davvero la sua impiegabilità con un gruzzolo di sapere: prima uno stage, poi un periodo di formazione interna, poi il lavoro con contratto a tempo determinato.

Funziona se si sta in aree già attrezzate culturalmente, predisposte all’innovazione. Ma dove non c’è nulla, dove non c’è struttura sociale, ma solo degrado civile e lavoro nerissimo che si fa?

È uno dei punti più controversi: il nostro riferimento deve essere il territorio civilizzato o quello nel quale non sono state nemmeno sperimentate delle regole? Io sono per la prima ipotesi. La sfida per la competitività passa dalla qualità, dalla via alta alla innovazione, non dalla rincorsa al ribasso dei costi.

Quindi lei punta sulla formazione?

Certo: è questa la carta vera da giocare. Se, ad esempio, dovessi pensare a un tema da cui partire, senza necessariamente pensare a faraonici patti sociali, farei riferimento al masterplan per la formazione, tema convenuto insieme e non ancora del tutto applicato. Se è vero, come peraltro tutti dicono, che la formazione è valore strategico per la competitività, perché non partiamo da qui? Le tante parole spese per l’economia di rete si perdono se non si fa un investimento straordinario verso scuola e formazione. Occorre collegare l’economia di rete con la cosiddetta vecchia economia e qui c’è uno spazio sconfinato per la formazione di qualità. Abbiamo chiesto al Governo, ad esempio, di formare alle nuove tecnologie almeno 20mila giovani del Sud diplomati e laureati. Anche questa è una cosa concreta. Negli Stati Uniti hanno acquisito un vantaggio competitivo nella rete con l’immigrazione di indiani e cinesi addestrati alle Tlc; lo stesso fa la Germania con più difficoltà. Non vedo perché noi non possiamo t
entare in casa nostra un’operazione analoga valorizzando però risorse umane che abbiamo già sul territorio. Perché non provare? Non è meglio partire da qui piuttosto che non dall’eliminazione dell’articolo 18 dello Statuto?

Come si fa, però, a ridurre la distanza abissale che oggi separa il salario netto, troppo basso, dal costo del lavoro, troppo alto, senza porre mano al più presto al sistema di welfare?

Abbiamo concordato nel ’98 un percorso di abbattimento del costo del lavoro attraverso la fiscalizzazione dei contributi per maternità e di altri oneri impropri. C’è un obiettivo consistente e la riduzione del costo del lavoro andava commisurata al risultato occupazionale che veniva dal mondo delle imprese. Questa è una strada già programmata che deve proseguire e funziona. Il miglioramento dei conti pubblici e la nuova fase economica rendono possibile un ulteriore intervento per ridurre ancora la pressione fiscale. Che in primo luogo, però, deve interessare pensioni e redditi da lavoro dipendente che oggettivamente hanno sofferto di più in questa fase di lunga transizione. Poi il fisco dovrà premiare le imprese che investano in innovazione. Partire dai soggetti virtuosi e dallo stimolo all’innovazione diventa segno di una volontà politica.

Le imprese chiedono di non disperdere il dividendo fiscale e di concentrarlo sulle aziende perché solo così si fa sviluppo e occupazione.

Ciò porta dritto al conflitto redistributivo che non serve a nessuno. E certo meno che mai alle imprese: non capisco perché continuino a mettere in campo idee che negano le esigenze degli altri. Questo rischia di lacerare il modello di relazioni industriali che ha retto finora; ciò riporterebbe il conflitto nel momento in cui le imprese sono impegnate oltre ogni dire per cavalcare la ripresa economica. Due giorni di sciopero avrebbero l’effetto che ha avuto per 48 ore il blocco dei tir. Quando si lavora senza scorte è difficile reggere i conflitti.

D’Antoni propone contratti su misura e si dice pronto a rivedere il modello del luglio ’93. Lei che ne pensa?

Per quel che ho capito finora trovo questa proposta confusa e contraddittoria. Al contratto collettivo si demanda il ruolo di regolatore della normativa e di difesa del potere d’acquisto. E poi si propone di spostare il peso sul contratto periferico. Non capisco la novità: ciò accade già oggi. Se invece D’Antoni pensa, per questa via, di rendere obbligatoria la contrattazione di secondo livello occorre accompagnarla da una legge sulla rappresentanza per dare certezze e una cornice di legalità a chi contratta.

D’Antoni muove le acque. Del resto il territorio assume più peso, anche per le tariffe. Come può una politica dei redditi seria prescindere dall’evoluzione delle scelte regionali su temi come le tariffe e il fisco?

Da qui parte il nuovo elemento che potrebbe arricchire il vecchio impianto della politica dei redditi del ’93. Per fare politiche efficaci occorre coerenza tra scelte centrali e periferiche: avrebbe poco senso, ad esempio, promettere alleggerimenti fiscali a Roma se poi l’ente locale decidesse aumenti in periferia.

Si va verso un federalismo contrattuale?

No, i meccanismi redistributivi contrattuali restano gli stessi: i due livelli di contrattazione. C’è solo bisogno di coordinare l’azione del Governo centrale con quella delle regioni.

Alberto Orioli