Intervista ad Amato: “Il vero buco lo lascerà Tremonti”

13/07/2001

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"Il vero buco lo lascerà Tremonti
l’Europa non crede alle sue bugie"

Amato: ecco il mio progetto per l’Ulivo e per la sinistra

MASSIMO GIANNINI


ROMA – Un buco da 62 mila miliardi. Presidente Amato, è questa l’«eredità» che avete lasciato al governo di centrodestra. E’ pentito?
«Pentito? Semmai indignato. Come fa un ministro della Repubblica a scaraventare addosso a dei galantuomini come Visco e il sottoscritto una simile ignominia, in modo così intollerabile, spettacolare e demagogico? Dopo un mese di lavoro, Tremonti ci dà un paio di variabili, a spanne, sull’entità del deficit pubblico. Questo già riflette una nonscelta sugli organi competenti, tra la Ragioneria, l’Istat e la Banca d’Italia. Poi indica un’emorragia enorme, senza dirci una parola sulle ‘vene’ dalle quali si produrrebbe il deflusso di sangue. E infine dice che lui però risolverà il tutto controllando la spesa come si fa con un buchetto qualsiasi».
Eppure anche voi avevate ipotizzato un buco da 10 mila miliardi.
«Certo, e ad oggi a me risulta che dopo la verifica sul nuovo dato relativo all’autotassazione di giugno lo sforamento è confermato nell’entità che noi avevamo indicato: 10 mila miliardi, o poco più, sempre che il governo non faccia nulla di ciò che deve. E allora, scusi tanto, ma io sono costretto ad essere malevolo…».
E da «malevolo» cosa pensa?
«Penso che questi numeri giganti buttati là dal ministro rispondano a una duplice funzione. In primo luogo, si vuol tentare uno screditamento immorale e ingiusto verso un’intera classe dirigente. In secondo luogo, si cerca di precostituire un alibi, per giustificare con un buco finto, alla fine di quest’anno, i buchi veri che il governo Berlusconi lascerà nel bilancio con il pacchetto dei primi 100 giorni. Perché vede, o quelle misure provocano davvero il boom di sviluppo economico che promettono, ma nessuno le accredita di questi effetti visto che la Tremontibis interviene in una fase di ciclo già alto degli investimenti. Oppure non fanno da propulsore alla crescita, e allora lasciano sul campo solo le macerie che già ci ha preventivato il Servizio Bilancio del Senato, denunciando le gravi carenze di copertura finanziaria del pacchetto dei 100 giorni».
Anche il commissario Ue Solbes è rimasto sorpreso dall’uscita di Tremonti, e ha parlato di «ambiguità».
«Lo credo. Io so solo una cosa. Quando andai a Bruxelles due anni fa, e dissi che l’Italia avrebbe rivisto al rialzo le previsioni di fine d’anno sul rapporto tra indebitamento e Pil, l’Euro crollò. Oggi, dopo la sortita di Tremonti, mi pare che l’Euro stia ignorando lo spettacolare annuncio del ministro. Si vede che l’Europa e i mercati quello che dicevo io lo prendevano sul serio».
Il ministro del Tesoro dice che avete ceduto alle pressioni del «ciclo elettorale».
«Mi dimostri lui quali sono le misure elettoralistiche che abbiamo varato e che è a quelle misure che si deve un buco così gigantesco. Insomma, chi sono le ‘cicale’? E poi, se le cose stessero come dice Tremonti, davvero non vedo come si possano evitare manovre correttive».
Tremonti obietta che questo modo di ragionare è da tomisti.
«Tremonti non se la cavi con le battute. In un’Europa di tomisti, il vero eretico è lui».
Al di là del merito dell’annuncio, c’è poi la questione del metodo. In tv, senza aver spiegato al Parlamento o alle parti sociali. Tremonti dice: «dovevo parlare a mercati chiusi». Almeno questo la convince?
«Neanche un po’. I mercati erano già chiusi alle 19 e 30, quando c’è stato l’incontro con i sindacati. E lui non c’era ancora perché stava registrando la sua intervista televisiva! E’ vero che la contabilità non si concerta, ma senza contabilità non si concerta. Con quell’annuncio in tv, che ha scavalcato l’Europa, il Parlamento e le parti sociali, questo governo conferma un elemento non nuovo, ma molto inquietante. C’è una demagogia, c’è un populismo, in questo personale politico, con il quale si cerca di legare a se stessi l’opinione collettiva attraverso l’emotività. Berlusconi, Tremonti, si muovono come folksinger. Ma se questo va bene per le canzoni, non va bene per la politica».
Eppure questo metodo funziona. Il populismo fa breccia.
«E infatti qui c’è una parte di sfida che il riformismo deve raccogliere. Oggi l’opinione pubblica vuole partecipare. Una volta alla politica bastava dialogare con alcuni salotti, e poi da lì il consenso si irradiava verso il basso. Oggi non è più così, nemmeno nella grande finanza. Oggi le elite non sono più collegate con il resto. E allora come fa la politica a raccordarsi con la collettività? Il bypass populista è il metodo più semplice per ‘parlare alle masse’».
Che c’entra il riformismo con tutto questo?
«Il riformismo non può usare i metodi populisti, che sono una risposta drogata a una ‘massa’ che non è più tale, e alla quale danno solo l’illusione di partecipare. Il riformismo deve attingere a radici diverse. Soprattutto ora che esplode il grande tema della globalizzazione. Chi dice che la protesta di oggi è un nuovo ’68 non ha torto. Nella storia il cammino della libertà procede per tappe. Nel tardo ‘800 una prima tappa fu la conquista del ‘tu’ nelle camere del lavoro. Su questa base si svilupparono i sindacati e poi i partiti storici. Con il ’68 il meccanismo entra in crisi. La ‘massa’ dice ‘ci sono’ e assesta la prima spallata alle autorità sociali, ancora diverse da quelle politiche: la famiglia, la scuola, la potestà maritale. Le tappe successive trasferiscono l’attacco alle gerarchie politiche. Il referendum elettorale del ’93, in Italia, disconosce le antiche logiche di cooptazione partitica: tu vuoi essere il leader? Bene, mi devi convincere ogni volta, se vuoi essere legittimato a rappresentarmi».
E come arriviamo al popolo di Seattle?
«E’ l’ultima tappa del processo. L’attacco alle gerarchie diventa un fenomeno planetario. Si ridiscutono i rapporti tra organizzazioni elettive o non elettive. Oggi le ‘Ong’ dicono questo ai governi: ‘noi rappresentiamo la gente comune, voi i forti che scaricano sulle nostre vite gli effetti della loro politica. Noi non ci stiamo’. E’ un ragionamento giusto. Di fronte ai mutamenti climatici, alla mucca pazza, agli immigrati, chi ci difende?».
Che risposta deve dare, il riformismo?
«Il riformismo non può unirsi alla protesta. Deve invece capirla, e sforzarsi di trovare una risposta, come io ho cercato di fare nei mesi scorsi costruendo gli interventi contro la povertà del G8. Io vedo un rischio, a sinistra: cioè che si ingigantisca il bisogno di essere antagonisti, per autoconvincersi di essere ‘con’. Questa è la negazione del riformismo. La sinistra italiana ha invece un formidabile strumento, per mettersi in fase con la nuova tappa del cammino della libertà».
E quale sarebbe questo strumento?
«L’Ulivo. L’Ulivo è un motore positivo, che continua ad essere percepito come ‘organizzazione non governativa’, non partitica, non burocratica, alla quale si può partecipare senza essere iscritti a niente. Questa idea dell’Ulivo deve contaminare e corrodere tutte le vecchie formepartito. Il risultato elettorale del 13 maggio si può leggere anche così: per vincere bisogna chiedersi ‘come faccio a conquistare l’Italia?’ Berlusconi questa domanda se l’è posta, e con i suoi mezzi finanziari e mediatici si è dato una risposta. In coscienza, nel centrosinistra chi aveva ruoli di leadership si è posto la stessa domanda? Io dico di no. Hanno prevalso i particolarismi, la necessità di salvaguardare il ppi dentro la Margherita, di isolare o non isolare Veltroni o D’Alema, di affermare l’egemonia dell’identità postcomunista nella sinistra, di inventare il Girasole solo per fare il 4%».
Ripartire oggi, dall’opposizione, sembra un’impresa titanica.
«Ma è l’unica cosa da fare. Oggi l’Ulivo va coltivato e fatto crescere. Io guardo con grande favore a tutti i processi aggregativi, a partire dalla Margherita. Ma attenzione: oggi un Ulivo privo di una forte componente di sinistra socialista non ce la fa a entrare in contatto con la parte più vasta e dinamica della società italiana. L’Europa ci fa da modello: c’è una grande famiglia socialista. Noi dobbiamo stare lì dentro. Io non pretendo di imporre a Rosy Bindi di morire socialista, ma voglio che questa famiglia socialista si integri con l’Ulivo».

Questo vuol dire anche che dentro l’Ulivo la sinistra non si può esaurire nel perimetro egemonico dei Ds?
«E’ così. La sinistra italiana, oggi, è molto più estesa dei Ds. I Democratici di sinistra si chiamano così, ma alla fine sono post-comunisti. E oggi non si può più stare nella logica post-comunista. Ci vuole un profondo cambiamento culturale. C’è ancora nei Ds una sinistra legata all’idea che la libertà sia un bene degli altri e un rischio per i deboli e gli esclusi. Questo dà l’opportunità di proporsi come la forza che provvede alla regolazione e alle garanzie difensive. Ma questo non funziona, non basta più. Perché molti di quelli che la sinistra vuole rappresentare, oggi, vogliono essere liberi. E vogliono che la tradizionale ‘libertà da’, che giustificava il vecchio statalismo, diventi anche ‘libertà di’. Amartya Sen ce lo insegna: oggi, qui sulla terra, non possiamo più essere gli angeli custodi di nessuno».
Quale forma dovrebbe assumere, questo progetto di grande sinistra che va oltre il post-comunismo?
«Il mio modello è un partito dei socialisti e degli ambientalisti europei. E’ quello che stanno facendo in Svezia, i verdi e i socialisti democratici. Serve una forza rinnovata, aperta, sciolta dai giuramenti del passato, che non sia una sommatoria di ‘ex qualcosa’».
Come precipita tutto questo, sul prossimo congresso dei Ds?
«Il congresso della Quercia dovrebbe essere uno dei momenti di preparazione di questo processo. Ma anche i Ds devono capire che loro, dentro al processo, ci stanno insieme e alla pari con gli altri, e non ci stanno con le braccia allargate, per cooptare qualcun altro. Perché di una sinistra a brandelli, i Ds sono il brandellone».
Non pare questo, lo spirito della battaglia pre-congressuale.
«Purtroppo no. Ma un congresso all’insegna del regolamento di conti o della guerra personale a questo o a quello non serve a niente». Della candidatura di Fassino cosa pensa? «E’ l’unico nome esplicito emerso finora. Conosco Fassino, è un riformista e ha uno spirito aperto al futuro. Ma già il fatto che Piero debba stare fin da ora sulla graticola, per lo scontro di potere della nomenklatura interna, mi preoccupa».
E Sergio Cofferati? Le pare spendibile, come alternativa?
«Non credo che Cofferati si candiderà alla segreteria. Ma Sergio è una risorsa. Ed è un vero riformista. L’ha dimostrato quando cercò di rendere più innovativa la legge sui lavoratori atipici, e fu la sinistra politica allora a non sostenerlo come avrebbe dovuto».
Che ruolo vede, per Rutelli e D’Alema? «Rutelli deve continuare a perseguire, con la partecipazione convinta di tutti noi, l’operazione del grande Ulivo. D’Alema deve mettere il concorso delle sue idee e della sua forza di leader al servizio di questa prospettiva unitaria, con la consapevolezza che il risultato finale non serve a lui per dare scacco matto agli altri e mangiare tutte le pedine della scacchiera».
Resta da capire il ruolo vero di Giuliano Amato.
«Io ci sarò. Io ci voglio essere da protagonista, in questa partita. C’è chi pensa che io sia permanentemente scettico rispetto a quello che faccio. Lavorerò più a fondo per dimostrare il contrario, dopo una vita passata a predicare e in parte a praticare il riformismo. Non starò a guardare il cambiamento. Voglio starci dentro. E voglio che la prossima volta l’Ulivo sappia porsi l’obiettivo di ‘riconquistare l’Italia’. Con la politica, e non col populismo».