“Intervista” Accornero: «Per le imprese il problema è assumere, non licenziare»

28/03/2002








Il sociologo Accornero: le aziende ora vogliono rendere stabile il rapporto con i dipendenti. Va resa più incisiva la formazione dei lavoratori e si devono rivedere i servizi all’impiego. Nuove forme di flessibilità potrebbero confondere gli industriali

      ROMA – «La flessibilità ha dato i suoi frutti, ora bisogna pensare alla stabilità del lavoro». Per Aris Accornero, docente universitario ed esperto del mercato del lavoro, il record di gennaio conferma il trend positivo che «ha portato ad un recupero abbastanza veloce del "buco" di occupati registrato soprattutto al Sud negli anni 92-93». «Evidentemente l’economia tira» aggiunge, osservando che il dato diffuso dall’Istat «testimonia il successo del binomio flessibilità-sviluppo». Il mercato del lavoro italiano «non è certo ingessato» e ormai, aggiunge, «credo che il problema per assicurare l’ulteriore crescita dei posti di lavoro non sia più quello della flessibilità che è sufficiente».
      Allora perché gli industriali continuano a chiederla?
      «Si potrà studiare ancora qualche aggiustamento ma non di più. Prevedere 5 o 7 nuovi strumenti, come indica il Libro Bianco, sarebbe eccessivo e finirebbe per confondere gli stessi imprenditori. I dati sull’occupazione sono significativi anche a questo riguardo».

      Si riferisce alla crescita del posto fisso?

      «Nei primi anni di applicazione del pacchetto Treu, via via perfezionato, si è notato un forte utilizzo dei contratti atipici e a termine. Con l’entrata a regime degli strumenti della flessibilità però si sono prodotti effetti di stabilizzazione: sono cresciuti i posti di lavoro dipendente e a tempo indeterminato. Ebbene ora bisogna consolidare la stabilità e il terreno sul quale intervenire, e con urgenza, è quello degli ammortizzatori sociali e dei servizi all’impiego. In questo campo sì, che siamo all’ultimo posto in Europa».

      Come bisognerebbe intervenire?

      «Occorre completare la regionalizzazione dei servizi, prevedere regole e responsabilità per la formazione, definire procedure più veloci e certe per la definizione delle liste dei disoccupati, garantire al giovane che ha esaurito un contratto a termine di traghettare con una rete di protezione (si pensi ai contributi Inps o alla tutela della maternità) al lavoro successivo. Insomma, come propone Treu, forse bisognerebbe arrivare a uno statuto dei lavori».

      E per la flessibilità?

      «Bisognerebbe solo migliorarla senza introdurre grosse novità. Come? Penso a sostituire i contratti di formazione, bocciati dalla Ue, con contratti di inserimento al lavoro».

      La riforma dell’articolo 18 in tutto questo che valore ha?

      «Lo scontro sull’articolo 18 è una battaglia politica di principio, ad alto contenuto simbolico. Il pericolo è che si innesti una lunga stagione di conflittualità sindacale che potrebbe interrompere il trend positivo dell’occupazione e che potrebbe frenare ogni obiettivo di completare la riforma visto che non è in alcun modo possibile avviare una modifica del mercato del lavoro contro i sindacati. Per il resto la discussione sull’articolo 18 è veramente marginale. Forse il problema maggiore degli industriali in questo momento è assumere, non certo licenziare come testimoniano i dati Istat sull’occupazione al Nord».

      C’è un problema di mancanza di manodopera?

      «Sono i dati a rivelarlo. Al Nord il tasso di disoccupazione, anche per merito della flessibilità introdotta, è del 3,9% ma in alcune regioni, come il Veneto e l’Emilia Romagna è addirittura del 3,5%. Un livello «frizionale», come si dice in termine tecnico, che nasconde in sé un segnale d’allarme: la scarsità di manodopera. Il che vuol dire non solo che in queste regioni i datori di lavoro aumentano i salari contrattuali per trattenere o attirare i dipendenti, ma che esiste un problema di flussi migratori, interni dal Sud al Nord Italia ed esterni, da affrontare e risolvere».
Stefania Tamburello


Economia