“Intervista” Accornero: lavoratori più concreti dei loro sindacati

15/10/2007
    domenica 14 ottobre 2007

    Pagina 16 – Economia & Lavoro

    L’Intervista

    Aris Accornero - Titubanze e contrasti sottolineano la distanza e meriterebbero una profonda riflessione: da parte della Cgil e della Fiom

      I lavoratori? Più concreti dei loro sindacati

      di Giampiero Rossi/ Milano

      I lavoratori più pragmatici dei sindacati. I risultati del voto al referendum sul protocollo di luglio, sia per il sì che per il no, dimostrano «un distacco di atteggiamenti tra le organizzazioni sindacali e chi ha scelto di partecipare alla consultazione». Questo tiene a sottolineare, a risultati acquisiti, il professor Aris Accornero, sociologo del lavoro. Secondo il quale l’esito del referendum apre la strada a una stagione di riforme in grado di soddisfare anche la domanda di equità che arriva dai luoghi «dei lavori».

      Professor Accornero, dunque il primo elemento che secondo lei emerge dai risultati della consultazione è una distanza tra le sensibilità dei sindacati e quelle dei lavoratori ?

      «Direi che i numeri suggeriscono qualche riflessione su questo aspetto. Intendo dire che l’82% di voti per il sì non può non suscitare una domanda a chi ora accoglie questo risultato con grande soddisfazione».

      Quale domanda?

        «Come è possibile che la Cgil all’inizio sia stata così timida nel sottoscrivere un protocollo poi così votato dai lavoratori? Non dimentichiamo le titubanze iniziali di quest’estate, compresa la firma “con riserva”, che hanno preceduto l’approvazione da parte degli organismi dirigenti a maggioranza ma a denti stretti. Certo, poi la Cgil si è data molto da fare affinché i lavoratori approvassero l’accordo, ma nell’atteggiamento iniziale del sindacato e in quello espresso dai lavoratori con il voto io vedo un gap di rappresentanza. E lo stesso discorso vale per la Fiom».

        Perché anche la Fiom? In fin dei conti tra i metalmeccanici il no ha vinto…

          «Certamente, però il punto sta proprio nella misura. Tra le percentuali con cui si è imposto il no tra i metalmeccanici e la forza con cui lo ha espresso la Fiom c’è un divario notevole. Un distacco di sensibilità tra l’organizzazione di rappresentanza e la categoria rappresentata, non c’è piena sintonia, questo dicono quei numeri. Insomma, tanto per la Cgil quanto per la Fiom i risultati del referendum dicono che i sindacati si sono dimostrati meno aperti dei lavoratori, oserei dire che c’è stata una creta miopia, una buona dose di pre-giudizio».

          E secondo lei perché si è creato questo scollamento?

            «Credo che i sindacati abbiamo basato un po’ troppo i propri giudizi su alcuni elementi del protocollo che, in effetti, non vanno bene ma che, ragionando con maggiore freddezza, si possono considerare al massimo il 5% dell’intera materia in discussione. In ballo c’era una riforma degli ammortizzatori sociali, cioè di una questione di diritti che in Italia è rimasta fuori da qualsiasi riforma per decenni e che pone il nostro paesi più indietro di quasi tutto il resto d’Europa. Secondo me il punto più ricco del protocollo di luglio è questo. E allora cosa facciamo? Siccome non è stato abolito lo staff leasing buttiamo via una cosa del genere?».

            E quindi, seguendo il suo ragionamento, i lavoratori che anno detto un sì tanto convinto – e anche quelli che hanno detto un no meno forte del previsto – avrebbero colto questi elementi nell’accordo?

              «Be’, direi che la partecipazione al voto dica qualcosa in questo senso. Il risultato è tale da fugare qualsiasi dubbio sullo scenario della riforma».

              E allora cosa dovrebbe fare adesso la Cgil?

                «Credo che tanto per la Cgil quanto per la Fiom sia il caso di aprire una riflessione su come le organizzazioni percepiscono e traducono gli umori dei lavoratori. Capire come si atteggiano i loro rappresentati di fronte a possibili conquiste e perdite, come avviene ogni volta che c’è contrattazione».

                Ma del voto nelle grandi fabbriche e nell’universo Fiat in particolare cosa pensa allora?

                  «Se si guarda ai fortilizi operai si perde di vista l’insieme, mentre io credo che l’universo di “classe” faccia emergere quei casi più come “macchie” all’interno di una diversa immagine complessiva. È la vecchia storia secondo cui Torino e la Fiat avrebbero dovuto sempre anticipare il futuro, cosa che nei fatti non è mai stata vera. Bisogna guardare ai vecchi come ai nuovi lavoratori, cioè ai metalmeccanici Fiat e agli addetti ai call center, tutti quanto hanno molto da chiedere e da ottenere in termini di giustizia ed equità ed è a questo che guardano quando si tratta di scegliere».

                  Per esempio la questione salariale, cioè la prima voce del “malessere” emersa da molte delle assemblee delle ultime tre settimane?

                    «Sì, ed è proprio il punto da cui secondo me si dovrebbe ripartire adesso, agendo sia sui salari in quanto tali sia, e soprattutto, sul cuneo fiscale e sula fiscalità ben mirata in favore dei lavoratori dipendenti. C’è ancora molto bisogno di giustizia».