“Intervista” Accornero: è ora di riscrivere il patto del ’93

12/04/2001





giovedì 12 aprile 2001
il numero in edicola
Per il sociologo la concertazione va aggiornata partendo dai salari

Accornero: è ora di riscrivere il patto del ’93


«Le aziende hanno ragione a denunciare i ritardi nell’adeguare le regole alle nuove forme di lavoro»

      ROMA – Procedere «a strappi», tagliando fuori la Cgil o altre organizzazioni, può essere «una strada pericolosa». «Prima di firmare un accordo io un occhietto ai numeri delle rappresentanze sindacali ce lo darei». Il professor Aris Accornero, esperto di lavoro e relazioni industriali, è convinto che la questione dei contratti a termine sia il segnale di «una crisi generale» della concertazione, così come è disciplinata dal patto del 1993, quello voluto dall’allora presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi.
      Per la prima volta va in frantumi anche il fronte delle organizzazioni imprenditoriali. Confcommercio, tra gli altri, prende le distanze dalla Confindustria. Il problema è solo quello dei contratti a termine?
      «No. Ci sono due livelli di ragionamento. Sul breve è chiaro che molte organizzazioni si preccupano di come gestire un’intesa non firmata dal sindacato più importante. E mi sembra una posizione di saggezza, perché poi gli accordi vanno gestiti sul campo e in molti settori non si può fare a meno della Cgil»
      Il secondo livello?
      «C’è uno sfilacciamento delle relazioni industriali. Il sistema varato nel 1993 è andato in crisi sotto la pressione di un mondo nuovo. L’Italia sconta ritardi di competitività in molti settori, dalla burocrazia ai servizi: su questo gli imprenditori hanno ragione. Ma è sbagliato cercare di compensare questo deficit chiedendo una super flessibilità. Diciamo la verità: nel nostro Paese la flessibilità c’è già, solo che è male distribuita. Ce n’è moltissima nel Nord-est, poca altrove. Il problema, se mai, è come redistribuirla».
      Su questo tema le distanze tra Cgil da una parte e Cisl e Uil dall’altra si allargano sempre più…

      «Schematicamente si confrontano due linee. La Cgil ha deciso di mettere un argine a quella che considera la destrutturazione del lavoro. Cisl e Uil pensano che la flessibilità sia un processo ineluttabile e che si possa solo governare».

      Messa così l’intesa sembra impossibile…
      «La via d’uscita non può che essere politica. Il prossimo governo dovrà farsi carico, pazientemente, di rifondare le regole del confronto: il patto del 1993 è insufficiente. Bisogna rivedere tutto l’impianto delle relazioni industriali, partendo dal sistema retributivo, dai salari insomma. Se non si rimodulano le buste paga, riflettendo su quale deve essere la parte fissa, quale quella variabile e così via, diventa difficile ragionare sui livelli di contrattazione e sulle formule stesse di contratti. Certo, ci vorrebbe un altro Ciampi, qualcuno in grado di aggiornare l’operazione del 1993».
      Resta sempre il problema di come ricompattare sindacati e ora anche le organizzazioni imprenditoriali…
      «Qui non si scappa: occorrono criteri di misurazione dell’effettiva rappresentanza dei sindacati e anche delle organizzazioni di impresa. Gli accordi sui salari, sulla flessibilità, sui contratti a termine devono fondarsi sul consenso effettivo dei lavoratori e delle imprese. Una decisione a maggioranza sarà comunque sempre migliore di un’intesa separata»
Giuseppe Sarcina


Economia