Intervista a Vittadini: Devolvete le tasse alle coop

01/10/2001

CorrierEconomia

lunedì 1 otobre 2001



INTERVISTA
Vittadini, presidente della Compagnia delle Opere, critica il governo e rilancia

Devolvete le tasse alle coop


La riforma delle cooperative, che riduce i benefici fiscali, «è un passo indietro per il Paese» e penalizza chi lavora nel sociale. Va cambiata. Facendo scegliere ai cittadini se versare i contributi allo Stato o alle imprese senza scopo di lucro

      La riforma delle cooperative contenuta nel disegno di legge sul diritto societario «è un passo indietro per il Paese, una perdita di tempo, frutto di una visione ristretta dell’economia tipica di quelle componenti della maggioranza che propongono un liberismo estremo, da padrone delle ferriere». Giorgio Vittadini, fondatore e presidente della Compagnia delle Opere, associazione di servizi alle imprese vicina a Comunione e Liberazione che raggruppa 15 mila tra piccole medie imprese e organizzazioni no profit, non usa mezzi termini per bocciare la legge Mirone-Castelli. E, in perfetta sintonia con la Lega delle cooperative, associazione di colore politico opposto al suo, condanna l’articolo che elimina i privilegi fiscali per le coop che non esercitano attività mutualistica. Vittadini promette battaglia, dapprima sui decreti attuativi della nuova normativa e poi con una proposta di legge sulle imprese sociali.
      Ma lei non era un sostenitore del governo di centrodestra?
      «Io credo ancora nella forza riformatrice di questo governo. Ma non sono un soldatino di piombo. Non sono d’accordo con la politica di piccolo cabotaggio di chi ha promosso questa legge. Non conosce nulla dell’economia sociale. E al sottosegretario al ministero della Giustizia, Michele Vietti, che mi ha accusato di fare il gioco dei due forni perché ho associato le mie critiche a quelle della Lega, rispondo che se mi danno da cuocere cartone invece del pane non posso fare finta di niente».
      Crede che ci siano intenzioni punitive nei confronti delle imprese legate alla sinistra?
      «Se ci sono me ne dissocio».
      Ma che cosa c’è che non va in questa normativa?
      «C’è che colpisce nel mucchio, senza fare le dovute distinzioni».
      Può spiegare in che modo?
      «Riconosce soltanto la mutualità in favore dei soci. Noi invece sosteniamo e sviluppiamo un concetto di mutualità più ampio, rivolto verso l’esterno, che è più confacente alla Costituzione e più adatto a definire l’utilità sociale. Per fare un esempio, con la nuova legge una cooperativa di giocatori di bridge è più mutuale di una che produce servizi a favore degli handicappati. Tra i nostri associati c’è una cooperativa che dà lavoro a 300 malati di mente. Dovrà cambiare status giuridico».
      L’intento era costringere le ricche cooperative di consumo, le spa camuffate, a trasformarsi in vere società di capitali.
      «Non si può fare di tutta l’erba un fascio. Era necessario distinguere le cooperative sociali. Tra l’altro si tratta di organismi compresi nell’ordinamento statale. Parlo delle cooperative di servizi alle persone, quelle giovanili, quelle culturali. Ma anche delle grandi coop che vendono in outsourcing la loro attività in aree, come il Sud, dove non sarebbe possibile trovare capitali privati. O ancora della piccola cooperativa di lavoratori che rileva l’attività di una fabbrica condannata alla chiusura. Invece la legge Castelli-Mirone dice che, se le cooperative non vendono servizi, non sono più società mutuali. E’ un passo indietro rispetto alla storia e alla legislazione italiana».
      Si può rimediare?
      «Faremo di tutto affinché i decreti delegati tengano conto di questo concetto di mutualità. Ma soprattutto promuoveremo una proposta di legge sulle imprese sociali. L’Italia è l’unico Paese occidentale che non abbia una normativa sulle imprese sociali».
      Il governo vi appoggerà?
      «La nostra è una proposta di iniziativa popolare per la quale abbiamo raccolto 70 mila firme in campagna elettorale. Nel programma di governo di Berlusconi, la legge sulle imprese sociali c’era. E mi risulta che i ministri Tremonti, Maroni, Moratti siano d’accordo. Il ministro Sirchia ne parla addirittura dal ’96».
      Che cosa proponete?
      «Vogliamo che i cittadini abbiano la possibilità di scegliere se ridare i soldi allo Stato sotto forma di tasse oppure erogarli direttamente all’impresa di utilità sociale che preferiscono. Il diritto internazionale riconosce diversi tipi di società senza fini di lucro, che fanno utili ma non li distribuiscono. Negli Stati Uniti, dove la concorrenza è sacra, queste società hanno un regime fiscale agevolato. Possono avere donazioni anche se non sono gestite dallo Stato».
      Per esempio?
      «La New York University è una grandissima società non profit che produce reddito e lo riutilizza. La Mayo Clinic di Rochester del Minnesota, ospedale tra i più qualificati del mondo, con 25 mila dipendenti, è privata ma senza fini di lucro. I job center inglesi hanno finalità sociali».
      In Italia esistono casi simili?
      «Fino al ’78, i milanesi soci dell’Ospedale Maggiore lasciavano a questa istituzione la loro eredità. Tanto che oggi l’ospedale è uno dei maggiori proprietari terrieri della regione. Ma da quando è diventato statale non è stato più possibile fare donazioni».
      Più società e meno Stato?
      «Devolvere soldi direttamente agli enti che perseguono il bene sociale dovrebbe essere un modo alternativo per pagare le tasse. Ma presuppone un concetto di welfare society molto avanzato, il superamento della visione secondo la quale solo lo Stato può promuovere il sociale».
      E’ una critica agli statalisti o ai liberisti?
      «Credo che tra il liberismo estremo e lo statalismo alla Cofferati ci sia una via di mezzo più realistica. Trovo pretestuoso montare un gran chiasso sulla questione dell’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che interessa non più di 100 persone l’anno. Mentre invece non si affronta il problema del lavoro interinale. Ma è altrettanto miope una Confindustria che fa ricorso al Tar contro l’ingresso di dieci associazioni del terzo settore nel Cnel perché non hanno rilevanza economica».
      Non è così?
      «Una grande scuola, un ospedale come il San Raffaele, o un’associazione ambientalista fanno più fatturato e hanno più rilevanza economica di un’impresa con dieci dipendenti».
Roberta Scagliarini