Intervista a Tronchetti Provera: «Nei due Poli manca il senso dello Stato»

05/04/2001
La Stampa web



 

INTERVISTA
Giovedì 5 Aprile 2001

«Nei due Poli manca il senso dello Stato»

Tronchetti Provera: Ciampi stella polare per noi imprenditori

Flavia Podestà
CARLO Azeglio Ciampi è la nostra stella polare, anche per il suo fortissimo senso delle istituzioni». Marco Tronchetti Provera, raramente si abbandona ad affermazioni apodittiche e a sconfinamenti sul terreno della politica. Non per eccesso di prudenza, ma per intima convinzione. In un mondo in cui fanno premio la specializzazione e la chiarezza dei ruoli, il presidente della Pirelli preferisce evitare le incursioni in campi diversi dal suo. Quando se le concede significa che la situazione gli appare davvero preoccupante, al limite. Gli era successo nel ‘98 quando – constatato che la deriva bertinottiana funzionava ormai da cappio al collo per Romano Prodi – aveva auspicato una assunzione di responsabilità da parte di Massimo D’Alema, in quanto leader del partito di maggioranza relativa. Torna alla carica oggi, nonostante il tavolo di Confindustria sia ingombro di ben altre questioni che vanno dalla perdita di competitività del sistema Italia alle difficoltà di rapporto con una parte del sindacato, all’incombere di un decreto sui reati societari che, di fatto, aprirebbe la gestione delle imprese al giudice penale. Temi cruciali per la vita delle aziende, peraltro, messi in ombra dai guasti prodotti da una lunghissima campagna elettorale senza precedenti e dall’inasprimento del confronto tra le parti. Agli imprenditori più accorti non sfugge che in gioco c’è la legittimazione reciproca dei contendenti, l’esistenza di un comune terreno di confronto: dunque, l’essenza stessa della democrazia. «Ciò che conta innanzitutto è la formazione dei cittadini, è il senso dello Stato», dice. E aggiunge: «Se non c’è un forte senso delle istituzioni, il Paese avrà scarso futuro e non avrà il peso che gli spetta: né in Europa né altrove. Non riuscirà a fare sistema e, dunque, a produrre ricchezza nell’interesse generale».
Che rischio avverte, Tronchetti Provera?
«Che si vada verso una guerra per fazioni, che venga meno il comune terreno di confronto che è precondizione per un vivere civile».
Allora, Ciampi. E’ lui la bussola cui fare riferimento?
«Il presidente Ciampi mostra di avere dentro di sé ben solide le radici del rispetto delle istituzioni e sa trasmettere questo senso di sicurezza alla gente che lo sente davvero garante. Quando si esce dal Quirinale, purtroppo, è difficile trovare altre parti del Paese che abbiano lo stesso senso dello Stato e attribuiscano lo stesso valore alle istituzioni».
E questo preoccupa gli imprenditori.
«Ci induce a riflettere. E’ un elemento su cui, chi ha responsabilità di classe dirigente, credo debba fare qualche riflessione. Poi, naturalmente, bisogna chiedersi cosa si può fare per ridare credibilità alle istituzioni per non dare un senso di rinuncia. Sapendo che se i cittadini si riconoscono nelle istituzioni fanno anche i sacrifici necessari, ma se incominciano a dileggiarle è il Paese a rischiare il suo futuro. Noi siamo in una fase di estrema delicatezza. Lo Stato deve ridefinire il proprio ruolo. Se non emerge questo nuovo volto di uno Stato che sia al servizio della collettività e non l’intermediario di concessioni e favori, è molto difficile poi attendersi che il cittadino lo rispetti. Il distacco profondo del cittadino dalle istituzioni, del resto, si è avuto già in un passato recente – e io mi auguro che non succeda più».
E’ vero: anche se è difficile caricare tutte le responsabilità sulla politica. Si era creato un circolo, non proprio virtuoso, fondato su una logica di scambio che arrivava dai partiti fino alle imprese.
«Dobbiamo rifiutare che si riproponga questo tipo di logica. Stare in Europa, stare sul mercato, essere competitivi, diventare il Paese delle opportunità sono derivate strettamente connesse al sistema istituzionale. Con tutti i difetti che può avere il sistema americano lo spirito di civil servant del mondo anglosassone e il pride (orgoglio) di essere cittadino sono legati al rispetto delle istituzioni. Ripeto, con tutti i limiti di quel sistema. La Francia sopporta un costo elevato del sistema, vista la pervasività dello Stato: tuttavia, grazie alla professionalità e all’efficacia delle sue istituzioni, il Paese se ne fa carico, ritenendolo comunque un vantaggio competitivo. La Germania rispetta le regole. Da noi, al contrario, si diffonde il dileggio: senza alcun timore per le conseguenze di un processo degenerativo di questa portata».
Lei crede che il senso dello Stato sia parimenti deficitario nei due schieramenti che si confrontano per contendersi la guida del Paese?
«A me pare che l’uso che tal volta viene fatto delle istituzioni da una parte e il dileggio delle stesse che tal volta viene fatto dall’altra dimostrino come il rispetto delle Istituzioni e il senso dello Stato siano molto bassi in tutti gli schieramenti. Questo, per il Paese, è il danno maggiore».

Per il Paese o, soprattutto, per le imprese?
«Per i cittadini nel loro insieme. Credo che ognuno di noi si augurerebbe di lasciare ai propri figli il Paese migliore possibile. E laddove c’è un forte senso delle istituzioni, la sicurezza civile, la certezza di avere delle opportunità, la garanzia del rispetto dei valori fondamentali sono assicurate. Oggi in Italia i valori fondamentali non sono più ben definiti e affermati con vigore. Il timore è che le forze politiche non lavorino per riaffermarli né per consentire di avere istituzioni chiare, trasparenti, autorevoli».
Sono in molti a dire che, se questo succede, è per la grande occasione perduta delle riforme istituzionali. Sapevamo di avere un sistema che non funzionava più e anche l’ultimo tentativo di trasformarlo è fallito in questa legislatura.
«Noi abbiamo un sistema bipolare che è doppiamente malato. Perché, formalmente è bipolare, ma strutturalmente è fatto di coalizioni disomogenee. E perché manca un assetto di regole di check and balance senza le quali il bipolarismo non può funzionare».
Quel sistema di pesi e contrappesi che è, invece, forte nella nostra costituzione attuale che, in larga parte, potrebbe essere ancora valida, non le pare?.
«Nella Costituzione i pesi e i contrappesi sono, in qualche caso, persino in eccesso. E’ vero, però, che la Costituzione è in gran parte valida: peccato che sia largamente inattuata».
Cosa dovrebbe fare il nuovo governo per affrontare i problemi di cui abbiamo discusso e per ridare credibilità alle istituzioni?
«Credo che il governo – chiunque vinca le elezioni – nei primi passaggi si debba focalizzare sulle regole. Per i cittadini e per le imprese si verrebbe così a creare quella sicurezza che, insieme a un rapporto stretto con il quadro internazionale di riferimento – intendo l’Europa e l’alleanza atlantica – è la premessa fondamentale per riaccendere l’ottimismo e la voglia di fare».
Certamente questo è un Paese in cui un certo numero di limiti del mondo politico corrispondono ad altrettanti limiti del mondo imprenditoriale. Non è così?
«La nostra è una società che è cresciuta con una presenza dello Stato che non ha eguali nel mondo occidentale, nemmeno se la si paragona alla presenza pubblica pervasiva della Francia. Fino a pochi anni addietro, nelle mani dello Stato c’era il 90% del sistema finanziario, il 60% circa di tutto il sistema industriale conto tenuto di tutte le public utilities e della municipalizzate: a questo andava aggiunto il sistema delle concessioni. Quindi non c’era nessun privato che non fosse a vario titolo, cliente o fornitore o titolare di una concessione dello Stato. La cultura del sistema delle imprese ha avuto, storicamente, anche questo limite».
Vuol dire che le imprese hanno respirato troppo a lungo una cultura autarchica e assistenziale, in qualche modo tributaria dello Stato?
«Per anni, salvo rarissime eccezioni, è stato così. Poi sono successe alcune cose. E’ nata l’Europa, il mercato si è progressivamente aperto, è arrivata la moneta unica che, impedendo le svalutazioni competitive, ha disattivato l’arma con cui il nostro Paese riusciva a sopravvivere. Le imprese si sono trovate di fronte a un mercato aperto con alle spalle un sistema sostanzialmente inadeguato. Non c’erano più le possibilità di erogare privilegi perché le casse dello Stato erano vuote. Non dimentichiamoci che privatizzazioni e liberalizzazioni hanno incominciato a prendere corpo per necessità: non per scelta ragionata, in una logica di modernizzazione del Paese. Il sistema imprenditoriale si è dovuto adattare a un mondo nuovo e condivisibile, ma indubbiamente molto diverso da quello in cui si era formato e sviluppato. Va riconosciuto alle imprese di aver dimostrato una flessibilità notevole perché, in questi anni, avrebbe potuto succedere di tutto».
In che senso, «di tutto»?
«L’economia italiana, indubbiamente, avrebbe potuto avere contraccolpi durissimi connessi con i sacrifici sostenuti per entrare in Eurolandia, con la liberalizzazione dei mercati, con il venir meno dei sostegni pubblici. Ma ce l’abbiamo fatta. Oggi siamo a un bivio. Se la politica non prende un’accelerazione adeguata, se non rivede il proprio ruolo per essere regolatore e non attore o intermediario, il Paese rischia un arretramento senza precedenti. Mentre il cambiamento che sta vivendo la cultura d’impresa in Italia è davvero molto forte ed ha una misura immediata nel mercato, francamente non mi pare che il sistema politico abbia la stessa voglia e velocità di riconversione».
E perché? Ne è sicuro?
«Perché il Paese non ha più la vecchia classe dirigente e il processo di costruzione della nuova è ancora incompiuto: questo è il problema. Il mondo dell’economia è in movimento, il mondo della finanza è in movimento, ma non si è ancora stabilizzata una realtà con delle regole nuove. Non abbiamo i fondi pensione, i mercati finanziari non sono adeguati, e anzi sono spesso oggetto di speculazione di breve termine da parte di investitori stranieri».
Questo complica tutto.
«Basta osservare le trasformazioni in campo bancario. Non essendoci i fondi pensione che garantiscono un flusso costante e abbondante di capitali, si devono inventare azionisti anomali come le fondazioni c he d’altronde sono traghettatori forse necessari verso il mercato. Oggi l’alternativa alle fondazioni sono gli investitori stranieri: non c’è altro. L’estero non va né demonizzato né osannato: resta un interlocutore fondamentale, purché all’estero ci siano condizioni di reciprocità, ci siano contropartite».
Ma attraverso le fondazioni non si è ormai riaperto lo spazio per le intrusioni politiche nella gestione delle imprese? Questi organismi non ricordano un po’ troppo i vecchi consigli di amministrazione delle Casse di risparmio?
«E’ un rischio che va scongiurato. D’altra parte in Italia non si possono sognare le public company, se prima non si creano gli strumenti – i fondi pensione, appunto – per realizzarle in concreto. Muovere lancia in resta contro le fondazioni, in una fase transitoria, senza preoccuparsi di creare strumenti alternativi è polemica sterile».
Concludendo, dottor Tronchetti Provera, voi industriali chiedete alla politica un salto di qualità perché l’Italia possa diventare veramente un Paese normale. Chiedete che le forze in campo cessino di delegittimarsi reciprocamente. Poi, però, sembrate delegittimare il sindacato, o almeno una parte importante di esso. Non è una contraddizione?
«Noi non vogliamo delegittimare nessuno. E’ vero, invece, che ci sono state alcune occasioni in cui una parte del sindacato – la Cgil – ha posto dei veti. Prima di tutto alla politica: ai governi di Prodi, D’Alema e Amato. Mi auguro che si ricreino le condizioni perché tutti si risiedano al tavolo e trattino senza pregiudiziali. Il dialogo deve essere per tutti un valore: non assoluto, però, ma correlato a obiettivi da raggiungere».
Confindustria siederà al tavolo?
«Il sistema delle imprese al tavolo è sempre rimasto seduto e non si alzerà. Dovendo avere un rapporto diretto con il mercato, con il nodo della competizione, gli industriali non possono permettersi il lusso di abbandonare il tavolo. Questo, però, non deve diventare un’arma di ricatto per l’altra parte per porre dei veti. Quella del veto può essere un’arma efficace per certi politici sempre a caccia di voti e, dunque, di consenso. Ma è un’arma spuntata nei confronti delle imprese».
Copyright ©2001 Scrivi alla Redazione Credits Publikompass