“Intervista” A.Panzeri: Va ripensato l’accordo del ’93

09/12/2003



      Sabato 06 Dicembre 2003

      ITALIA-LAVORO
      IL SINDACALISTA: parla Antonio Panzeri (Cgil)


      «Va ripensato l’accordo del ’93»


      MILANO – «La vicenda milanese è un segnale, una spia, di una patologia più vasta». Un malessere che mette a nudo la necessità di rivedere le regole della contrattazione. Urgente quindi risolvere il rinnovo contrattuale del trasporto pubblico locale.
      Ma prioritario anche rivisitare l’accordo del ’93.
      «Il sindacato – dice Antonio Panzeri fino a qualche mese fa segretario generale della Camera del lavoro di Milano e attualmente responsabile delle politiche europee della Cgil – deve avere il coraggio di aprire una serena riflessione su quell’intesa, che certamente ha dato molto alla concertazione e alla salvaguardia dei salari, ma che ora necessita di un intervento. Bisogna reinquadrare il sistema delle relazioni industriali e ripensare il modello contrattuale». Anche la Cgil apre, dunque, ai contratti decentrati?
      La centralità del contratto deve rimanere nazionale, possiamo però pensare di dislocare alcuni contenuti in due direzioni: verso l’Europa da un lato, il territorio dall’altro.
      Questo in linea di principio. In concreto invece a che tipo di modello pensate?
      Bisognerà capire tutti insieme, con Cisl e Uil e con la controparte datoriale, quali sono le materiale da lasciare alla contrattazione nazionale e quali decentrare. Nazionale deve essere la concertazione, soprattutto se si tiene conto del fatto che i problemi che abbiamo oggi sono il frutto delle scelte di un Governo che ha bruciato gli spazi della concertazione. L’altro passo è verificare se siamo in grado di cedere sovranità a livello sovranazionale o territoriale.
      Quando parla di sovranità sovranazionale pensa all’allargamento ad Est?
      Certamente. È stato calcolato che nei prossimi dieci anni, saranno tre o quattro milioni i cittadini che si sposteranno per lavoro nella Ue. Per gestire questo mercato servirà un soggetto forte, vale a dire un rafforzamento della Ces (confederazione sindacale europea) dal punto di vista della capacità contrattuale. Allo stesso tempo la partita della competitività non si giocherà più a livello di Paese ma di aree, di distretti.
      Di contratti decentrati, o meglio regionali, ha in questi giorni parlato il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, la Cgil concorda con questa impostazione?
      No. I contratti regionali così come li ha pensati Formigoni non sono una strada percorribile: farebbero saltare "l’unicità" del contratto. Non possiamo cioè permetterci di avere soluzioni contrattuali legate semplicemente allo stato di salute delle aziende. Ecco, se Formigoni vuole contribuire alla soluzione del problema può farlo. Non certo intervenendo sulla trattativa in corso ma mettendo in campo politiche sociali, abitative, anche fiscali: predisponendo un sistema di welfare.
      Vuol dire forse che quanto è accaduto a Milano nasce da una tensione sociale più ampia rispetto alle sole questioni contrattuali?
      Ci sono aspettative salariali frustrate perché il contratto è disatteso, e questo sicuramente produce esasperazione. Ma c’è anche un problema forte legato alla disastrosa mobilità di questa città e alla situazione del traffico. Un carico di lavoro eccessivo. L’Atm di oggi è poi molto diversa rispetto a quella degli anni ’80, la base dei lavoratori è sempre più rappresentata da giovani, spesso provenienti dal Mezzogiorno. Inserirsi in questa città con 850 euro al mese è difficile.
      Lo sciopero ad oltranza di lunedì ha spiazzato anche i confederali. C’è forse una frattura tra la base e il sindacato?
      No, non c’è una spaccatura. C’è una diffusa esasperazione ma non c’è una reazione negativa nei confronti del sindacato. Questo non vuol dire che non ci siano problemi. Il tema della rappresentanza e della rappresentatività deve essere una angoscia costante per il sindacato. Perché la rappresentanza che ci viene concessa non è data per sempre. E di fronte ai cambi repentini del quadro sociale il sindacato deve dimostrare di essere pronto a gestirli.
      SERENA UCCELLO