“Intervista” A.Marzano: «Concertazione? Ecco le condizioni»

02/06/2004


        sezione: ITALIA-POLITICA
        data: 2004-06-02 – pag: 11
        autore: MASSIMO MASCINI
        Marzano: bene il dialogo ma limitato ai temi del «contratto con gli italiani»
        «Concertazione? Ecco le condizioni»
        Gli obiettivi sono già fissati dal programma della Cdl – La Cgil? Fa soltanto politica per il centro-sinistra
        ROMA • Nuova concertazione? È possibile. Lo afferma Antonio Marzano, il ministro delle Attività produttive. Che però pone precisi limiti. Perché deve servire a realizzare le riforme che il Governo si è impegnato a fare e non altro. E poi c’è l’ostacolo della Cgil, a suo dire troppo politicizzata, attenta solo a favorire l’opposizione.
        Ministro, è possibile un nuovo ciclo di concertazione? Certamente, ma ci devono essere le condizioni per farlo. Quali condizioni?
        Tutto dipende dal contratto che Berlusconi presentò in televisione agli italiani. Non fu un evento mediatico, ma una vera svolta. In quel modo si prese un impegno con gli elettori per realizzare quel contratto, che prevedeva una serie di riforme.
        Questo cosa c’entra con la concertazione?
        C’entra, perché noi abbiamo l’impegno a portare avanti quel contratto, a fare quelle riforme. Ma allora, se la concertazione serve a fissare gli obiettivi della politica economica, questo è impossibile, perché i nostri obiettivi sono già fissati. A cosa può servire? A decidere come realizzare i nostri obiettivi. Ed è poco? Noi questo possiamo fare. Perché gli italiani con il voto che ci ha dato la maggioranza in Parlamento hanno controfirmato quel contratto e noi ora dobbiamo onorarlo.
        Si può discutere di come realizzare quelle riforme?
        Questo sì, possiamo discuterne. Berlusconi però sostiene che con la Cgil la concertazione è impossibile. Lo dice a ragione, perché con la Cgil non si riesce a discutere di nulla. Non si scordi il Patto per l’Italia, lo hanno firmato tutti, solo la Cgil lo ha rifiutato.
        E questo impedisce la concertazione?
        La nostra esperienza è questa. La Cgil non vuole le nostre riforme, la Fiom non firma gli accordi che gli altri sindacati accettano.
        Perché questo accanimento?
        Perché la Cgil fa politica e la fa a favore dell’opposizione. Ma questo è conflitto di interessi. L’obiettivo non è più la difesa degli interessi dei lavoratori, ma favorire l’opposizione, e non sempre le due cose coincidono. Il Governo ha portato avanti riforme che favorivano il mondo del lavoro, quella del mercato del lavoro o quella delle pensioni, ma sempre ci siamo scontrati con la Cgil.
        A causa della sua politicizzazione?
        Sì, e questo è un male. Il sindacato deve essere autonomo. Per questo non abbiamo mai promosso un sindacato targato Forza Italia, che pure sarebbe stato possibile considerando che ci votano milioni di persone.
        Ma a suo avviso la politicizzazione della Cgil si sta attenuando? Vede segnali chiari in questa direzione? No. Quando trattiamo le crisi aziendali collaboriamo con i sindacati di categoria, tutti, anche quelli aderenti alla Cgil. Ma segnali sulle grandi riforme che vogliamo fare proprio non ne vedo.
        La concertazione attuata dal Governo è stata poco più di una semplice informazione, al sindacato si è comunicato cosa il Governo si apprestava a fare. Continuerà così?
        Ma non è avvenuto questo. Per le pensioni, per esempio, il Governo ha accettato quasi tutte le richieste del sindacato. Certo, sarebbe inaccettabile dover bloccare l’azione del Governo per colpa della concertazione. Non sarebbe democratico.
        La prossima occasione di scontro, o di confronto, sarà il varo del Dpef. Cosa farà il Governo?
        Tutto dipende dal problema a monte, dall’atteggiamento delle parti sociali, della Cgil in particolare. È come per la politica industriale, l’opposizione dice che non c’è stata, ma la realtà è ben diversa.
        È stata fatta politica industriale?
        Certo che è stata fatta. Ci siamo mossi su sette diversi piani e con grande forza. Per la semplificazione, e abbiamo eliminato migliaia di leggi, Per il Mezzogiorno, con risultati importanti perché è aumentato del 23% il ricorso agli incentivi.
        Incentivi che, è stato chiaro, non volete eliminare.
        No, certo. Al massimo vanno razionalizzati, perché non siano distribuiti a pioggia. Al Sud hanno funzionato.
        Ancora, per cosa vi siete mossi?
        Per la diffusione della tecnologia con il piano Marzano-Stanca, un modello per tutta Europa. Per la difesa della proprietà intellettuale, a salvaguardia del made in Italy. Per l’energia, con un piano che ha alzato notevolmente la capacità produttiva. E ancora il nostro impegno è stato sensibile per l’internazionalizzazione e per il risanamento delle imprese. Insomma, abbiamo fatto politica industriale. Ministro, perché tante vertenze per aziende in crisi vanno al ministero del Welfare?
        Solo per quel che riguarda gli eventuali esuberi, ma i piani di ripresa vengono elaborati qui, in questo ministero. E proprio per questo ho costituito un osservatorio sulle situazioni di crisi, per prevenirle, per intervenire prima che sia troppo tardi. Anche questa è politica industriale.
        E la crisi Fiat? È superata?
        Superata ancora no, c’è molto da fare, ma siamo sul binario giusto. Peccato per Morchio, con lui abbiamo lavorato bene. Ma è positivo che la famiglia abbia dato un segnale chiaro, con l’indicazione di Montezemolo, di non volersi tirare indietro. E non dimentico che Marchionne è entrato in Fiat assieme a Morchio. Questa è continuità.