Intervista a Maroni: la riforma pensioni solo con il dialogo tra le parti sociali

15/06/2001

Corriere della Sera






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IL MINISTRO DEL LAVORO E WELFARE

Maroni: la riforma pensioni solo con il dialogo tra le parti sociali


«Il tema andrà discusso insieme a quelli dei fondi e delle liquidazioni» «Nei primi cento giorni le minime a un milione e via il divieto di cumulo» «Ho chiesto al premier di partecipare alla preparazione del Dpef»

      MILANO – Roberto Maroni ha scritto ieri una lettera al presidente del Consiglio per chiedergli di partecipare assieme al ministro dell’Economia Giulio Tremonti e al ministro delle Attività produttive Antonio Marzano al tavolo che dovrà definire il Documento di Programmazione Economica Finanziaria. «Ci sono almeno due buoni motivi. Primo: il documento toccherà temi, le pensioni e il lavoro, che chiamano in causa il mio ministero. Secondo: è necessario verificare se esistono problemi di natura finanziaria che possono coinvolgere le politiche che intendo seguire».
      Si parla di una cifra compresa fra i 14 e i 30 mila miliardi. Sarete costretti ad intervenire sulle pensioni?
      «Assolutamente no. Il tema delle pensioni non va affrontato solo nella prospettiva finanziaria. No, non è questa la prospettiva principale».
      Pensioni salve?
      «Non è possibile ragionare di pensioni unicamente per l’impatto finanziario che hanno. Semmai di riforma delle pensioni, di una qualche riforma delle pensioni, è corretto discutere pensando a come complessivamente tale riforma incide sullo stato sociale. Di previdenza è inevitabile parlare. Ma prima dell’impatto finanziario si affronti il tema dell’impatto generazionale ossia del giusto equilibrio fra una politica che garantisce alle giovani generazioni un ingresso rapido e sicuro nel mondo del lavoro e una politica che non penalizza chi lavora da tanti anni».
      Dunque nessun taglio alle pensioni?
      «Se, come e quando fare la riforma delle pensioni sarà valutato dopo avere affrontato altri temi correlati: i fondi pensione, l’utilizzo del trattamento di fine rapporto. Insomma la riforma va vista dentro un quadro più generale di politiche di sviluppo e di occupazione. Del resto il ministero non si chiama più del Lavoro e della Previdenza ma è il ministero che si occupa anche delle politiche sull’occupazione e sulla famiglia».
      Nel 1994 il primo governo Berlusconi cadde proprio sulle pensioni.
      «Commettemmo l’errore di presentarci con un atteggiamento molto duro. Non deve accadere più. La strada maestra è quella del confronto con le par ti sociali» .

      Sì alla concertazione?
      «Preferisco usare un altro termine. Il dialogo senza pregiudizi e senza pregiudiziali. Tenendo conto che alla fine i l governo ha il dovere di non abdicare e di assumere le decisioni giu st e».

      Integrerete a un milione le pensioni che non raggiungono questo livello?
      «
      Sarà uno dei provvedimenti che prenderemo entro i prim i cento giorni. Assieme alla abolizione del divieto di cumulo pensioni redditi ».
      Lei andrà al congresso della Cisl. Savino Pezzotta il segretario ha proposto un nuovo patto sociale. E’ d’accordo?

      «E’ una proposta interessante. La disponibilità del ministro del Welfare c’è. Mi sembra un’idea da approfondire specie se significa concludere positivamente il dialogo sociale per la definizione degli strumenti più efficaci di riforma del Welfare».
      Dalla Cisl sono emerse preoccupazioni circa un atteggiamento antisindacale da parte di settori del governo e il timore di scavalcamenti a favore di settori più oltranzisti dello stesso sindacato. Che cosa risponde?
      «Escludo drasticamente qualsiasi comportamento o atteggiamento antisindacale da parte del mio ministero. Se insistiamo sul dialogo mi pare che si dia una indicazione precisa. Sul secondo punto altrettanto drasticamente escludo scavalcamenti di una parte del sindacato a favore di un’altra. La ricerca del consenso è un obbligo ma niente scorrettezze».
      Le parti sociali chiedono provvedimenti per la riemersione dal sommerso. Interverrete?
      «La riemersione dal sommerso è l’architrave di ogni politica di sviluppo. Nei Paesi Ocse la media di lavoro sommerso è del 17 per cento, in Italia del 24. Ciò penalizza i parametri fondamentali per misurare il tasso di occupazione, il rapporto tra occupati e abitanti fra i 15 e i 65 anni. Entro il 2010 il tasso di occupazione in Europa, secondo le indicazioni dell’Unione, dovrà essere del 70 per cento. Dunque la battaglia contro il lavoro nero è una sfida decisiva, una priorità. Non esiste politica di sviluppo se non si sconfigge la piaga del lavoro nero. E se non si interviene anche su altre questioni».
      Ad esempio la flessibilità.
      «La flessibilità in entrata e in uscita. So che in proposito la chiusura del sindacato è molto netta ed è comprensibile ma non si fa del bene al mondo del lavoro se non se ne discute. Se l’obiettivo comune è aumentare il tasso di occupazione ciò significa non avere tabù anche sulla flessibilità».
      Politica di sviluppo. E il Mezzogiorno?
      «Il Mezzogiorno è una risorsa grandiosa per l’Italia. Non vi è politica di sviluppo se non si coinvolge il Sud. Un mio sottosegretario avrà una delega obiettivo precisa: lo sviluppo del Mezzogiorno».
      Ultime due questioni. Il contratto dei metalmeccanici e la normativa sui contratti a termine: qual è la sua posizione?
      « Le trattative dei metalmeccanici credo che siano a buon punto. E io in nome dell’autonomia delle parti non intendo intervenire per 5 mila lire in più. Sul secondo punto vi è stata una negoziazione un anno fa che si è conclusa con un "avviso comune" non sottoscritto da Cgil, Confesercenti e Confcommercio. La direttiva europea sui contratti a termine è utile e deve entrare in vigore il 10 luglio. Mi auguro che chi non ha sottoscritto si ricreda. Comunque mi riservo una iniziativa per superare gli impedimenti».
Fabio Cavalera fcavalera@rcs.it


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