Intervista a Maroni: la giusta causa resta

19/11/2001


La Stampa web




ECONOMIA
Sabato 17 Novembre 2001

IL MINISTRO DEL WELFARE DIFENDE IL PROGETTO: «RIGUARDA SOLTANTO LE AZIENDE CHE EMERGONO DAL NERO E SUPERANO I 15 DIPENDENTI»
Maroni: la giusta causa resta Non sono succube di D’Amato
ERA il 3 settembre. In un’intervista alla «Stampa» il ministro del lavoro e delle politiche sociali Roberto Maroni annunciò che non avrebbe toccato l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori che consente alla magistratura di reintegrare il lavoratore licenziato senza giusta causa.
Ministro lo ricorda?
«Certo che lo ricordo».
E allora come spiega l’intervento sull’articolo 18 deciso dal governo Berlusconi?
«L’articolo 18 non è toccato perché rimane il principio della giusta causa indispensabile per licenziare e non sono accolte le proposte di abrogazione totale. Con il disegno di legge delega, il governo mette sul tavolo della discussione con le parti sociali un regime sperimentale. Propone un’ipotesi marginale per verificare l’effetto sulla nuova occupazione di più flessibilità». E’ un’ipotesi marginale?
«L’ipotesi è marginale per i numeri. Il superamento dell’articolo 18 riguarda solo le aziende in nero che emergono, quelle che superano i quindici dipendenti e quelle che trasformano i contratti a tempo determinato in tempo indeterminato».
Non è più facile licenziare?
«E’ falso, come affermato nella manifestazione della Fiom dal segretario Sabattini, che tutti i lavoratori potrebbero essere licenziati. La sperimentazione serve per capire se l’iniezione di flessibilità in uscita può provocare più occupazione. Il sindacato dovrebbe apprezzare che si favorisce l’emersione: si passa da diritti zero a diritti cento».
E non meno diritti per i vecchi assunti?
«Non è possibile licenziare senza giusta causa. Solo per convenienza polemica il sindacato imputa l’abolizione dei diritti».
Qual’è la convenienza?
«Polemizzare con il governo e avere successo negli scioperi occultando l’insuccesso della manifestazione della Fiom».
Ma cosa vuole il governo?
«La tutela dei lavoratori è più forte con la nuova formulazione dell’articolo 18. Viene stimolata l’emersione mentre nel sommerso un’impresa licenzia quando vuole e senza giusta causa. Le imprese con meno di quindici dipendenti possono averne uno in più senza ricorso al nero. Molti datori di lavoro sono indotti a trasformare i contratti a tempo determinato in indeterminato. Tutto il resto è polemica strumentale».
Il presidente dei ds però parla di scelta grave subordinata alla Confindustria.
«D’Alema è sorprendente. Fu lui, quando era presidente del consiglio, a proporre il superamento dell’articolo 18 per le aziende che superano i quindici dipendenti. Era questa l’idea del governo D’Alema non del governo Berlusconi. Ma fu ritirata dopo il no del segretario della Cgil Cofferati. D’Alema deve prendere qualche pastiglia di fosforo per ricordare cosa proponeva due anni fa. La sua posizione attuale è bieco opportunismo, la politica non c’entra».
E cosa dice ai sindacati?
«Spero che la parte più responsabile non segua le polemiche. Del resto il governo tiene conto di proposte elaborate in ambienti sindacali».
I sindacati lo negano: lo sa?
«E’ del tutto secondario. Il segretario della Cisl Pezzotta riconosce che proviene dall’interno del sindacato l’idea di superare l’articolo 18 nei casi di passaggio al tempo indeterminato. La Uil ha proposto di sospendere per tre anni l’articolo 18 per le imprese meridionali. E il governo non l’ha accettato».
Perché la decisione alla vigilia dello sciopero Fiom?
«E’ stata presa il 15 novembre, ultimo giorno utile per il collegato alla legge finanziaria».
Come fa a definire un insuccesso la manifestazione?
«Alla Fiat lo sciopero ha interessato il 15% degli operai lasciando solo tracce tra gli impiegati. Il 15% degli operai è la metà degli iscritti Fiom. Comunque lo sciopero non è contro il governo, il libro bianco sul lavoro o l’articolo 18, ma contro la Cisl e la Uil che hanno firmato separatamente il contratto dei metalmeccanici. Se successo c’è stato, ma non c’è, come governo non mi sento toccato».
Lei è davvero tranquillo?
«Nella delega l’articolo 18 è solo la decima questione in materia di flessibilità del mercato del lavoro. Sono previsti nuovi contratti come quelli a chiamata (la suddivisione di una posizione fra due persone) o la riforma del collocamento con l’intermediazione delle società private. Martedì, con Berlusconi, incontrerò i segretari di Cgil, Cisl e Uil e esporremo le nostre ragioni». Ormai ha deciso? «Ascolteremo i sindacati. La parola passa al Parlamento. L’intervento sull’articolo 18 punta ad accrescere l’occupazione; dovrà cambiare se l’incremento non c’è».
E il nodo delle pensioni?
«C’è intesa con il sindacato, non con la Confindustria.Il confronto, aperto fino a metà dicembre, dimostra che il governo non è portavoce delle imprese, formula proposte coerenti con il programma e non accontenta necessariamente tutti».
Qual è il punto di contrasto con la Confindustria?
«La Confindustria chiede la totale abolizione delle pensioni di anzianità. Ma il governo non è d’accordo e mantenendole vuole incentivare la permanenza in servizio senza obbligare nessuno a rinunciare al lavoro. Se il governo fosse succube delle aziende avrebbe soppresso tutto l’articolo 18: ha una posizione intermedia rispetto ai sindacati che lo difendono».
Non è proprio sbilanciato?
«Non siamo succubi di nessuno e non subiamo veti. Mediamo fra le posizioni, ma realizzando il programma di governo per rendere il mercato del lavoro più efficiente e dare più opportunità ai giovani. Con le nuove norme ci sono meno rigidità, non meno tutele».


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