Intervista a Maroni: «I miei piani per lavoro e pensioni»

02/10/2001
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INTERVISTA
Roberto Ippolito
«I miei piani per lavoro e pensioni»
Martedì 2 Ottobre 2001
ALLA VIGILIA DELLA TRATTATIVA IL MINISTRO RIVOLGE UN APPELLO ALLE FORZE SOCIALI: «FACCIAMO ASSIEME UNA RIFORMA PER IL FUTURO»
Maroni: lo Statuto va rivisto, ma non tocco l’articolo 18
 
ROMA
Un appello a Sergio Cofferati e Antonio D’Amato. A Savino Pezzotta e Sergio Billè. Insomma un invito alla massima disponibilità a dialogare rivolto a tutti i leader delle organizzazioni sindacali e dei datori di lavoro. «Ci sono le condizioni per aprire davvero una stagione riformatrice molto profonda, per dare più lavoro agli italiani e garantire meglio le pensioni in futuro» dice Roberto Maroni, ministro del welfare ovvero competente per lavoro e pensioni. Maroni lancia l’appello alla vigilia del primo incontro con le parti sociali, in programma domani mercoledì 3 ottobre. Per il lavoro proporrà nuove regole per il collocamento con il coinvolgimento dei privati e la riforma dello statuto dei lavoratori (senza toccare l’articolo 18 e quindi la possibilità di reintegro del lavoratore licenziato ingiustamente). Per le pensioni nega che l’andamento dei conti sia drammatico, ritiene modesto il beneficio dell’eventuale anticipo delle scadenze della legge Dini e punta, per garantire l’equilibrio del sistema, sullo sviluppo della previdenza integrativa.
Ministro mercoledì da dove si comincia?
«L’incontro è dedicato al mercato del lavoro le cui regole sono insoddisfacenti sotto molti punti di vista e troppo rigide. Questo penalizza l’occupazione al di là delle diverse posizioni delle parti sociali (chi è più conservatrice e chi più innovatrice): l’Italia è il fanalino di coda sia per la disoccupazione che per il tasso di occupazione. Perciò è necessario verificare la situazione e individuare istituti e leggi da nodificare».
Con quale finalità?
«Rendere il mercato del lavoro più efficiente. Non ho detto più flessibile, ma più efficiente».
Perchè flessibile le sembra una brutta parola?
«Non è una brutta parola, ma si presta a forzature e strumentalizzazioni. Tutti, pur rappresentando differenti interessi, devono avere l’obiettivo di creare strumenti più efficaci per mettere in contatto domanda e offerta. L’imprenditore che vuole assumere deve poterlo fare regolarmente, non con trucchi. Chi opera illegalmente deve emergere con la garanzia di un sistema fiscale e previdenziale compatibile con le sue esigenze».
Si discuterrà di questo?
«Il governo ha predisposto un libro bianco che contiene l’analisi di ciò che non va e le proposte di modifica delle regole e che da mercoledì sarà oggetto del dialogo sociale. Puntiamo a concordare entro ottobre le proposte da avanzare rapidamente in parlamento».
Quali strumenti immagina?
«Illustrerò alle parti sociali le mie proposte. Segnalo due priorità. Solleciterò la riforma radicale del collocamento pubblico con l’ingresso in modo molto forte dei privati e il passaggio dalla politica passiva a quella attiva, modificando il rapporto tra ammortizzatori sociali e formazione permanente».
Può spiegare il concetto?
«Oggi un cinquantenne licenziato può solo sperare in misure di accompagnamento alla pensione (cassa integrazione, mobilità, prepensionamenti). Penso invece a un’attività di formazione mirata al proseguimento dell’esperienza lavorativa. Un segnale c’è già, con la legge Tremonti bis per la detassazione degli utili reinvestiti estesa agli impegni per la formazione».
Lo statuto dei lavoratori deve essere rivisto?
«Avanzerò una proposta per la riforma dello statuto dei lavoratori. Ma per rispetto alle parti sociali mi riservo di illustrarla dettagliatamente a loro».
Però si sa che lei non intende toccare l’articolo 18.
«Proprio alla "Stampa" un mese fa ho dichiarato che l’articolo 18 non è in discussione. Da allora non ho cambiato idea».
Dopo il lavoro, le pensioni: come scatta il confronto?
«Sceglieremo con le parti sociali la data dell’avvio del confronto. La base è la relazione della commissione ministeriale di studio che ho insediato. Primo punto è la verifica della spesa dal 1996 al 2001 dopo la riforma Dini. Secondo, le proiezioni per i prossimi cinque-dieci anni. Terzo, gli eventuali correttivi alla riforma Dini»
Come sono i conti?
«Dirò anche questo nella sede appropriata, l’incontro con le parti sociali. Le anticipazioni lette sono stravaganti. Il problema non è tanto valutare gli effetti della legge Dini, ma cosa può avvenire in futuro. La necessità della riforma si pone in rapporto ai vari scenari delineati, ottimistici o pessimistici».
Può dire a cosa lei punta?
«L’obiettivo della verifica sulle pensioni è la nascita di una previdenza alternativa rispetto a quella pubblica. Il motivo della verifica non è l’eliminazione immediata delle pensioni d’anzianità prevista dalla legge Dini per il 2008».
Non è indifferente, no?
«Sì, tuttavia non è il motivo della verifica. Abolire le pensioni d’anzianità avrebbe effetti di cassa ma la fine è già segnata. Il costo della previdenza pubblica non si riduce anticipando le scadenze della legge Dini per l’età pensionabile o l’anzianità. Questo avrebbe un beneficio modesto. Il punto è un altro».
Cioè?
«La legge Dini non è riuscita a far partire la previdenza integrativa. Questa è la sfida, la riforma da fare: diminuire il peso della previdenza pubblica e aumentare quella privata. La scelta strategica in grado di avere un impatto forte sui conti pubblici è dare ai lavoratori la possibilità di scegliere una previdenza non più basata sul 100% pubblico, ma su un sistema almeno misto pubblico-privato. Uno dei modelli di riferimento è quello inglese».
Una svolta sostanziale?
«Dare la possibilità di scelta fra previdenza pubblica e privata significa incidere sui conti per venti-trenta anni. Finora l’attenzione è stata concentrata su interventi di secondaria importanza per l’impatto sul bilancio perchè limitati nel tempo».
Lei non sembra preoccupato per i conti di oggi.
«La situazione dei conti previdenziali non è drammatica. Prevedere il futuro è sempre un esercizio altamente incerto da cui derivano scenari apocalittici o assai tranquillizzanti».
E quindi?
«Chiederò l’impegno per il decollo di un sistema previdenziale alternativo a quello pubblico. I sindacati devono accettare la presenza dei fondi aperti rispetto a quelli contrattuali. Gli imprenditori devono mettere a disposizione il trattamento di fine rapporto.Con il decollo della previdenza integrativa garantiremo alle generazioni future un sistema in equilibrio. Altrimenti i nostri nipoti penseranno a noi come a degli egoisti»:
 

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