Intervista a Maroni: “Eviteremo lo scontro Previdenza”

29/06/2001

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Maroni: "Eviteremo lo scontro
Previdenza, verifica a tutto campo"

Il ministro del Welfare: Cofferati mi preoccupa ma io proseguirò lungo la strada della concertazione
l’intervista

ENRICO ROMAGNA-MANOJA


ROMA – C’è il rischio che il governo Berlusconi stia marciando, come sette anni fa, verso un autunno caldo sul fronte sindacale? Il ministro del Welfare Roberto Maroni è convinto di no: « innanzitutto – dice, appena tornato dal consiglio dei ministri che ha varato il "pacchetto dei 100 giorni" – perché pensioni e riforma dello stato sociale non saranno un tema di scontro; magari potrà esserlo la scuola, ma non ci sono le condizioni per uno scontro sulle pensioni».
Le dure critiche di Sergio Cofferati alle decisioni del governo, a dire il vero, non promettono bene...
«L’atteggiamento del leader della Cgil è preoccupante perché mi sembra basato su motivazioni politiche e non su questioni di merito. Dobbiamo fare di tutto perché il maggior sindacato italiano esca dall’isolamento. Un fatto che nuoce al sindacato, non fa bene agli industriali e non fa nemmeno bene al governo.»
Ma Cofferati vi accusa di aver rotto la concertazione e di aver varato soltanto misure a favore delle imprese.
«Non è vero. Non abbiamo affatto rotto la concertazione. Abbiamo informato i sindacati sui provvedimenti che stavamo per approvare, pur non avendone l’obbligo. Per quanto riguarda la direttiva sui contratti a termine sono riuscito a convincere tutti, esclusa la sola Cgil, che l’intesa andava recepita perché il dissenso non era sul merito ma sul metodo seguito per raggiungere l’avviso comune. Io voglio rispettare il metodo della concertazione ma non ho potuto far altro che constatare un atteggiamento pregiudizialmente ostile da parte della Cgil che, fino allo scorso mese di febbraio, si era detta invece d’accordo».
Se queste sono le premesse, immagino cosa succederà quando parlerete di pensioni a settembre…
«Innanzitutto nessuno ha ancora deciso se sarà necessario fare la riforma: la Confindustria dice di sì, i sindacati di no, il governo sta in mezzo e vuole prima fare la verifica. Ma verifica non significa "c’è un buco, dobbiamo tagliare le pensioni". Verifica significa: definire l’agenda dei temi da trattare, dalle pensioni alla sanità, dalla famiglia al Tfr, dai lavoratori immigrati ai fondi pensione; poi bisognerà discuterne con tutti; domandarsi: è necessaria la riforma? Se sì, come dobbiamo farla? Insomma, non voglio fare la politica del carciofo. Voglio portare tutti attorno ad un tavolo e poi discutere, senza pregiudiziali. Noi non ne abbiamo, spero che anche la Cgil lascia fuori dalla porta le sue».

Mentre sui contratti a termine la porta mi sembra ormai chiusa…
«La Cgil non ha nemmeno tenuto conto del fatto che abbiamo inserito nel decreto la possibilità di modificare le norme entro un anno. Siamo cioè disponibili a riaprire il tavolo per una verifica, diciamo tra sei mesi, in modo da valutare gli eventuali problemi come, ad esempio, le possibili interferenze con un altro settore in forte crescita, quello dei contratti di lavoro interinale».
E sul contratto dei metalmeccanici per il quale si va verso il primo sciopero separato degli ultimi 30 anni?
«Non so se la FiomCgil confermerà lo sciopero del 6 luglio. Anche in questo caso, infatti, mi sembra un "no" politico pregiudiziale, visto che la differenza con le proposte degli industriali si è ormai ridotta ad appena 5.000 lire. Non so quanto gli iscritti alla Cgil apprezzeranno questo atteggiamento».
Allora perché non interviene lei che è il ministro del Lavoro?
«Perché questo governo non vuole interferire nell’autonomia delle parti sociali».
E cosa accadrà, allora, quando la Confindustria le chiederà maggiore flessibilità in uscita, cioè meno vincoli ai licenziamenti?
«Io non ho atteggiamenti preconcetti, sono disposto a discutere di tutto anche se molti temi in materia di lavoro e bustapaga sono prerogative delle parti sociali. E’ chiaro che bisogna salvaguardare le conquiste fatte dal sindacato a tutela dei lavoratori. Ma non bisogna nemmeno avere pregiudiziali: occorre discutere anche di flessibilità in entrata e in uscita dal mercato del lavoro, ricordandoci che l’obiettivo comune è uno solo, quello di far crescere il tasso di occupazione che vede oggi l’Italia al 54% (con una macroscopica differenza tra Nord e Sud) contro una media Ocse del 62% ed un obiettivo che ci impone Bruxelles di raggiungere il 70% entro il 2010.»
Veniamo al consiglio dei ministri di ieri. L’Ulivo vi accusa di aver messo il carro davanti ai buoi varando il pacchetto dei 100 giorni prima del Dpef...
«Ma è un’osservazione senza senso. Il pacchetto di misure approvato dal governo non produce gettito aggiuntivo o spese particolari. Serve a dare un’iniezione di fiducia, ad investire su di una crescita del Pil in autunno».
Eppure avete detto che il governo Amato vi ha lasciato un bel buco nei conti. Non era più urgente intervenire per colmarlo?
«La situazione che abbiamo trovato è drammaticamente preoccupante, come ha confermato anche la Corte dei Conti. Mi sembra di rivedere quella concezione veterodemocristiana della spesa pubblica grazide alla quale si inventavano coperture non realizzabili basandosi su entrate incerte. L’abolizione del ticket, questa è la realtà, ha creato un buco nella sanità; un altro buco è dovuto al bonus fiscale non coperto e alle mancate entrate delle imposte sui capital gain. Insomma ci hanno lasciato un’eredità che non possiamo accettare con beneficio d’inventario».
E quindi vi apprestate a fare una bella manovra…
«No. Noi non vogliamo fare manovre se la verifica dei conti ci consentirà di evitarlo. Vogliamo puntare al rilancio dell’economia basato sulla crescita del Pil che porta ad un fisiologico aumento delle entrate. Ecco perché abbiamo varato prima il pacchetto dei 100 giorni: volevamo dare un segnale d’attacco e di voglia di fare, non un segnale di difesa».