“Intervista” A.M.Artoni: «La riforma Biagi non decolla»

07/09/2004


            martedì 7 settembre 2004

            Pagina 33 – Economia
             
             
            L´INTERVISTA
            Anna Maria Artoni vice presidente di Confindustria: crescono le partite Iva al posto dei co.co.co
            «La riforma Biagi non decolla troppi disoccupati giovani»

            ROBERTO MANIA

            ROMA – Non era la riforma Biagi che serviva al mercato del lavoro italiano. Piuttosto si dovevano aggredire i due record negativi che continuiamo a detenere: il più alto tasso di disoccupati tra i giovani e tra le donne. Non a caso quella legge stenta a decollare facendo proliferare le partite Iva al posto dei co.co.co. Anna Maria Artoni, presidente dei giovani industriali e vicepresidente della Confindustria, non fatica a fare l´elenco delle opportunità perse dal governo e dalla sua maggioranza: dalle liberalizzazioni abbandonate all´immigrazione considerata esclusivamente come problema di ordine pubblico; dal federalismo ad una vera ed equa riforma delle pensioni.

            E ora siamo alla vigilia di una manovra finanziaria pesante che probabilmente finirà per cancellare tutte le illusioni che avevano coltivato anche gli industriali. È d´accordo?

            «Sì, è così. Arrivano i sacrifici per tutti, anche se finalmente si fa un´operazione di trasparenza. Ora, tutti siamo di fronte alla realtà. Non si era mai fatto nel passato quando si erano create troppe illusioni: si negava anche l´evidenza».

            Ma ad illudersi non sono stati anche gli imprenditori?

            «Da un governo di destra, con in più un presidente del Consiglio imprenditore, ci si aspettava un´iniezione di libertà nell´attività economica a vantaggio dei consumatori e delle imprese. Così non è stato. Le liberalizzazioni e le privatizzazioni si sono bloccate, soprattutto sul territorio. La cultura di impresa, come generatrice di sviluppo e di benessere, non si è affermata. Non si è visto nulla».

            Però è stata approvata la riforma del mercato del lavoro che le imprese avevano sempre sollecitato.

            «Sì ma è una riforma che non porterà a grandi risultati. Non a caso stiamo assistendo alla proliferazione delle partite Iva al posto dei co.co.co. Si doveva guardare in un´altra direzione».

            Cioè?

            «Verso i giovani e ponendo al centro i processi di formazione e di riqualificazione professionale. La partita sulla competitività si gioca sulla formazione della forza lavoro non – o non solo – sui costi, per quanto importanti. L´Italia continua ad avere due primati disastrosi in Europa: l´ultima posizione sia per il tasso di occupazione giovanile sia per quello tra le donne».

            Vuole dire che non basta poter ricorrere ai tanti contratti di lavoro: da quello a progetto allo staff leasing?

            «Dico che – semmai – si doveva agire su entrambi i fronti: flessibilità, che non va confusa con la precarietà; e formazione. Quello che si è fatto non è sufficiente».

            È come se lei parlasse di un fallimento generale. È così?

            «No, parlare di fallimento mi pare troppo forte. Credo, però, che in molte occasioni ci sia stata un´eccessiva dose di ideologia».

            A cosa si riferisce?

            «Penso, per esempio, all´immigrazione. È stata affrontata come un problema di ordine pubblico, anziché come una opportunità. Come hanno fatto Gran Bretagna e gli Usa che hanno scommesso sull´immigrazione di qualità, attirando i migliori cervelli del mondo. Avremmo dovuto fare così piuttosto che considerare l´immigrato regolare alla stregua di un terrorista».

            Crede che sia tutta colpa del governo?

            «Penso che la responsabilità di questa miopia vada ricercata in un approccio generale della politica tutta orientata al presente. Mentre la politica dovrebbe essere progetto».

            Ma anche gli industriali avranno le loro responsabilità?

            «Certo, anche noi adottiamo lo stesso criterio quando non investiamo sulla crescita delle nostre aziende. Oppure quando guardiamo alla Cina come un pericolo e non come ad una opportunità da cogliere».