Intervista a Guidi: non siamo noi a frenare

03/05/2001



Logo Repubblica.it

Pagina 10
Guidi: non siamo noi a frenare
Parla il consigliere delegato per le relazioni industriali di Confindustria


Roma – Dottor Guidalberto Guidi, lei ha partecipato all’incontro organizzato dal governo con le parti sociali per favorire una più rapida conclusione delle vertenze in corso. C’è stata la schiarita auspicata dal presidente del Consiglio, Giuliano Amato?
«Fermo restando che ancora oggi dice il consigliere per i rapporti sindacali della Confindustria continuano a non esserci del tutto chiare le finalità dell’incontro, devo dire che è positivamente emersa la volontà del governo di proseguire sulla strada di una politica dei redditi virtuosa che non inneschi pericolose rincorse prezzisalari».
La Confindustria è stata accusata di gravi responsabilità nel blocco dei rinnovi. Come avete risposto?
«L’incontro aveva assunto una valenza mediatica che faceva riferimento a una Confindustria ostile ai rinnovi salariali per sei milioni di lavoratori. Il fatto è che, anche mettendocela tutta, non si arriva a 2,5 milioni di dipendenti dell’industria e a 1,71,8 milioni se ci riferiamo alle imprese che noi rappresentiamo attualmente coinvolte nei rinnovi della parte economica. Ma dal gennaio 2000 a oggi abbiamo rinnovato 32 contratti di categoria per 2,5 milioni di addetti. Non riusciamo poi a capire perché sia scoppiata questa emergenza contrattuale: chiunque conosca la realtà delle relazioni industriali sa che siamo perennemente impegnati in rinnovi».
Qualcuno, anche nel governo, vi ha accusati di fare melina sui contratti in attesa di un governo che sia più sensibile alle vostre rivendicazioni. C’è questa tentazione?
«Questa valutazione è abbastanza incoerente nel momento in cui siamo anche accusati di voler viceversa stringere i tempi sull’avviso comune per i nuovi contratti a termine, che peraltro abbiamo chiuso la settimana scorsa».
Con i sindacati siete divisi in particolare sul punto dell’accordo di luglio che parla dell’inflazione importata. Voi dite che non si deve tenere in considerazione, loro che va pagata. Il testo di luglio, però, non dà ragione né a voi né a loro…
«È vero, ammetto che non c’è un’interpretazione univoca. La nostra valutazione parte però da questo presupposto: le ragioni per cui l’inflazione importata fu esclusa dallo scarto tra inflazione reale e programmata era che in caso contrario non avremmo rispettato i principi dell’accordo che aveva come obiettivo di fare coincidere l’inflazione reale con quella programmata, eliminando l’impatto sui conti delle aziende di variabili esogene».
Ha avuto l’impressione che nel governo qualcuno pensi al ritorno della scala mobile?
«Sinceramente no. Devo dirlo per correttezza, il governo ha anzi manifestato la piena convinzione che sarebbe sbagliato tornare a tempi passati».

(r.d.g.)