Intervista a Epifani: «La Cgil sarà sempre riformista»

12/07/2001

Il Sole 24 ORE.com



    Epifani, numero due della confederazione, esclude il pericolo di un ritorno a posizioni conflittuali e antagoniste

    «La Cgil sarà sempre riformista»
    «Non bisogna leggere gli avvenimenti recenti con gli occhiali degli anni 80» – Serve una legge sulla rappresentanza
    Massimo Mascini
    ROMA - Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, teme un ritorno in forze del sindacato antagonista, quello che ha combattuto per venti anni con il sindacato riformista, per perdere poi definitivamente la partita. A suo avviso gli ultimi avvenimenti, contratti a termine e metalmeccanici, alimentano questo giudizio. Guglielmo Epifani, vicesegretario generale della Cgil, destinato a prendere il posto di Sergio Cofferati al massimo tra un anno, la pensa in maniera del tutto diversa. La Cgil, dice, resta riformista. E spiega perché. Epifani, è possibile che torni forte il sindacato antagonista. No, non è realistico. Ma non bisogna leggere gli avvenimenti di questi ultimi mesi con gli occhiali degli anni ottanta. Qualcuno invece, nel Governo, in Confindustria, lo fa. E ho l’impressione che qualcuno abbia provato a isolare la Cgil dagli accordi che si profilavano. Ma è sbagliato, il Paese è diverso. Del resto, la Cisl ha proclamato tanti scioperi da sola contro il Governo, nessuno ha pensato che stesse tornando il sindacato antagonista.
    La Cgil non cambia rotta?
    La Cgil resta il sindacato di programma, coerente alle sue idee, strettamente riformiste, e le gestisce con grande rigore. La conferma viene dai due avvenimenti centrali di questi mesi, quella dei contratti a termine e quella dei metalmeccanici. La Cgil non è mai stata contraria alla flessibilità, ma ha sempre detto che nel momento in cui si allargavano gli ambiti dei contratti a termine era necessario lasciare agli accordi nazionali il compito di prevederne i tetti e le causali. Ciò è stato letto negativamente. Ma hanno sbagliato. I contratti nazionali non li fa il sindacato da solo, è sempre un accordo, si fa tutti assieme.
    E nel caso dei meccanici?
    È la stessa logica. L’accordo separato ha contradetto le intese del 1993, secondo le quali gli aumenti salariali si calcolano in base all’inflazione programmata e dopo due anni si valuta il possibile divario con gli aumenti effettivi del costo della vita. Un meccanismo che scommette sulla caduta dell’inflazione e per questo recupera dopo.
    Non si è tenuto fede a questo meccanismo?
    No. L’accordo separato si basa su un concetto diverso. Offre aumenti perché pensa che l’inflazione aumenterà. Non è più la politica d’anticipo. E mi stupisco che la Cisl, sempre attenta dai tempi di Ezio Tarantelli a questa politica, abbia cambiato strada.
    La Fiom lamenta di essere stata isolata.
    La Fiom ha la maggioranza degli iscritti, più di Fim e Uilm messe assieme. È possibile che un contratto valga solo perché lo firmano gli altri? Non serve una regola per dirimere questi contenziosi? Abbiamo una rappresentanza politica in cui con il 43% dei voti si ha la maggioranza assoluta degli eletti, nella rappresentanza sociale chi ha la maggioranza può essere messo in un angolo. Il referendum risolve questi nodi? I metalmeccanici hanno sempre fatto approvare dai lavoratori prima la piattaforma, poi l’accordo. Stavolta il meccanismo si è fermato. Ma questa è l’interruzione di un processo democratico che occorre ripristinare. Con un referendum abrogativo, che cancella l’accordo? La raccolta delle firme da parte della Fiom punta al ripristino di quel percorso di democrazia. Vuole fissare regole che, una volta decise, valgano per tutti, in un domani anche contro la Fiom.
    Perché si è arrivati a questo punto?
    Perché non è stata approvata la legge sulla rappresentanza. In mancanza di stabilità, le regole, quando pure ci sono, saltano alle prime difficoltà.
    Se i lavoratori dessero ragione alla Fiom?
    Se ne prenderebbe atto.
    Non bisognerebbe tener conto anche del fatto che c’è uno zoccolo duro di lavoratori che vota sempre contro gli accordi, per principio?
    Si tratterà di far capire ai lavoratori, democraticamente, quale è la posta in gioco. Non dimentichiamo il referendum del 1985, i lavoratori accettarono una perdita salariale per avallare un principio.
    Si potranno rivedere le regole del 1993?
    Prima bisogna fissare le regole e renderle esigibili. Perché non è vero che senza regole prevale l’animo più democratico, avviene proprio il contrario, la spinta all’antagonismo è più forte, ciascuno tende a farsi giustizia da sé. Serve una legge, magari leggera, ma una legge.
    La Cisl è contraria a una legge sulla rappresentanza.
    Non lo è sempre stata. Forse ha cambiato idea. Mi ricordo D’Antoni al nostro congresso, era pronto a discuterne. E insieme abbiamo presentato emendamenti unitari alla legge sulla rappresentanza.
    Il ministro Roberto Maroni ha parlato anche di un possibile accordo sulla rappresentanza.
    Sì, ma non ha specificato nulla. Non abbiamo elementi per giudicare. Se ha delle idee, le tiri fuori. Intanto precipitano i rapporti nelle fabbriche con Cisl e Uil. Noi non lasciamo cadere il tema dell’unità in vista del congresso. Lo stesso farà la Uil e ha fatto la Cisl. Importante è che tutto ciò poi non porti ad azioni fortemente contrarie all’unità, come è successo in questi mesi.
    Giovedí 12 Luglio 2001
 
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